"the problems we all live with" di norman rockwell

lunedì 6 agosto 2012

RESPONSABILITA' dei MAGISTRATI e CORRUZIONE: QUAL E' LA POSTA IN PALIO?


L’approvazione del ddl anti-corruzione alla Camera, con la prova di forza della fiducia per superare i veti incrociati, sembra scatenare una rappresaglia sul tema della responsabilità dei giudici secondo questo assunto: “abbiamo mandato giù il rospo di queste norme sulla corruzione, ma adesso vogliamo la contropartita di una legge sulla responsabilità dei giudici più dura”. Qualcuno tenta di “vestire” questa richiesta di argomenti giuridici: le norme allargano i poteri dei pm e dei giudici e quindi devono essere controbilanciate da una adeguata normativa in materia di responsabilità.
Come al solito sulla giustizia si giocano partite di potere la cui logica a poco a che fare con la legalità e l’interesse dei cittadini.
Anzitutto non si capisce perchè una normativa anti-corruzione debba avere una contropartita: si tratta di una materia di assoluta emergenza e gravità che ci costa miliardi di euro da moltissimi anni e quindi è semmai inspiegabile perchè non si sia trovato un accordo prima e più rapidamente (ricordo che il governo precedente aveva promesso un piano anti-corruzione ai tempi dello scandalo della P3, poi messo nel cassetto). La mia riflessione, e non solo mia, è che in realtà la politica italiana è allergica a un efficace e pervasivo controllo contro la corruzione perchè lo scambio illecito di favori e denari e il traffico di influenze sono spesso non la patologia ma la normale fisiologia della gestione del potere. Il fatto stesso che la stagione di Mani Pulite conduca a un ridimensionamento del reato di abuso d’ufficio, oggi figura minore e residuale e di improba difficoltà per gli inquirenti, dice molto dello scarso tasso di tolleranza al controllo di legalità delle nostrane stanze dei bottoni. A molti farebbe troppo comodo una magistratura addomesticata e burocratica, con strumenti spuntati contro i reati dei colletti bianchi. 
Non si comprende davvero perchè la lotta alla corruzione debba scambiarsi con una presunta maggiore responsabilità dei magistrati.
Rispetto a questo tema dico solo alcune poche cose, riprendendole peraltro da illustri giuristi come Trimarchi o grandi magistrati come De Cataldo:
- i magistrati hanno già molte forme di responsabilità: civile, penale, disciplinare, contabile; ad oggi c’è solo il limite che per gli eventuali danni cagionati con dolo e colpa grave il privato agisce contro lo Stato che poi si rivale sul magistrato (come accade per gli insegnanti);
- la giustizia disciplinare è tutt’altro che blanda, essendo quella che registra più procedimenti e condanne rispetto ad ogni altra categoria professionale (giornalisti e avvocati, per esempio) e ad ogni altro settore della PA: si può fare meglio specie sotto il profilo della valutazione, ma non si dica che a chi sbaglia non succede mai nulla (lo dicono i dati del Centro Europeo di studi sulla giustizia, CEPEJ);
- l’Europa non ha mai chiesto una responsabilità diretta ma vuole solo garanzie che i magistrati italiani possano essere chiamati a rispondere del mancato rispetto della normativa europea;
- la responsabilità diretta (il cittadino manda direttamente a giudizio il magistrato da cui si ritiene danneggiato), che ad esempio Cicchitto vorrebbe introdurre rilanciando l’emendamento Pini già bocciato da questo governo, non ha eguali nel panorama europeo e presenta il fortissimo rischio di sottoporre a continuo ricatto e minaccia il pm o il giudice che deve prendere difficili decisioni su processi delicati: è infatti del tutto prevedibile che le azioni verranno mosse soprattutto nei casi in cui sono in ballo questioni di particolare rilevanza economica.
Questo rischio “intimidatorio” contro la responsabilità diretta è tanto vero che la stessa dinamica parlamentare di questi giorni lo conferma: se diamo uno strumento troppo forte contro la corruzione alla magistratura dobbiamo poi trovare il modo di “tenerla a bada” con la minaccia dell’azione di responsabilità diretta.
Un pubblico ministero medio in Italia può avere pendenti 800 indagini (a volte molti di più), in ognuna delle quali avrà almeno una persona offesa o un indagato da scontentare e che potrebbe investirlo e impaludarlo nella difesa di sé stesso piuttosto che lasciare che si impegni ad accertare fatti di reato e a far applicare la legge.
Sappiamo che modello di magistrato vuole una larga fetta del potere politico. Il problema è che non corrisponde al modello costituzionale.

FALSI ITALIANI


Osservare come vengono puniti dall’ordinamento certe condotte può essere estremamente illuminante (e desolante).
Parliamo di falsi e prendiamo ad esempio tre figure paradigmatiche.

Primo: il falsario di monete, che nella sua versione nazional-popolare ha il volto di Totò (e la sua sgangherata banda di onesti).
Secondo: uno dei tanti maghrebini che vivono di espedienti nel nostro Paese, un ipotetico Abdul che ha trovato qualcuno che gli fornisse una falsa carta d’identità e con questa cerca di sfuggire ai controlli dell’autorità.
Terzo: Rockerduck, l’icona dell’imprenditore scorretto e senza scrupoli che falsifica il bilancio.

Ebbene, chi è il soggetto più pericoloso per la società secondo voi? Quale di queste condotte deve essere punita più severamente perché più dannosa? Tenete a mente la risposta: ora vi dico come la pensa ilLegislatore italiano.

Il nemico pubblico numero uno è Totò: se non ha realizzato la falsa banconota ma prova solo a venderla rischia da 1 anno e mezzo a 8 anni di reclusione, che diventano da 3 a 12 se invece si scopre che è tra coloro che hanno materialmente realizzato il falso (artt. 453 e 455 c.p. : ovviamente può essere arrestato e il suo delitto si prescrive in 12 anni (18 se era il falsario); insomma, si mette male.

Molto severe le pene previste anche per Abdul: da 1 a 4 anni di reclusione, che diventano fino a 6 anni se non era un documento per esclusivo uso personale! Può essere arrestato e il reato si prescrive in 7 anni e mezzo: probabilmente sarà indotto a patteggiare o a fare un rito abbreviato per evitare il peggio. 

Rockerduck? Che cosa rischia il colletto bianco che falsificando le carte ha ingannato creditori, fornitori e il mercato, creando magari fondi neri per tangenti e riciclaggio di denaro sporco? Poco più di un buffetto: pena massima 2 anni di arresto, che tradotto in soldoni significa sicurezza di avere la pena sospesa (e cioè non eseguita) ma ancor più probabilmente prescrizione garantita: il pubblico ministero e il giudice avranno solo 5 anni per completare le indagini (più complesse di quelle per i fatti prima citati), mandare Rockerduck a giudizio e farlo condannare in primo, secondo e terzo grado. Una missione impossibile considerato lo stuolo di avvocati Azzeccagarbugli che saranno profumatamente pagati per impedire la pur lieve condanna.

In queste settimane in cui si discute di anti-corruzione e ci si riempe la bocca di legalità, sarebbe il caso di porre seriamente la questione della politica criminale in Italia e di quali messaggi vogliamo mandare ai cittadini.

La legge è uguale per tutti.
Sono le persone a non essere uguali tra loro in questo Paese.


BERLUSCONI E LA LOTTA ALLA MAFIA


Il Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso ha pubblicamente criticato Antonio Ingroia per essersi dichiarato un “partigiano della Costituzione” e nella stessa occasione ha anche detto che si dovrebbe dare un premio a Silvio Berlusconi per la lotta alla mafia, in quanto le sue norme avrebbero consentito di confiscare ingenti patrimoni.
A parte il fatto che solo da noi può succedere che un magistrato sia attaccato per aver manifestato la sua fedeltà alla Costituzione, è paradossale che Ingroia e Berlusconi vengano contrapposti e Grasso pensi all’ex premier come campione di lotta alla mafia: l’allievo di Borsellino che vive sotto-scorta viene accusato di fare politica, mentre l’uomo di Arcore diventa il campione dell’anti-mafia.
Lo stesso Berlusconi che quando Ingroia, nell’ambito delle indagini sul senatore Marcello Dell’Utri, gli chiese di chiarire da dove venissero gli ingenti fondi che avevano arricchito le casse delle sue società decise di avvalersi della facoltà di non rispondere?
Lo stesso Berlusconi che ha definito eroico il comportamento di un mafioso pluripregiudicato come Mangano, per lodarne il silenzio? 
Lo stesso Berlusconi leader di Forza Italia, il partito fondato dal senatore Dell’Utri, ancora sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa e le cui gravissime contiguità mafiose sono in fatto ormai indiscutibili (l’ultima sentenza della Cassazione in realtà non contesta la configurabilità del concorso esterno ma ha rinviato in Appello per chiedere motivazioni più approfondite con riferimento a un limitato periodo temporale della vicenda)? 
Lo stesso Berlusconi citato da Borsellino nell’ultima intervista prima di morire?
Lo stesso Berlusconi che ha lasciato che Cosentino fosse sottosegretario nel suo Governo nonostante le gravissime accuse di organicità alla camorra, ancora aperte ma che hanno già condotto a ordinanze cautelari rimaste ineseguite?
Lo stesso Berlusconi che ha avuto tra i suoi ministri Lunardi, il quale dichiarò che con la mafia ci si deve convivere?
Lo stesso Berlusconi il cui Governo ha permesso anche ai soldi sporchi delle mafie di rientrare in Italia ripuliti dallo scudo?
Lo stesso Berlusconi che parla dei magistrati come cancro e che progetta lo smantellamento delle intercettazioni e il processo breve?
Lo stesso Berlusconi che ha di fatto abolito un reato chiave per la lotta alla corruzione come il falso in bilancio?
Lo stesso Berlusconi che quando era al governo non ha dato seguito agli impegni in tema di lotta al riciclaggio assunti dall’Italia in convenzioni internazionali?
Lo stesso Berlusconi che ha criticato chi, come Saviano, cercava di accendere l’attenzione pubblica su questo fenomeno purtroppo fortemente radicato nelle nostre terre (una cattiva pubblicità…)?
Sì, quel Berlusconi.
E’ vero che negli ultimi anni si è anche andati avanti nel perfezionamento delle norme in materia di misure di prevenzione, ma i risultati conseguenti sono anzitutto conquistati dalle forze dell’ordine e della magistratura. Inoltre, come ripete da anni il Procuratore Aggiunto di Caltanissetta Scarpinato, il vero salto di qualità va fatto contro la borghesia mafiosa politica ed economica che si avvale e che si allea con l’ala militare della criminalità organizzata, ovvero quei colletti bianchi che hanno beneficiato di molte scelte che hanno di fatto indebolito la legalità e la magistratura in questi anni (falso in bilancio scomparso, prescrizione breve, norme inefficaci sulla corruzione, impunità della classe politica sempre salvata quando colpita da richiesta di autorizzazioni all’arresto, mancanza di risorse, procedura sempre più complicate, sistema grandi eventi che ha portato fuori dall’alveo del controllo di legalità appalti ingentissimi, ecc…).
Forse non è ancora il momento dei premi.

TAGLIO UFFICI GIUDIZIARI? OCCASIONE STORICA


Il ministro Severino vuole portare avanti una consistente modifica della geografia giudiziaria, facendo letteralmente scomparire numerosissimi uffici. La situazione attuale è incancrenita da moltissimo tempo nonostante i tanti proclami della politica nel corso dei decenni, mai diventati realtà proprio per l’incapacità di superare le resistenze sul territorio e il rischio di vedere eroso il consenso elettorale (questa vicenda è una di quelle in cui più si è osservato negli anni il male di una “politica debole”, succube del consenso e non capace di indicare nuove soluzioni anche inizialmente non popolari).
Sì, perché un ufficio di periferia è un grosso vantaggio per alcune categorie: lo è per i capi di quegli uffici giudiziari, lo è per gli avvocati di quelle piccole realtà locali, lo è per chi in questa maniera lavora più vicino a casa, lo è per l’indotto che porta con sé su quel comune, lo è per il cittadino che non deve andare nel capoluogo di provincia per la sua causa… Ma è un vantaggio anche per l’intera giustizia italiana che ci siano Tribunali e Procure anche a Nicosia, Montepulciano e Pinerolo (solo per citarne alcuni di quelli di cui si propone la soppressione)? Spesso no. 
Uffici troppo piccoli comportano delle diseconomie duplicando figure che sarebbe accorpate in una realtà anche solo di media grandezza: l’accorpamento di magistrati e personale amministrativo in un ufficio più grande consentirebbe una migliore organizzazione e distribuzione dei compiti. Uffici troppo piccoli non consentono specializzazione dei magistrati e rischiano un abbassamento qualitativo del servizio offerto, a fronte di una realtà legislativa sempre più ipertrofica e tecnica. Uffici troppo piccoli sono continuamente a rischio di incompatibilità interne e di grave carenza di organico, poiché bastano pochi pensionamenti e trasferimenti per lasciare scoperture oltre il 30/40 %. Uffici troppo piccoli impongono spesso costi non indifferenti di affitto e manutenzione di edifici, risorse che magari sarebbero meglio usate nell’ammodernamento degli strumenti utilizzatiper funzionare il “carrozzone giustizia”, fermo per molti aspetti al medioevo. 
Sarebbe bello avere il servizio giustizia sotto casa, ma è una comodità che il cittadino rischia di far pagare all’intero sistema, con problemi di inefficienze e sprechi. Naturalmente il problema sta nel dove tracciare la linea del Piave: quali uffici si salvano e quali vanno chiusi? Qui le scelte possono essere tante e i criteri contrastanti e discutibili, ma quasi nessuno mette in dubbio che la direzione sia quella giusta. La magistratura chiede da anni una revisione della geografia giudiziaria, sclerotizzata su schemi antiquati dove ad esempio il Piemonte vedeva un proliferare di uffici piccoli o piccolissimi risalenti a schemi e privilegi sabaudi. 
La stessa avvocatura, salvo le resistenze dei fori locali, ha espresso molte volte il suo favore a ridisegnare la mappa degli uffici sul territorio, anche perché oggi la possibilità di spostarsi si è naturalmente evoluta e 40/60 km non sono più un’odissea. Tutti sono legittimati ad avanzare critiche e suggerimenti, ma il rischio è che la prospettiva di una radicale riforma necessaria ma impopolare venga pregiudicata dai veti locali e incrociati. Piuttosto esigiamo di ottenere al più presto la possibilità di rapportarci con gli uffici pubblici tramite internet, investendo in banda lurga e informatizzazione… Credo, in sostanza, che sia meglio mandare giù qualche boccone indigesto piuttosto che rimanere digiuni e vedere saltare un’occasione storica di riforma. L’alternativa potrebbe essere ritrovarci a discuterne per altri 50 anni senza che cambi nulla, un esito affatto strano nel nostro gerontocratico e immobile Paese.

domenica 20 maggio 2012

Bombe e Ulivi, da Brindisi a Milano

Ieri mattina ero a Milano per parlare agli studenti del mio ex-liceo di mafia e legalità a vent'anni dal 1992.

Mentre arrivavano le notizie da Brindisi l'ulivo in ricordo di tutte le vittime della mafia piantato davanti alla scuola, che avevo inaugurato io stesso da neo-magistrato nel 2002, è divenuto un simbolo orribilmente attuale e ancor piú carico di significati e suggestioni.

Le vittime sono ragazze e ragazzi come loro, l'immagine stessa dell'innocenza e della libertá che sta sbocciando, icone del fresco profumo di libertá che si contrappone al puzzo del compromesso di cui ci ammoniva Paolo Borsellino.

Aspettiamo di comprendere chi siano i responsabili, ma non si puó negare il significato intrinseco di tempi e luoghi scelti per questo orrore.
E' un pensiero insopportabile, come uomo, come padre, come cittadino e come magistrato.

Hanno varcato un'altra soglia (come ha detto qualcuno)... per quali motivi e con quali finalità ancora è difficile comprendere, ma sicuramente anche per spaventare il paese "e farci restare a casa quando viene la sera".

Penso e spero che i tanti ulivi e i tanti giovani che crescono liberi e in silenzio siano la vera risposta all'esplosione che ci vuole chiudere nella paura.

Tutta la solidarietá a quei ragazzi e ragazze, alle loro famiglie, alla città e alle istituzioni di Brindisi.

La lotta alla mafia,
il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata,
non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione,
ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà
che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità
(Paolo Borsellino)

giovedì 26 aprile 2012

25 aprile 1945...2012 : cominciamo da NOI


25 aprile 2012 - Casa Cervi
Festa della Liberazione

Nel nostro paese per essere sovversivi è sufficiente chiedere che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi ci governa.
O magari avere l’ardire di pretendere che, come dice l’articolo 54 della Costituzione, i cittadini a cui sono affidate le funzioni pubbliche le adempiano con disciplina e onore.

La corruzione del potere e l’infiltrazione della criminalità organizzata non sono soltanto patologie del nostro sistema.
La verità è che sono stati e continuano ad essere anche strumenti di controllo del consenso e della cosa pubblica, facendo degenerare i meccanismi democratici in mera forma per lasciare che si affermi una regola non scritta che in Italia ha pochi padri ma moltissimi figli: la legge del più furbo, quella debole coi forti e forte coi deboli.

Per questa ragione una rilevante e trasversale parte della classe politica da anni cerca di riformare la magistratura con tanti pretesti ma con l’unico vero intento di ridurla a un ordine di burocrati ubbidienti, funzionari fedeli e scodinzolanti che tengano sotto controllo la massa senza disturbare i manovratori, per i quali, a differenza che per i comuni cittadini, il rispetto della legge è un optional, così come la coerenza dei comportamenti.

Ma non è questa la magistratura che ci hanno consegnato i Padri Costituenti!
Che speranza di legalità e uguaglianza ci può essere se i pubblici ministeri non conservano l’indipendenza di poter indagare in qualsiasi direzione e senza guardare in faccia a nessuno ? E quale capacità di contrasto della corruzione ci potrà mai essere se la polizia giudiziaria, ovvero coloro che svolgono materialmente le indagini, non sarà più sotto lo scudo delle’indipendenza delle Procure ?

“Chiunque abbia potere è portato ad abusarne. Egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere

250 anni dopo queste parole di Montesquieu restano attualissime ed è bene che i cittadini comprendano che la difesa di una magistratura autonoma dal potere politico è questione vitale perché il sogno delle donne e degli uomini che hanno dato la vita per la libertà non sia infranto e contraddetto.

Qualcuno vorrebbe un giudice leone con gli ultimi (che siano immigrati o tossicodipendenti) e agnello coi potenti; un giudice timoroso con chi detiene il potere economico, tutto concentrato a mantenere l’ordine nelle favelas, mentre nelle stanze dei bottoni si commettono i reati che davvero devastano l’Italia.


I delitti che perpetuano quelli che l’articolo 3 definisce “gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione del Paese”.
Penso alla corruzione, all’evasione fiscale, alla bancarotte, allo spartimento dei beni collettivi secondo interessi privati.

Pensiamo al paradigma delle così dette “Grandi Opere”: negli ultimi anni questa etichetta è servita per evitare il rispetto delle regole, viste come intralcio al mani libere… una libertà però non al servizio di tutti  ma usata solo per arricchire la cricca e perpetuare il conflitto di interessi.

L’Italia ha invece un disperato bisogno di regole condivise e rispettate perché possa emergere il merito : il Paese in cui il rispetto del diritto diventa una concessione da parte di chi detiene il potere, nega la dignità del cittadino, trasformandolo in suddito e questuante.

Calamandrei nel 1950 ci ammoniva da “questi bocciati agli esami che vincono i concorsi, questi professionisti della corruzione i quali si accorgono che i metodi di arricchimento che ieri erano tollerati a prezzo di un saluto romano , sono anche oggi rispettati ugualmente a prezzo di una genuflessione” …e deve indignarci il fatto che ancora oggi troppo spesso l’Italia può rispecchiarsi in queste parole.

Quello che è importante è che l’indignazione e la protesta non ci allontanino dalle istituzioni repubblicane.

Altro che fuga o rassegnazione!
I comportamenti indegni e le violazioni della Costituzione ci devono semmai spingere a partecipare ancora di più, ad assumerci tutti la responsabilità di fare la nostra parte.
Nelle nostre famiglie. A scuola. Sul posto di lavoro.
In ogni momento della nostra vita sociale.

Quando il dissenso viene isolato e delegittimato si danneggia tutta la democrazia. E tuttavia anche la protesta più radicale deve trovare la forza e la saggezza per esprimersi attraverso le istituzioni e non contro di esse.
L’intolleranza dimostrata da alcune frange contro un magistrato come Gian Carlo Caselli - che ha rischiato la vita contro il terrorismo e la mafia per affermare la legalità - non fa onore a nessuno e porta al di fuori dai binari del confronto democratico.

Non cadiamo nel tranello di quelli che “poi dicono che sono tutti uguali : è solo un trucco per non farci uscire di casa quando viene la sera”.

Prima di riformare la nostra bellissima Costituzione - non si capisce bene come e a quali fini - mi piacerebbe vederla realizzata, compiuta fino in fondo.
E’ un impegno che abbiamo con i nostri padri e le nostre madri, con le nostre radici.
Ed è un dovere verso i nostri figli.

Cominciamo a cambiare noi prima.

Se non iniziamo a comportarci secondo il pensiero, finiremo per pensare secondo il nostro comportamento.
Ribelliamoci a questo declino.

La legalità è vuoto formalismo senza la coerenza dei nostri comportamenti quotidiani.
La legalità non è il fine ultimo ma il presupposto perché possano affermarsi i valori di libertà, uguaglianza e solidarietà.
Offriamo la nostra voce, il nostro impegno, le nostre mani affinché il sogno del 25 aprile diventi realtà.

La strada è ancora lunga e solo noi possiamo percorrerla, senza deleghe, senza scorciatoie… seguendo le orme e l’esempio di coloro che ci hanno regalato la libertà.

Un regalo troppo bello per essere sciupato.

Buon 25 aprile a tutti noi
Viva la Costituzione !


domenica 22 aprile 2012

62 anni trascorsi invano ?

Quanto risuonano attuali e profetiche queste parole di Calamandrei scritte nel giugno 1950 (62 anni fa!):

“Quel che colpisce [...] è la convinzione sempre più diffusa che per mantenersi al potere bisogna in qualche modo lasciare che i propri fidi si arricchiscano a spese pubbliche. […] 

La frode e la corruzione ammesse come sistema di finanziamento del partito, il quale non si rifiuta di farsi complice di speculatori e di avventurieri a spese dello Stato, purché questi versino nelle casse del partito una parte delle loro ruberie”

Se le cose non sono cambiate, evidentemente non sono il nome di un nuovo partito o una legge in più a poter incidere davvero. Occorre educazione alla legalità e rispetto delle istituzioni. Abbiamo bisogno di testimonianze di etica pubblica anche e soprattutto da chi si assume responsabilità pubbliche (magistrati, politici, amministratori). Dobbiamo ritornare a scoprire i principi costituzionali e i valori degli uomini che ci hanno lasciato questo enorme patrimonio.

Allora saremo di nuovo capaci di indignarci, di reagire e di allontanare dalla “res publica” chi si è dimostrato indegno, magari senza dover aspettare un provvedimento dell’autorità giudiziaria (che guarda caso è spesso messa nelle condizioni di non riuscire a “fare giustizia” in maniera adeguata e in tempi ragionevoli…).

Se faremo tutto questo forse potremo evitare che nel 2074 i nostri figli si ritrovino a citare amaramente Calamandrei.

Tutte le udienze di Berlusconi

Nel marzo 2011 l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lamentava di aver dovuto affrontare 2952 udienze a causa dei processi a lui mossi dai pubblici ministeri politicizzati comunisti e in mala fede (affermare di essere perseguitato vuole dire sostenere che un magistrato decide dolosamente di accusarlo di cose false e mi riesce difficile immaginare un’accusa più grave e infamante per chi fa il mio lavoro).

2.952 udienze corrispondono a 8 anni e 32 giorni, festivi inclusi! E considerate che per legge dal 15 luglio al 15 settembre non si celebrano udienze se non per casi particolari. Se poi ci si mette che molti processi sono stati a lungo sospesi per norme poi dichiarate incostituzionali (lodo alfano e legittimo impedimento), la media è praticamente di un’udienza al giorno dal lunedì al venerdì dal 1994 a oggi.

Ieri leggevo che Berlusconi avrebbe affermato invece di aver subito 2600 udienze in 14 anni: sono sempre tantissime, una ogni 1,9 giorni (festivi inclusi, si capisce), però sono 352 in meno rispetto al marzo scorso (ma allora si riferiva forse a un periodo più lungo? O quelle prime 352 udienze erano giuste e non persecutorie e quindi non conteggiate? Non lo so).

Tutto questo potrebbe avere un suo lato comico, se non fosse una dichiarazione pubblica e reiterata da persona che ha rivestito alte cariche pubbliche e che ha una grande responsabilità politica nel Paese. Se non fosse uno degli argomenti usati per convincere l’opinione pubblica che è perseguitato e che anche per questo non ha potuto fare tutto quello che aveva promesso. Se non fosse un’iperbolica bugia (ripetuta fino allo sfinimento) per giustificare riforme costituzionali, attacchi personali e la delegittimazione dell’intera magistratura. Se non fosse che la giustizia versa in condizioni drammatiche da troppo tempo.

Ecco che allora c’è poco da ridere. E viene un sospetto sul perchè sino ad oggi non si sia fatto praticamente nulla per rendere la giustizia penale davvero più efficace e rapida. Ciò di cui abbiamo davvero bisogno sono notizie vere, questioni concrete, parlare seriamente dei reali problemi della giustizia. Le infiltrazioni mafiose e la corruzione non si vincono delegittimando l’autorità giudiziaria e ingolfando il processo penale.

Mani Pulite : vent'anni sembrano pochi...

Vent’anni sembrano pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più” (F. De Gregori). Vent’anni dopo l’ondata di scandali e inchieste giudiziarie denominata Mani Pulite sembra che la classe dirigente italiana abbia di nuovo bisogno di una bella insaponata. Ce lo dice la cronaca quotidiana dei giornali che non si limitano a fare eco al potere; ce lo dice la Corte dei Conti che quest’anno ha parlato di un costo per la collettività di 60 miliardi di euro; ce lo dicono gli organismi internazionali, secondo i quali l’Italia è il Paese occidentale con il più alto tasso di corruzione (Transparency International).

Tutto doveva cambiare perché nulla cambiasse (il Gattopardo docet) e così oggi sono in pochi a credere ancora alla leggenda metropolitana della Seconda Repubblica: quella fauna torbida di furbetti ancora tira i fili della politica e dell’economia, ancora la legalità è un’eccezione mal sopportata (il rifugio dei deboli), ancora la democrazia formale fa da paravento a oligarchie e conflitti d’interessi, mentre l’informazione indossa troppo spesso i ridicoli panni della propaganda. Evidentemente non sono bastate le centinaia di condanne passate in giudicato. Evidentemente gli scandali passano e la vergogna non è virtù diffusa tra i molti impresentabili membri del potere politico ed economico, tanto che ci fa sorridere la dimissione del presidente tedesco a fronte di una vicenda che in Italia sarebbe liquidata con qualche battuta e magari qualche insulto agli accusatori.

Evidentemente le gestione del potere tramite scambi di favore, pressioni illecite e ruberie non è una mera patologia del sistema, ma una propensione presente nel Dna italiano: nessun altro paese mischia una simile corruzione con alcune tra le mafie più potenti e antiche del mondo e con rigurgiti di terrorismo di stato. Una magistratura capace e indipendente è indispensabile come l’ossigeno in un simile contesto, ma non basterà mai da sola. E nemmeno basterebbe il migliore possibile dei disegni di legge sulla corruzione.

Il contrasto meramente giudiziario non porta risultati duraturi ed efficaci se a ciò non si accompagna una presa di consapevolezza profonda dei cittadini, un percorso culturale che apra gli occhi a tutti e non usi la legalità solo come bandiera da tirare fuori quando ci torna utile, per poi rimetterla in soffitta quando costringe a scelte scomode.

In quella manciata di anni [...] il primato della legge sulla politica garantito mediante l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario diviene ordinamento reale [...]. La Costituzione scritta diviene Costituzione vivente rivelando tutta la sua portata rivoluzionaria e destabilizzante degli assetti del potere” (Il ritorno del principe, R. Scarpinato e S. Lodato). Le parole di Roberto Scarpinato sono di insuperabile chiarezza e ci devono ricordare che quello che è avvenuto vent’anni fa, ovvero l’applicazione equanime della legge anche ai potenti (al netto delle polemiche su alcuni possibili casi di eccessivo uso delle misure cautelari, che non spostano il dato di fondo accertato da innumerevoli condanne). Non è stata una stagione eversiva, ma semmai l’immagine fugace di quello che dovrebbe essere il Paese sognato dai nostri Padri: un luogo di democrazia, libertà e legalità, dove la politica è al servizio dei cittadini e non viceversa.

Violenza di gruppo e informazione demagogica

La Cassazione ha stabilito che non deve applicarsi obbligatoriamente la misura cautelare della custodia in carcere per gli indagati del reato di violenza sessuale di gruppo. La notizia si è rapidamente sparsa sul web facendo ritenere che la Suprema Corte avrebbe detto che gli stupratori non devono più andare in carcere e così risultando in un’umiliazione per le donne o quanto meno in una grave e incomprensibile sottovalutazione di un delitto particolarmente odioso.

Ovviamente ne sono seguite le varie reazioni indignate in difesa delle donne. E chi non sta dalla parte della donna e della persona offesa in generale in fatti simili? La Cassazione allora è composta da maschilisti retrogradi e insensibili? Capisco che la notizia presentata così sia più appetitosa e stimoli maggiormente il populismo forcaiolo, ma le cose stanno diversamente e la Cassazione non solo non è impazzita ma ha applicato un principio addirittura di rango costituzionale. Proviamo a fare chiarezza.

Anzitutto qui non si sta parlando della pena, ma della misura cautelare applicabile. Quindi si tratta di capire quali misure applicare a indagati (non stupratori, ma indagati) ancora non dichiarati colpevoli con sentenza definitiva e che quindi godono ancora della presunzione di colpevolezza. L’ordinamento sacrifica parzialmente questo principio laddove qualcuno sia accusato di reati gravi e in presenza di due fondamentali e ulteriori presupposti: presenza di gravi indizi (che però appunto non sono prova certa e garanzia di condanna) e sussistenza di esigenze cautelari, ovvero se c’è il rischio che l’indagato commetta altri reati gravi oppure che si dia alla fuga o ancora che cerchi di inquinare le prove. Solo in presenza di questi rigidi presupposti è possibile infliggere una limitazione della libertà personale anche ad una persona ancora non giudicata in maniera definitiva colpevole.

E’ una scelta sempre difficile e anche dolorosa perchè la presunzione di non colpevolezza è una cardine del nostro diritto, ma di fronte a determinati rischi e pericoli si giustifica la scelta di applicare una misura cautelare. Ciò detto si tratta di decidere quale misura. Il codice ci fornisce una regola di fondo: “la custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata”. Il carcere, insomma, è l’ultima spiaggia, e si deve ricorre a tale estremo strumento solo se ogni altra strada appare insufficiente. Quali sono le altre strade? Gli arresti domiciliari, l’obbligo di dimorare in un certo comune o di non andare in un certo posto, il divieto di vivere con la famiglia (per determinati reati “domestici”), ecc…

Può anche accadere che nonostante si tratti di un reato molto grave sia sufficiente una misura meno grave del carcere e vi faccio un esempio per farmi capire. Esiste un reato più grave e orribile che uccidere un neonato? Non credo, eppure Anna Maria Franzoni ha atteso la sentenza definitiva da persona libera e solo dopo è andata in carcere. Un paradosso? Non direi, e che si sia trattato di una scelta equilibrata lo dimostra il fatto che nel frattempo ella non ha commesso altri reati: quindi da questo punto di vista i giudici hanno giustamente ritenuto che non fosse necessario adottare misure restrittive nonostante l’estrema gravità del delitto e la presenza di indizi gravissimi che infatti poi hanno condotto alla condonna e alla pena detentiva.

Per tornare al reato di violenza sessuale di gruppo, il legislatore aveva tentato di obbligare i magistrati a tenere sempre in carcere gli indagati per taluni reati (tra cui quelli di violenza sessuale). La Corte Costituzionale ha bocciato una simile scelta, priva di razionalità giuridica e di buon senso: la presunzione di innocenza non può essere gettata alle ortiche e dovrà sempre valutarsi caso per caso e persona per persona se è necessario applicare una misura e quale tra le varie misure sia la più idonea e quella comunque sufficiente a garantire le esigenze cautelari.

Aggiungo solo che lo Stato ogni anno paga svariati milioni di euro per risarcire persone ingiustamente detenute, ovvero che sono state tenute in carcere e poi assolte nel processo: questo dato, che non sto qui adesso a commentare, ci dice quanto meno che anche in fase cautelare ci si può sbagliare e quindi serve grande equilibrio. Equilibrio nel saper tutelare e proteggere la persona offesa e la sicurezza pubblica in generale da un lato, garantendo però i diritti dell’indagato e difendendo i principi fondamentali dello Stato di diritto, che non deve mai cedere alla paura.

Che l’ex ministro Carfagna dica che così “si manda un messaggio sbagliato” la dice lunga sul senso del diritto di certa politica: i magistrati con i loro provvedimenti non mandano messaggi, ma accertano fatti e applicano la legge e la Costituzione a casi specifici e persone specifiche. Esistono sistemi in cui le persone vengono usate per mandare messaggi tramite provvedimenti esemplari e non calibrati sul caso specifico: sono i sistemi fascisti e illiberali.