"the problems we all live with" di norman rockwell

mercoledì 25 febbraio 2015

DIRE LA COSA GIUSTA PER FARE QUELLA SBAGLIATA

Chi può mettere in discussione un principio così ovvio come quello per cui "chi sbaglia deve pagare"?!?
Davvero nessuno... se non chi sbaglia, verrebbe da dire!

Eppure, ancora una volta, dietro allo slogan facile, alla soluzione semplice, si nascondo questioni più complesse e rischi taciuti.

E' stata appena approvata dal Parlamento la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati e purtroppo da domani si dibatterà (brevemente e tra pochi) del fatto che sia o meno punitiva dei magistrati.

Non cercherò di dimostrarvi questo per il semplice fatto che non mi illudo che di questi tempi siano in troppi ad essere preoccupati per le condizioni della magistratura.

Il punto non è se sia o meno una riforma contro di noi... ma se sia una riforma contro l'interesse dei cittadini.

Migliorare e ampliare i controlli sull'operato dei magistrati era ed è possibile e opportuno, ma aver tolto ogni filtro e lasciato anche formule del tutto vaghe ("travisamento dei fatti") rischia di indebolire e intimidire il magistrato.
La legalità e il sistema processuale più in generale dovrebbero essere il potere dei senza potere, lo strumento per la vittime delle prepotenze per vedere applicata la legge e affermata in concreto l'uguaglianza dei cittadini.

La costante possibilità di essere accusati potrebbe perciò burocratizzare la magistratura, che così proseguirà la sua mutazione genetica verso un modello sempre più burocratico, sempre più mero esecutore del volere del potere e non sottomesso alla legge per la difesa della Costituzione.

Una responsabilità civile così fatta non ce la chiedeva nessuno, nemmeno l'Europa, come qualcuno ha voluto far credere, e credo sia solo una buona notizia per i forti ed i furbi.
Una riforma non contro i magistrati ma contro la difesa dei diritti delle parti più deboli.

domenica 25 gennaio 2015

IL PAESE DEL DIRITTO (...di TWITTARE)

"L'Italia, che è la patria del diritto prima che la patria delle ferie, merita un sistema migliore. La memoria dei magistrati che sono morti uccisi dal terrorismo o dalla mafia ci impone di essere seri e rigorosi. Non vogliamo far 'crepare di lavoro' nessuno, ma vogliamo un sistema della giustizia più veloce e più semplice. E, polemiche o non polemiche, passo dopo passo, ci arriveremo"
Queste le parole del Presidente del Consiglio dopo che ieri, per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, in tutte le Corti d'Appello si erano alzate dai magistrati italiani parole di preoccupazione e di denuncia per l'emergenza continua del sistema giustizia.

...non c'è niente da fare. 
E' impossibile discutere, proporre, indignarsi, segnalare, argomentare se dall'altra parte non c'è qualcuno che ha voglia di comprendere e migliorare le cose ma solo speculare per facile propaganda e battute. 
Ieri non c'è stata alcuna protesta sulle ferie ma si è cercato di comunicare i tanti problemi che rendono spesso disastroso e fallimentare la giustizia: risorse inadeguate, numeri mostruosi che ci rendono lentissimi nonostante i magistrati italiani siano tra i più produttivi d'Europa da anni, regole incomprensibili o contraddittorie, delegittimazione e sfiducia, cultura diffusa dell'illegalità...

Naturalmente i magistrati hanno anche la loro quota di responsabilità e il dovere di mettersi sempre più in discussione e in dialogo, ma se l'obiettivo è un tweet diventa tutto inutile e frustrante

Il mio stipendio resta quello e le ferie non le facevo neanche prima e quindi nemmeno mi accorgerò della loro diminuzione, come la maggior parte dei miei colleghi (per non parlare dei giudici, che sono costretti a scrivere sentenze anche durante le ferie perché per loro i termini non si sospendono mai).
La cosa paradossale è che in queste settimane ci si è resi conto che il Governo ha SBAGLIATO a scrivere la norma con cui voleva ridurre da 45 a 30 i giorni di ferie (considerate che il sabato è lavorativo e che di fatto ci sono turni di reperibilità 24 ore al giorno e 365 giorni all'anno specie per i pm).
A questo punto i magistrati, quelli che in questi mesi dal premier sono stati solo irrisi e usati come obiettivo per raccogliere consenso demagogico (per esempio accusando falsamente l'ANM di aver protestato per aver messo il tetto di 250mila euro allo stipendio, quota superata solo da due magistrati su quasi 10mila e che il 99% mai nemmeno sfiorerà nemmeno a fine carriera), questi magistrati fannulloni stanno di fatto sollecitando il Legislatore perché intervenga altrimenti finiremo anche per passare per quelli che non applicano la legge: le norme ci danno ancora 45 giorni ma avendo capito che si tratta di un errore ci si pone lo scrupolo di evitare un esito diverso da quello mediaticamente dichiarato dal Governo e restare così col cerino in mano.
E dobbiamo anche subire il richiamo alla serietà... noi?

L'esternazione di oggi del Presidente del Consiglio, che ben si guarda dal leggere i tanti documenti prodotti in questi anni bastandogli pochi caratteri su Twitter per ottenere i titoli dei giornali con uno slogan tanto facile quanto mistificante, dimostra ancora una volta purtroppo che non c'è la volontà di dialogo istituzionale per risolvere i problemi negli interessi dei cittadini.

Si cerca solo di cerca qualche capro espiatorio a fronte di problemi complessi e radicati: tanto c'è sempre una soluzione semplice da offrire alla massa. Sì, una soluzione semplice, ovvia, immediata e ... sbagliata.

Prescrizione... 
Illegalità...
Soglie dei reati fiscali che si vogliono alzare e che ci costringerebbero a restituire milioni di euro in sequestro ai poveri evasori...
Personale amministrativo demotivato, carente e senza riqualificazione da anni...
Norme incostituzionali e inefficaci...
Carico di fascicoli abnorme (un pm svedese ha in media 25/50 fascicoli,quello italiano è fortunato se ne ha 5/600... e alcuni arrivano ad averne anche oltre 2000)...
Procedure barocche e irrazionali...
Disorganizzazione...
Impunità dei reati dei colletti bianchi...

Ma questi sono problemi che richiedono impegno, studio, investimenti, serietà, dialogo serio e responsabilità con tutti i soggetti coinvolti.

Molto più facile un Tweet.
Peccato sia tanto facile quanto inutile a risolvere i problemi.
Non i problemi dei magistrati. Quelli dei cittadini italiani e soprattutto di quelli onesti.



sabato 10 gennaio 2015

IGNORANCE, FEAR, HATE ...

Sono ore di orrore e dolore.

Possiamo uscirne indeboliti, spaventati e pieni di odio. 
Oppure possiamo ritrovare i valori fondanti, stringerci insieme e reagire costruendo un modo che è più sicuro perché è più giusto.


La vera sfida e la vera vittoria contro questa strategia folle degli integralisti è RIMANERE NOI STESSI.

Anzi, ritrovarci... proprio a partire da quel dolore.
Riscoprire quanto per noi siano importanti la libertà di espressione, il rispetto delle idee diverse, la dignità assoluta di ogni vita umana.

Qualcuno reagisce invocando la pena di morte...per dei kamikaze che non chiedono altro?!

Qualcuno invoca barriere anacronistiche, dimenticando che molti degli attentatori sono cresciuti proprio in Europa...
Qualche politico si frega le mani e soffia sulle paure con frasi demagogiche e irresponsabili...
Qualche giornalista pensa di raccontare quello che sta accadendo come una guerra di civiltà e di religione...

Di quale Islam parla questo giornale "libero" (minuscole e virgolette non sono casuali)? 

Quale obiettivo si prefigge un titolo che pensa di rappresentare la religione di UN MILIARDO E SEICENTO MILIONI di persone (il 23% della popolazione mondiale) dicendoci che loro sono quell'assassino che spara a sangue freddo a un uomo inerme che alza le mani?



Forse non sapeva o non gli interessava sapere che Islam è anche l'uomo a terra, il poliziotto Ahmed che lavorava per difendere la sicurezza del giornale satirico Charlie Hebdo.
Un cittadino francese, un poliziotto, un musulmano... un UOMO.

Non sono uno storico o un esperto di Islam e non pretendo qui di affrontare i tanti problemi culturali, storici e geopolitici della questione. 

Sicuramente esiste un problema di interpretazioni integraliste che preoccupa anche quando porta a realizzare teocrazie intolleranti, ma non possiamo dimenticare le pagine dolorose della storia della Chiesa cattolica: pensiamo all'Inquisizione o a quanto accaduto in America Latina, per fare solo due esempi.

Io sono profondamente convinto che queste depravazioni delle religioni siano proprio la massima bestemmia contro Dio, per chi ci crede... e resto convinto che si debba e si possa convivere e coesistere. 


E' un'utopia? In parte lo è, ma non sono disposto a cedere all'odio e alla paura.
Credo che dobbiamo difendere con le unghie e con i denti i nostri valori di laicità, libertà, rispetto della dignità umana, solidarietà, uguaglianza.
Sono valori che sono iscritti nella nostra storia e nelle nostre Costituzioni ma troppo spesso li dimentichiamo, li smentiamo nelle nostre pratiche e li svuotiamo di significato... oppure crediamo che debbano essere applicati solo in casa nostra.

Purtroppo la storia anche recente del civilizzato occidente ha spesso smentito questi valori: siamo stati la civiltà della tolleranza o del denaro? abbiamo combattuto per i diritti o per il potere?

RESTIAMO UMANI...o torniamo ad essere tali davvero.
Come uomini e donne, come cittadini del mondo e dell'Europa.

Ecco... l'Europa.

O diventerà davvero uno spazio di diritti e di valori condivisi o finirà per essere una burocrazia inutile e incapace di fermare il declino economico e culturale che stiamo vivendo.

Reagiamo all'orrore di questo integralismo restando uniti e affermando la tolleranza e l'amore per la libertà: allora quelle vittime innocenti non saranno morte inutilmente.

martedì 23 dicembre 2014

NOSTALGIE PERICOLOSE E SPERANZE OSTINATE

C'è una pericolosa rabbia che sta covando nel Paese.

E' una rabbia che si alimenta della crisi economica che da anni indebolisce l'economia e diffonde precarietà.
E' una rabbia che si rafforza con la sfiducia verso le istituzioni, vissute come lontane dalla realtà quotidiana, incapaci di dare risposte e composte da un'irresponsabile casta di corrotti e privilegiati.
E' una rabbia su cui soffia la demagogia di chi vuole speculare sull'insicurezza sapendo di poter raccogliere facile consenso e quindi potere.

E' una rabbia, infine, che va ad alimentari tristi e pericolose nostalgie di passati autoritari, "quando si poteva lasciare la porta aperta e i ladri stavano in prigione"...

Questa "pancia fascista" l'Italia l'ha sempre avuta e non l'ha mai davvero perduta, nonostante la scelta esplicitamente antifascista della Costituzione: purtroppo il ventennio non fu un incidente di percorso ma la manifestazione patologica di una predisposizione che poi si è ripresentata e si ripresenta anche oggi in nuove forme (alcune criminali, alcune politiche, alcune nascoste dietro luoghi comuni).

L'angolo visuale della giustizia è particolarmente utile per rendersi conto dell'aggravarsi di questo fenomeno: 
..la crisi morde (sebbene esaltata da uno stile di vita deformato da bisogni indotti): per un verso sta offrendo straordinarie opportunità alla criminalità (soprattutto organizzata) e per un altro verso trascina nell'illegalità molte persone che vedono nella furbizia e nella prepotenza l'unica via d'uscita ai loro problemi
...la sfiducia, che vicende come quella dell'Eternit purtroppo consolidano, è il frutto di un sistema giustizia in emergenza cronica da anni e dove troppo spesso non c'è risposta adeguata alla domanda di giustizia e soprattutto qualcuno smette addirittura di farla quella domanda, disperando del tutto di trovare tutela dei propri diritti (un po' come quei disoccupati che smettono di cercare lavoro)
...l'insicurezza trova poi argomenti in un sistema processuale e sanzionatorio disorganico e incerto, che si pone alti obiettivi di rieducazione ma che finisce talvolta per risultare solo poco credibile e autorevole

Tutto questo ci fa sentire assediati, dimenticandoci così che solo insieme possiamo uscirne, solo se torniamo ad assumerci le nostre responsabilità come cittadini consapevoli.
Se invece inseguiamo la demagogia e le false notizie, la mistificazione e la paura, finiremo per disgregarci e consegnarci a qualche "uomo forte" di turno, cui dare le chiavi della nostra libertà.
Sono percorsi già visti, non solo in Italia, che non solo non risolvono alcunchè, ma aggravano le difficoltà e impoveriscono il Paese anche di diritti e valori.

Io non accetto di arrendermi a questo declino nel quale tutti sono uguali, tutti sono corrotti, tutti rubano... non mi arrendo a un Paese nel quale si invocano pena di morte e simili come fosse uno scherzo... non accetto un Paese che usi la diversità per sfogare le sue paure (l'omosessuale, lo zingaro, l'arabo)...

Purtroppo il modo in cui molta stampa e i social network narrano la realtà alimenta in modo subdolo e irresponsabile queste spinte verso l'odio, la paura, la violenza come soluzione alla violenza.

In questo quadro storico e sociale voglio aggrapparmi più che mai alla Costituzione, che deve essere e deve tornare ad essere il punto di riferimento, il faro, lo spazio comune dove incontrarsi, capirsi e da cui partire per costruire un viaggio, per fare sì che i nostri passi siano un percorso e non una fuga.

Questi sono gli auguri che faccio a noi tutti e a questa "povera patria": che il 2015 non ci faccia inseguire i fantasmi delle paure e della sfiducia ma ci rimetta in cammino dietro il sogno della Costituzione.

Battiato dice che la primavera tarda ad arrivare ("Povera patria"), ma ricorda anche che il maestro sa insegnare a vedere l'alba dentro l'imbrunire... ("Prospettiva Nevsky").

Cominciamo da noi e dal nostro sguardo sul mondo e sul prossimo.

martedì 16 dicembre 2014

GLI ANTIDOTI ALL'ILLEGALITA'

Riporto qui gli appunti e i pensieri che ho condiviso nell'assemblea dell'ordine degli ingegneri di Modena, nella quale mi hanno chiesto di riflettere su etica, professione e legalità.


Modena, 14 dicembre 2014
Aula Magna della Accademia militare di Modena

Assemblea Annuale Ordine degli ingegneri di Modena
“Etica, Lavoro e professione”
  

La sfida della professionalità è una delle più importanti per ritrovare credibilità e autorevolezza; questo vale per la vostra categoria come per la mia di magistrato.

Siamo un paese dove tutti reclamano diritti o sfruttano privilegi per ciò che sono e chi conoscono ed invece noi abbiamo un vitale bisogno di parlare di doveri, di merito, di capacità e di credibilità per quello che si sa fare e che si merita.

Per questo un Pubblico Ministero come me esce dal suo ufficio e incontra studenti, insegnanti, cittadini, professionisti… perché se non seminiamo diversamente io sarò sempre destinato a raccogliere lo stesso triste raccolto di illegalità (quando mi riesce)

La storia dell’infiltrazione mafiosa la conoscete e non credo sia questa la sede per approfondirla, ma alcuni cenni fondamentali solo per ricordare a che punto siamo.
Vi è stato un radicamento di ndrangheta e camorra nei territori dell'Emilia Romagna, che poi si sono stabilizzati.
Oggi, nonostante la crisi dei casalesi, l'Emilia Romagna è la prima regione del nord per beni confiscati alla mafia; è una regione dove si sono arrestati latitanti e dove la presenza della 'ndrangheta è lontana dall'essere debellata.
Eppure vi sono stati mutamenti di natura e oggi più che di semplice infiltrazione mafiosa dobbiamo renderci conto che il volto delle organizzazione mafiose è quello del riciclaggio, della mimetizzazione mafiosa, del reinvestimento, dell’intestazione fittizia e più in generale della presenza di società a partecipazione mafiosa o comunque di natura criminale

Questa presenza è una minaccia non tanto per la sicurezza ma per lo stesso tessuto democratico ed economico dei nostri territori, soprattutto in un momento di crisi come quello che attraversiamo.
La crisi e la precarietà rappresentano una straordinaria opportunità per le mafie e in generale per chi ha accesso a capitali illeciti o è disposto a muoversi nell’illegalità:
-         Possibilità di finanziare con capitale fresco e a basso costo
-         Possibilità di offrire risparmi nei processi produttivi 
-         Possibilità di interporsi per dare vantaggi fiscali
-         Possibilità di risolvere "problemi burocratici" sfruttando la rete di relazioni con politica e classe dirigente

L’inquinamento dell’illegalità però va ben oltre la natura strettamente mafiosa e nella provincia di Modena assume nomi più tecnici, forse meno allarmanti per i cittadini o che comunque rappresentano mondi sommersi e sotto-traccia:
-         Falso in bilancio: buco nero nel quale entrano i soldi sporchi per evadere le tasse e creare fondi neri per la corruzione
-         Riciclaggio: con le colonne d'Ercole di San Marino a portata di mano
-         Turbativa di appalti: reato quasi impossibile da sconfiggere se non lo si coglie nella sua dinamica presente
-         Reati contro l’urbanistica e l’ambiente
-         Usura
-         Incendi
-         Frodi fiscali: con cui il denaro pulito diventa sporco e poi svanisce
-         Corruzione
Della corruzione stiamo parlando molto in questi giorni: vengono approvate e soprattuto prospettate di fretta e furia nuove norme: una produzione legislativa a volte utile, a volte schizofrenica, spesso demagogica, mai armonica.
In particolare sembra che si stia perdendo l'occasione di pensare a misure che incentivino la collaborazione con la giustizia, così da rompere il muro di silenzio omertoso che copre prassi illecite così diffuse nella rete del potere.
Il grande problema infatti è che le indagini, quando riescono a partire, spesso arrivano tardi e trovano tutte le carte a posto, perchè appunto anche gli appalti e le scelte degli enti locali sono apparentemente in regola ma in realtà spesso fatte su misura per gli amici da avvantaggiare, per le spartizioni da preservare.

E' molto significativo che oggi venga contestato il reato del 416 bis (associazione di stampo mafioso) a Roma e al di fuori di una collocazione mafiosa classica, ma nella quale il sistema corruttivo è il vero carattere distintivo.

Di fronte a fenomeno così estesi, endemici e radicati dobbiamo comprendere che la vera soluzione non risiede nella approvazione di nuove norme o nello stabilire nuovi controlli:noi pretendiamo di diventare onesti per decreto legge.
Ma questa folle produzione normativa spesso finisce per rendere complicata la vita agli onesti e per dare più occasioni di abuso ai furbi e ai corrotti.

Pensiamo di poter controllare tutto, affidiamo il presidio ai controllori, aggiungendo burocrazia e vanificando ogni tentativo di ridurre ad ordine e chiarezza.
La stessa tanto declamata trasparenza diventa una chimera o un’illusione se non è anche anche accompagnata da semplificazione e comprensibilità.
Oggi ci muoviamo in una montagna di regole e protocolli ma nulla sembra cambiata e anzi i sistemi criminali e paramafiosi prendono il sopravvento.
I vari controlli antimafia sono elaborati e fondamentali ma non ci mettono al sicuro e rischiano di essere meccanismi sofisticati che girano a vuoto: gli unici anticorpi che possono funzionare sempre sono anzitutto etici e professionali.

In questo il lavoro dell’Ordine può essere fondamentale:
per tutelare la credibilità e l’autorevolezza dei professionisti
per aiutare anche gli enti locali in questo lavoro
per aiutare i cittadini del territorio a comprendere le scelte
per garantire qualità e serietà nell’esecuzione dei lavori
per conoscere il mondo imprenditoriale
una vigilanza sulla forma, sui contenuti e sulla vita concreta delle aziende (penso ai cantieri)

Come scriveva il prof. Giostra qualche settimana, la crisi della fiducia nella giustizia è persino più grave della crisi della giustizia stessa. E credo che questo argomento valga anche per il mondo delle libere professioni.

Il vero grande problema è l’illegalità a norma di legge, quella che perpetua l’ingiustizia attraverso l’abuso delle regole e non violandole, quella per cui le carte sono a posto ma vincono sempre gli stessi…
Contro questa malattia del Paese dobbiamo mettere in campo due strumenti:
-         La cultura della legalità
-         Le capacità professionali

La vostra capacità intellettuale è il primo vero baluardo della vostra indipendenza e del vostro ruolo.
Il rispetto del regole è un minimo etico che non può bastare.


Articolo 54 à tutti hanno il dovere di rispettare la legge, ma chi ha responsabilità pubbliche deve farlo con disciplina ed onore

mercoledì 26 novembre 2014

La Magistratura, tra diritto e giustizia

Segnalo e incollo di seguito la riflessione del prof. Glauco Giostra comparsa qualche giorno fa sul Corriere della Sera: lettura fondamentale e molto ricca, non solo per chi lavora nella giustizia, ma anche per le premesse che spiegano il momento di crisi della fiducia nelle istituzioni e i conseguenti rischi.

In altro commento comparso su La Stampa, il prof. Grosso ha affermato, con riferimento diretto questa volta al caso Eternit) che la situazione straordinaria poteva consentire di addivenire ad una diversa interpretazione, evitando così che la prescrizione cancellasse la responsabilità per i migliaia di morti dell'amianto (su diritto penale contemporaneo trovate una rassegna dei commenti sulla vicenda Eternit, oltre a una discussione dei temi giuridici che hanno determinato quell'esito in Cassazione, nel bel articolo di Gatta: http://www.penalecontemporaneo.it/materia/-/-/-/3466-il_diritto_e_la_giustizia_penale_davanti_al_dramma_dell___amianto__riflettendo_sull_epilogo_del_caso_eternit/).

Ebbene, io non contesto che si potesse scegliere una diversa interpretazione sulla struttura del reato, così come si potrebbe allora discutere del complesso tema delle scelte fatte dalla Procura di Torino (peraltro da sempre punta di eccellenza in questo settore). Questo attiene al merito delle questioni giuridiche.
Il vero problema non è che si potesse argomentare diversamente.
Il punto è che in alcune di queste riflessioni sembra dirsi che l’argomentazione potrebbe essere scelta sulla base dell’esito ("giusto"...) che si vuole ottenere.

Io credo che il rischio sia quello di partire dalla decisione che riteniamo giusta (per nobilissimi e fondati motivi ma di tipo pregiudiziale), e DOPO scegliamo l’argomento che ci aiuta ad arrivare dove volevamo arrivare.

Così facendo finiamo per valicare confini pericolosi sotto molti punti di vista.

La magistratura non deve chiudersi in un atteggiamento burocratico e tecnico: può ancora svolgere un fondamentale lavoro di attuazione della Costituzione, applicando le leggi in modo conforme ai principi costituzionali e invocando l'intervento della Consulta quando le norme siano in insanabile contrasto con la Carta fondamentale.
Ma questa vigilanza costituzionale e questa tensione a dare una risposta di giustizia non solo formale non può giustificare travalicamenti della funzione giurisdizionale.

Se sapremo fare questo avremo ancora titolo e credibilità per reclamare la nostra indipendenza nell'interesse della legalità e dell'uguaglianza dei cittadini.



Giudice, fai il giudice
Cresce lo scarto tra aspettative e sfiducia 
Il magistrato legislatore non è un rimedio 


di Glauco Giostra
Corriere della Sera

Vi è qualcosa di persino più grave della crisi della giustizia, di cui si 
parla giustamente tanto: la crisi di fiducia nella giustizia. Per una società democratica è di vitale importanza che il popolo creda nella giustizia amministrata in suo nome; 
ancora più importante, arriverei a dire, del metodo usato e dei risultati ottenuti. Mette a rischio la propria tenuta sociale una collettività che non sia in grado di consegnare con fiducia a un soggetto imparziale il potere di emettere, al termine di un itinerario che essa stessa ha delineato con le sue leggi, una decisione che è poi disposta a rispettare come verità (res iudicata pro veritate habetur). 

Un popolo che non crede nella propria giustizia si rassegna fatalmente ad accettare quella del più forte. La crescente disaffezione per la giustizia, quindi, non può essere sconsideratamente percepita come un incendio al di là del fiume: è, invece, un insidioso agente corrosivo delle già non solide basi democratiche del Paese. 
Nelle società occidentali, orfane dei fondamentali riferimenti ideologici e religiosi, deprivate della forza aggregante della tradizione, disorientate e anomiche, la giurisdizione è divenuta l`unico fattore di coesione, l`ultima autorità cui rimettere la risoluzione di contrasti e di problemi. 

Insomma, l`Enea della società moderna pretende di camminare stando sulle vecchie spalle dell`Anchise della giustizia. Tanto che si parla di democrazia giudiziaria. Fatalmente, l`imponenza del compito si scontra talvolta con l`inadeguatezza delle risorse, nonché con i limiti insiti nel metodo di conoscenza della giurisdizione: il processo. La risposta giudiziaria risulta spesso tardiva, talvolta insoddisfacente, anche per il perdente paragone con il processo allestito dai media dinanzi al tribunale dell`opinione pubblica, apparentemente più trasparente, meno formalistico e più celere. 

Nel nostro Paese, la forbice tra aspettative e sfiducia risulta pericolosamente divaricata. Da un lato, infatti, una politica in pluridecennale crisi di autorevolezza demanda alla magistratura le decisioni che essa non vuole o non riesce a prendere. 
Dall`altro, un`improvvida inflazione legislativa, sistemi processuali farraginosi, endemiche carenze di personale (togato e non), di mezzi e di strutture sono concause di una giustizia lentissima e inadeguata, che ci espone a umilianti condanne da parte della Corte europea dei diritti dell`uomo per l`irragionevole durata dei processi e 
per il trattamento inumano riservato ai reclusi. 

Difficile riporre fiducia in una giustizia che esibisce queste credenziali, tanto più se a ciò si aggiunge la sciagurata, irresponsabile opera di delegittimazione condotta negli ultimi vent`anni da una certa politica paranoicamente ossessionata da complotti giudiziari, o che almeno ha finto di esserlo. 
Ma la sfiducia non dipende soltanto dall` inefficienza del sistema e dall`insistita, interessata opera di discredito, pervicacemente esercitata con ampio dispiegamento di mezzi mediatici. 
Corresponsabile una politica legislativa forte con i deboli e debole con i forti, si è ormai diffusa, nella collettività, la percezione di una giustizia diseguale e lontana. Troppo spesso, agli ultimi della società (gli invisibili, gli immigrati, i disoccupati, 
gli emarginati) la legge mostra solo il volto della pretesa («contro i poveri c`è sempre la giustizia» direbbe Manzoni); mentre agli esponenti del potere politico, economico, ecclesiastico, mostra quello del protettivo privilegio (come la composizione demografica dell`inferno carcerario dimostra). In mezzo ci sono tutti gli altri, 
che riescono a far valere il proprio diritto soltanto se «sopravvivono» a quella selezione naturale che - in una sorta di darvinismo giudiziario consente a pochi, provvisti di particolari risorse, economiche e psicologiche, di superare il lunghissimo percorso a ostacoli di un processo. In genere, il cittadino medio si avvicina alla giustizia con intimidita rassegnazione, come il protagonista de La verità di Pirandello, certo Tararà: «Accettava l`azione della giustizia come una fatalità 
inovviabile. Nella vita c`era la giustizia, come per la campagna le cattive annate. E la giustizia, con tutto quell`apparato solenne di scanni maestosi, di tocchi, di toghe e di pennacchi, era per Tararà come quel nuovo grande molino a vapore, che s`era inaugurato con gran festa l`anno avanti. Visitandone con tanti altri curiosi il macchinario», Tararà s`era sentito «sorgere dentro e a mano a mano ingrandire, con lo stupore la diffidenza. Ciascuno avrebbe portato il suo grano a quel molino; ma chi avrebbe poi assicurato agli avventori che la farina sarebbe stata quella stessa del grano versato? Bisognava che ciascuno chiudesse gli occhi e accettasse con rassegnazione la farina  che gli davano. Così ora, con la stessa diffidenza, ma pur con la stessa rassegnazione, Tararà recava il suo caso nell`ingranaggio della giustizia». 
Questa è, a un dipresso, purtroppo, la giustizia «percepita». Non sfugge il pericolo che si annida in una tale situazione. Sinora si è sempre giustamente detto che dobbiamo garantire l`indipendenza della magistratura da ogni altro potere per assicurare l`uguaglianza dei cittadini; oggi c`è il rischio che i cittadini, avvertendo l`ingiustizia del sistema nonostante l`indipendenza della magistratura, non abbiano più interesse a difenderla e affidino ad altri poteri, ai loro occhi più affidabili (poteri politici, economici, corporativi, se non, talvolta, criminali), la tutela dei loro interessi. China quanto mai democraticamente scivolosa per uno Stivale come il nostro, sempre così pronto a calzare il piede dell`uomo della provvidenza di turno.

 Di certo, una tale deriva democratica sarebbe solo in minima parte addebitabile a responsabilità dei magistrati, ma altrettanto sicuramente sarebbe la loro indipendenza a farne le spese (pubblico ministero «sotto» l`esecutivo, discrezionalità dell`azione penale, Csm a prevalente composizione politica). 
Il vistoso iato tra le demiurgiche attese riposte nella giustizia e la diffusa sfiducia sociale nella stessa non ha mancato di proiettare i suoi effetti anche sul modo in cui alcuni magistrati - ancora una minoranza, per fortuna - vivono oggi il proprio ruolo. 

Alcuni, percependo che, nonostante tutto, la giustizia è l`ultima istanza in una società in decomposizione civile e morale, si abbandonano a protagonismi improntati a una visione tolemaica della giurisdizione, vista come unico centro di irradiazione 
etica della società, come l`unico strumento di redenzione. Sentendosi investiti di una 
missione salvifica, si esibiscono in rodomontate giudiziarie, spesso controproducenti per la stessa causa che in buona fede ritengono di servire. 

Alla base di questi atteggiamenti vi è un pericoloso fraintendimento: si confonde la fiducia che la collettività deve avere nella giustizia con il consenso guadagnato alla singola iniziativa giudiziaria; consenso irrilevante e caduco, quando non pernicioso. 
In altri si registra, sul fronte opposto, una crescente disaffezione, un disagio, quasi una tentazione di esodo dalla funzione giurisdizionale (richieste di incarichi extragiudiziari, di collocamento fuori ruolo, di trasferimento verso uffici di minor impegno, di prepensionamenti, fughe verso la politica). L`«autopercezione» sociale del magistrato è svilita e mortificata. Egli sente, frustrante, un deficit di consenso collettivo rispetto alla funzione che è chiamato a svolgere, e ciò troppo spesso lo induce a derubricarla a rassegnata gestione impiegatizia dei suoi compiti, moderno Sisifo impegnato a smaltire incombenze sempre crescenti, attento a schivare rischi e responsabilità, concentrato sulla tutela del proprio  status e delle proprie aspettative. Rassicura il fatto che la maggioranza dei magistrati ancora resista ad entrambe queste opposte «tentazioni»; preoccupa, che siano sempre di meno.

Lo scarto tra ciò che impropriamente si pretende dalla giustizia e ciò che questa può garantire si riflette, poi, persino sul modo di interpretare e di applicare la legge. Capita sempre più spesso, infatti, che la magistratura, anche nel suo vertice 
di legittimità - messa di fronte a situazioni in cui il rispetto della legalità produrrebbe vistose ingiustizie sostanziali; tenuta a dar seguito a pronunce della Corte europea senza che l`ordinamento gliene offra gli strumenti normativi; costretta ad applicare disposizioni di palese incostituzionalità; impotente testimone dì evidenti abusi delle garanzie - risolva i problemi dando vita a una «giurisprudenza legislativa», spesso 
apprezzabile nel risultato, mai nel metodo. Gabellandole per interpretazioni di carattere sistematico, ovvero costituzionalmente o convenzionalmente orientate, si effettuano operazioni che con il genus interpretazione nulla hanno a che fare; mentre molto assomigliano a una impropria attività di supplenza rispetto alla inerzia o alle 
inadeguatezze del potere legislativo. 


Quando la formulazione lessicale viene considerata plastilina linguistica tra le dita dell`interprete, che può modellarla alla bisogna, questi non applica la norma, la forgia. La necessità di superare delicati problemi contingenti può spiegare la forzatura, mai giustificarla, perché simili operazioni comportano un preoccupante travalicamento delle prerogative istituzionali del potere giudiziario. Producono, infatti, una pericolosa commistione di metodo e obiettivi tra la decisione politica e la decisione giudiziaria. L`agire politico guarda al futuro, si orienta verso determinati 
obiettivi, cerca i mezzi più idonei per conseguirli e risponde dei risultati ottenuti. L`attività giurisdizionale, invece, guarda al passato e opera secondo lo schema «se si è verificato un tale fatto... allora ...», ma il procedimento per accertalo e le conseguenze da farne derivare sono determinati dalla legge. Il giudice, proprio affinché la sua attività sia sottratta alla critica politica, deve rispondere esclusivamente della corretta applicazione della legge, non essendogli non solo richiesto, ma neppure consentito, di farsi carico degli effetti della propria decisione: se evade dallo schema legale - che è a un tempo la sua gabbia e il suo scudo - e si spinge a fare scelte politiche, prima o poi sarà chiamato politicamente a 
risponderne. Resta, inevasa, una domanda: c`è ancora un sentiero, per quanto stretto, che la magistratura può - e se può, deve - percorrere per assolvere al suo alto mandato pur nella difficilissima situazione data? Per non deludere, senza esondare dalle sue prerogative istituzionali? Per rappresentare ciò di cui questa società ha più bisogno: 
un riferimento fermo di giustizia e di etica civile?

Azzardo una risposta. Spero non suoni semplicistica, ma viviamo un tempo in cui riaffermare l`ovvio è spesso rivoluzionario. Il miglior servizio che la magistratura può oggi rendere alla collettività è compiere il suo dovere nonostante, amministrando 
con compostezza, refrattaria a suggestioni e pressioni, la giustizia possibile nelle condizioni date. Non abbiamo bisogno di Savonarola in toga, né di burocratici travet della giustizia, ma di magistrati che assolvano al loro ufficio - si conceda l`ossimoro - con umile orgoglio: l`orgoglio di esercitare la più alta funzione sociale, quella di 
giudicare; l`umiltà di sentirsi comunque - in quanto uomini - inadeguati al compito. Abbiamo bisogno di magistrati che svolgano il loro delicato compito nec spe, nec metu (né con speranza né con timore); che sappiano esprimere accoglienza, trasparenza e rispetto ai Tararà che a qualsiasi titolo varcano il portone del Palazzo di giustizia; che operino con equilibrio, competenza, impegno, riserbo, rigorosamente all`interno del recinto della legalità; che difendano strenuamente 
la loro indipendenza da interferenze esterne e interne al potere giudiziario. 
Fortunatamente sono tantissimi i magistrati così; ma non abbastanza da far «percepire» la giustizia come il rassicurante, vitale, silenzioso respiro della democrazia. 

giovedì 20 novembre 2014

La cattiva legge

"Ogni legge trasgredito troppo spesso è cattiva; spetta al legislatore abrogarla o emendarla, per impedire che il dispregio in cui è caduta quella stolta ordinanza si estenda ad altre leggi più giuste" (Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar)

Il consiglio del saggio imperatore Adriano non è stato raccolto.

In mezzo alla giungla di leggi che infesta il nostro Paese è cosi prosperato dapprima il dispregio per la "stolta ordinanza" e poi anche quello per le "norme giuste". 

Fino ad oggi, un presente nel quale continuamente la legalità è negata e le prassi calpestano le regole, buone o cattive che siano...
Nessuno scandalo, poco rispetto da parte di tutti e pochissima indignazione.

Ormai questa cultura della norma fai-da-te è diventata un tratto della vulgata popolare, per cui ciascuno di noi si ritaglia la regola a proprio uso e consumo.
Sì, ok, la regola direbbe così, ma in questo caso bisogna fare un'eccezione...
Siamo 60 milioni di eccezioni.

Certo, le regole non saranno mai un vestito su misura ritagliato da un sarto per ciascuno di noi.
Le regole sono per loro natura (esclusi gli obbrobri ad personam) generali ed astratte e aspirano appunto a disciplinare come una data situazione debba funzionare per tutti.

"I know the rules but the rules do not know me"
(Io conosco le regole ma le regole non conoscono me, 
Eddie Vedder, Into the wild soundtrack)

Il grande Eddie ha ragione, ma lui parla da poeta e, appunto, conosce le regole.

Il loro limite è che quindi che non conoscono ciascuno di noi e quindi ci possono sembrare troppo rigide o comunque ingiuste...
Ma loro ricchezza è grandezza risiede proprio nel (tentare di) creare uno spazio nel quale siamo tutti uguali e quindi siamo tutti liberi di esprimere le nostre capacità e scelte perché tutti partiamo dalle medesime opportunità e dobbiamo confrontarci secondo i medesimi criteri.

Abbiamo perso questa consapevolezza.
Abbiamo perso il senso di legalità e l'amore per l'uguaglianza: ci preoccupiamo quasi sempre solo dei nostri interessi e del nostro punto di vista, dimenticandoci che la libertà individuale passa per il rispetto delle regole da parte di ciascuno.

Ecco perché il male di questo Paese non sono anzitutto le leggi cattive o le mancate riforme ma il mancato rispetto delle norme vigenti: sia da parte dei cittadini , sia ancor prima da parte degli uomini che hanno responsabilità pubbliche.

Per questa ragione è meglio una legge abrogata che una legge calpestata quotidianamente, perché nel secondo caso si sta anche seminando dispregio per le istituzioni e sfiducia nel patto sociale.

Ecco perché amo il diritto e mi indigna vederlo piegato, calpestato, tradito, insultato.
Ecco perché, infine, il futuro di questo Paese non dipende tanto da quali leggi saranno approvate in futuro ma da quanto sapremo recuperare senso della legalità e rispetto per le regole,

"Bisogna essere onesti per vivere fuorilegge" (Bob Dylan)

...la nostra povera patria invece è infestata da fuorilegge disonesti e furbetti.

Cominciamo a cambiarlo rispettando e facendo rispettare le norme, a cominciare da quelle bellissime della Costituzione.