Tre gradi di separazione tra quello la verità, che vorremmo tutta e subito, e l'accertamento processuale, che si costruisce faticosamente e nel tortuoso cammino dei tre gradi, appunto...
In questi giorni, ancor più del solito, si leggono e si ascoltano commenti disorientati di fronte al ribaltamento di sentenze nei gradi successivi (l'assoluzione di Berlusconi in Appello, quella di Dolce & Gabbana in Cassazione e la condanna di Minzolini in Appello).
Come al solito premetto di voler fare una riflessione generale, per rispetto di quelle decisioni, perché non conosco le carte e le questioni affrontate e perché il caso specifico mi interessa poco mentre mi pare importante comprendere e riflettere sui meccanismi processuali, che non riguardano pochi imputati eccellenti, ma migliaia di cittadini (imputati e persone offese...).
Prima di tutto osservo quanto siano illogiche le nostre reazioni di fronte a decisioni inaspettate.
Se ci riflettessimo con qualche freddezza, ci dovrebbe apparire evidente che in linea di massima dovremmo avere fiducia per una decisione presa dai giudici naturali precostituiti (e selezionati per concorso) che hanno letto e studiato tutte le prove...
E invece no, perché per qualche folle e infantile ragione pensiamo di sapere noi la soluzione giusta, come se qualche resoconto giornalistico potesse sostituire la conoscenza dei fatti e delle questioni giuridiche.
Questa banale considerazione non vuole censurare qualsiasi critica alle sentenze, ma indurrebbe quanto meno a toni meno sprezzanti e a un atteggiamento in generale più prudente e conscio dei propri "pre-giudizi" (Tizio lo sanno tutti che è un corrotto, Caio è un evasore, ecc...).
Il principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza non deve restare solo un enunciato ma esiste proprio perché la storia e la storia del diritto hanno dimostrato quanto sia difficile e incerta la ricerca della verità processuale e per questo è necessario grande sobrietà fino a che non si giunge a una sentenza definitiva.
I gradi di giudizio non sono inutili orpelli proprio perchè il processo è un fatto anche tecnico e complesso che risponde a molte regole ed esigenze e che fisiologicamente può condurre persone preparate e perfettamente in buona fede a convincimenti diversi.
Questo riconoscimento della fragilità e della difficoltà dell'accertamento non deve spaventare o scandalizzare ma anzi ci fa comprendere quanto sia importante che diverse persone in più passaggi possano verificare i fatti, valutare l'attendibilità degli elementi di prova, soppesare eccezioni ed argomenti difensivi fino a prendere la decisione finale.
Questa gradualità assume connotati particolari nel processo penale.
Anzitutto perché dovendosi applicare anche gravi sanzioni limitative della libertà personale, l'ordinamento richiede che la prova sia al di là di ogni ragionevole dubbio. Quindi molto più di un semplice convincimento fondato... e infatti come pubblico ministero non è raro farsi un'idea precisa di certi fatti ma poi arrivare a chiedere l'assoluzione perché non si è riusciti a darne prova al di là di ogni ragionevole dubbio nel processo.
Questo ci rende uno Stato di diritto e di queste garanzie dobbiamo andare orgogliosi.
Inoltre il processo penale non deve stabilire se Tizio è una brava persona o se Caio è un delinquente, ma soltanto se l'imputato sia effettivamente responsabile di un fatto di reato e punibile.
L'assoluzione non è una benedizione e non di rado deriva dal fatto che sono state sì accertate condotte anche scorrette e illegittime, ma queste non hanno superato la soglia della rilevanza penale e che quindi magari possono considerarsi solo illeciti civili, amministrativi o disciplinari... o ancor più semplicemente comportamenti eticamente censurabili ma non vietati.
Tanto per fare un esempio, deve essere chiaro che in Italia la semplice evasione delle imposte non è reato se non deriva da condotte specifiche e fraudolente (ad esempio l'utilizzo di fatture false).
Ecco che allora condanna e assoluzione devono essere lette nel loro contenuto tecnico e complesso e questo ci aiuterebbe anche a metabolizzare come fisiologico (almeno in generale) il fatto che possano esserci esiti diversi mano a mano che si approfondisce e verifica la questione.
E nemmeno potremmo accettare o ipotizzare un sistema nel quale i gradi successivi possano servire solo a beneficio dell'imputato: un errore di valutazione può anche essere fatto a suo favore e quindi è del tutto logico e rispettoso proprio del principio del contraddittorio consentire anche all'accusa (e quindi anche alle vittime del reato....) di far valere le sue ragioni nei gradi successivi.
E d'altronde il gradimento o meno da parte della massa di una decisione non ha nulla a che vedere spesso con la sua giustizia.
Il processo a Gesù Cristo è un precedente eloquente sul punto...
"Mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi ci governa" (Ennio Flaiano) // "La Costituzione: ciò che ci siamo dati nel momento in cui eravamo sobri, a valere per i momenti in cui siamo sbronzi." (G. Zagrebelsky)
"the problems we all live with" di norman rockwell
mercoledì 29 ottobre 2014
giovedì 23 ottobre 2014
Dal lamento all'indignazione
"One man with courage makes majority" (Andrew Jackson)
Un uomo solo dotato di coraggio fa maggioranza....
Questa splendida citazione mi è capitata sotto gli occhi sfogliando la prefazione di Bobby Kennedy al libro con cui il fratello John, ancora giovane e semi-sconosciuto politico, vinse il premio Pulitzer nel 1957: Profiles in courage.
Ho tirato fuori questo piccolo volume perché spesso mi ritornano in mente quelle storie di uomini politici che hanno pagato un prezzo altissimo per una scelta coraggiosa: JFK ripercorre alcune vicende emblematiche di statisti che seppero opporsi alla maggioranza e uscirono dal coro per difendere con coraggio un principio e per quel principio nell'immediato pagarono un prezzo altissimo.
Quel libro però non celebra le scelte politiche di chi semplicemente e narcisisticamente sceglie di stare dalla parte giusta senza mai sporcarsi le mani, come tanti puristi incapaci poi di assumersi il carico e l'onere di cambiare davvero le cose.
No, quello non è coraggio ma vanità.
Quella è la politica irresponsabile dei principi: "chi agisce secondo l'etica dei principi non si occupa del fatto che a seguito di una decisione giusta le circostanze possano peggiorare lo stato dei fatti; [...] l'etica della responsabilità, invece, per ogni decisione tiene conto delle conseguenze prevedibili e ingloba nell'idea di giustizia anche le conseguenze perché tiene conto dei difetti degli esseri umani e non attribuisce agli altri le conseguenze del proprio agire" (dal libro di Francesco Piccolo "Il desiderio di essere come tutti", che a sua volta ripercorre una conferenza tenuta da Max Weber nel 1919)
Oggi abbiamo la sfortuna di vedere troppo spesso politici che uniscono la mancanza di coraggio ad una sterile etica dei principi.
Incapaci di affrontare decisioni difficili e di dire la verità ai cittadini, se scelgono di difendere un principio lo fanno per estremismo e lasciano che a pagare le conseguenze siano gli altri e non loro stessi.
Questo male della politica credo che sia un riflesso di un male individuale e sociale molto diffuso, in cui ciascuno di noi si sta abituando soprattutto a puntare il dito contro le colpe altrui e a inseguire l'applauso oggi piuttosto che a sacrificarsi per qualcosa di giusto domani.
Forse è la stessa differenza che passa tra il lamentarsi - l'atteggiamento di chi dimostra insofferenza senza fiducia nel cambiamento e senza il coraggio di lavorare per esso - e l'indignarsi - un moto profondo dell'anima che scuote le fondamenta dell'individuo e lo tira fuori di sé, per ribellarsi a ciò che di ingiusto accade attorno a lui, senza curarsi del prezzo da pagare.
Se spesso osserviamo imperversare una politica fatta di slogan, che insegue gli umori della massa e strizza l'occhiolino al populismo, rivolgendosi alle nostre pance invece che alle nostre teste, non incolpiamo solo i politici senza spina dorsale che inseguono l'audience, perché sono i figli delle nostre facili lamentele.
Siamo noi i primi a chiedere e cercare capri espiatori su cui sfogarci piuttosto che responsabilità da assumerci.
La politica di cui abbiamo un disperato bisogno per ritrovare speranza nel futuro è quella che invece sa dire la verità anche quando è scomoda, quella che sceglie la strada difficile e non illude con le scorciatoie, quella che ascolta la base ma poi sa anche guidare il popolo e non soltanto inseguire la massa e aizzare la piazza.
"Un uomo fa quel che deve, a dispetto delle conseguenze personali, a dispetto degli ostacoli e dei pericoli e delle pressioni... e questa è la base di tutta la moralità umana" (J.F. Kennedy, Profiles in courage)
Un uomo solo dotato di coraggio fa maggioranza....
Questa splendida citazione mi è capitata sotto gli occhi sfogliando la prefazione di Bobby Kennedy al libro con cui il fratello John, ancora giovane e semi-sconosciuto politico, vinse il premio Pulitzer nel 1957: Profiles in courage.
Ho tirato fuori questo piccolo volume perché spesso mi ritornano in mente quelle storie di uomini politici che hanno pagato un prezzo altissimo per una scelta coraggiosa: JFK ripercorre alcune vicende emblematiche di statisti che seppero opporsi alla maggioranza e uscirono dal coro per difendere con coraggio un principio e per quel principio nell'immediato pagarono un prezzo altissimo.
Quel libro però non celebra le scelte politiche di chi semplicemente e narcisisticamente sceglie di stare dalla parte giusta senza mai sporcarsi le mani, come tanti puristi incapaci poi di assumersi il carico e l'onere di cambiare davvero le cose.
No, quello non è coraggio ma vanità.
Quella è la politica irresponsabile dei principi: "chi agisce secondo l'etica dei principi non si occupa del fatto che a seguito di una decisione giusta le circostanze possano peggiorare lo stato dei fatti; [...] l'etica della responsabilità, invece, per ogni decisione tiene conto delle conseguenze prevedibili e ingloba nell'idea di giustizia anche le conseguenze perché tiene conto dei difetti degli esseri umani e non attribuisce agli altri le conseguenze del proprio agire" (dal libro di Francesco Piccolo "Il desiderio di essere come tutti", che a sua volta ripercorre una conferenza tenuta da Max Weber nel 1919)
Oggi abbiamo la sfortuna di vedere troppo spesso politici che uniscono la mancanza di coraggio ad una sterile etica dei principi.
Incapaci di affrontare decisioni difficili e di dire la verità ai cittadini, se scelgono di difendere un principio lo fanno per estremismo e lasciano che a pagare le conseguenze siano gli altri e non loro stessi.
Questo male della politica credo che sia un riflesso di un male individuale e sociale molto diffuso, in cui ciascuno di noi si sta abituando soprattutto a puntare il dito contro le colpe altrui e a inseguire l'applauso oggi piuttosto che a sacrificarsi per qualcosa di giusto domani.
Forse è la stessa differenza che passa tra il lamentarsi - l'atteggiamento di chi dimostra insofferenza senza fiducia nel cambiamento e senza il coraggio di lavorare per esso - e l'indignarsi - un moto profondo dell'anima che scuote le fondamenta dell'individuo e lo tira fuori di sé, per ribellarsi a ciò che di ingiusto accade attorno a lui, senza curarsi del prezzo da pagare.
Se spesso osserviamo imperversare una politica fatta di slogan, che insegue gli umori della massa e strizza l'occhiolino al populismo, rivolgendosi alle nostre pance invece che alle nostre teste, non incolpiamo solo i politici senza spina dorsale che inseguono l'audience, perché sono i figli delle nostre facili lamentele.
Siamo noi i primi a chiedere e cercare capri espiatori su cui sfogarci piuttosto che responsabilità da assumerci.
La politica di cui abbiamo un disperato bisogno per ritrovare speranza nel futuro è quella che invece sa dire la verità anche quando è scomoda, quella che sceglie la strada difficile e non illude con le scorciatoie, quella che ascolta la base ma poi sa anche guidare il popolo e non soltanto inseguire la massa e aizzare la piazza.
"Un uomo fa quel che deve, a dispetto delle conseguenze personali, a dispetto degli ostacoli e dei pericoli e delle pressioni... e questa è la base di tutta la moralità umana" (J.F. Kennedy, Profiles in courage)
lunedì 20 ottobre 2014
Di che cosa parliamo quando parliamo di sentenze?
Il deposito delle motivazioni con cui la Corte d'Appello di Milano ha mandato assolto Silvio Berlusconi nella vicenda c.d. "Ruby" (che potete trovare qui http://www.penalecontemporaneo.it/materia/-/-/-/3364-caso_berlusconi_ruby__le_motivazioni_della_sentenza_della_corte_d_appello_di_milano/) ha aperto due fronti di discussione che temo finiscano per confondere ancora di più i cittadini e per indebolire la loro fiducia nella giustizia e nelle istituzioni.
Per un verso si è detto che quella assoluzione è figlia della modifica fatta dalla legge Severino ai reati di corruzione e concussione.
Non intendo entrare nel merito della vicenda, ma ritengo importante fare alcuni ragionamenti di carattere generale.
Intanto mettiamo ordine (seppure semplificando terribilmente!).
Siamo di fronte a corruzione quando pubblico ufficiale corrotto e corruttore si accordano per un reciproco vantaggio aderendovi liberamente (ad esempio il pubblico ufficiale si prende la tangente o altra utilità e il privato ottiene quel che gli serve... come si trattasse di un contratto illecito).
Il reato di concussione era costruito invece come una sorta di estorsione realizzata dal pubblico ufficiale, che costringeva la vittima a dargli denaro o altra utilità (non più un accordo, ma una costrizione mediante violenza o minaccia, in cui la controparte diventa vittima non punibile invece che complice).
La legge Severino (n. 190 del 2012) ha innovato in particolare smembrando il reato di concussione in due fattispecie:
- quando il pubblico ufficiale costringe in maniera assoluta, la controparte sarà una semplice vittima (concussione per costrizione, 317 cp)
- quando il pubblico ufficiale induce ma non costringe, la controparte è anch'essa punita seppure con pena inferiore (induzione indebita, 319 quater c.p.)
Queste nuove norme non prevedono esplicitamente un nuovo elemento costitutivo per il delitto di concussione per induzione, tuttavia le Sezioni Unite della Cassazione (SSUU 24/10/2013 n. 12228, http://www.penalecontemporaneo.it/materia/2-/19-/-/3285-sulle_differenze_tra_i_delitti_di_concussione_e_di_induzione_indebita_a_dare_o_promettere_utilit_/) hanno ritenuto di indicare di fatto un nuovo elemento che deve essere provato proprio per la fattispecie di induzione indebita (319 quater cp), ovvero un "indebito vantaggio" per il concusso, che proprio perché non più solo vittima ma complice cederebbe alla pressione del pubblico ufficiale ma per un tornaconto, che deve essere dimostrato dall'accusa.
Secondo la Corte d'Appello di Milano, per venire al nostro caso, nel processo a Berlusconi sarebbe mancata proprio la prova di questo indebito vantaggio per Ostuni, oltre ad aver ritenuto carente anche la prova del fatto che l'imputato sapesse della minore età della ragazza.
Di qui l'assoluzione su entrambi i capi di imputazione.
Gli argomenti, tra gli altri, di Marco Travaglio (http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/17/processo-ruby-avevamo-ragione-noi/1158741/) mi sembrano forzati e mirano a dare una lettura tutta politica e strumentale alle modifiche, senza chiarire che invece per l'assoluzione di Berlusconi è stata determinante soprattutto l'interpretazione che della legge Severino ha dato la Cassazione, e non semplicemente la legge di per sé (della qui bontà o meno si dovrebbe discutere a prescindere egli effetti sul caso specifico).
Se non vogliamo leggi ad personam dobbiamo anche evitare ragionamenti ed interpretazioni contra personam.
Inoltre, dovremmo tornare ad essere capaci di censurare eticamente i comportamenti, senza pretendere che per questi vi sia una condanna penale! Una condotta può ben essere illegittima, inopportuna o eticamente censurabile senza che per questo sia un reato.
Questo vale tanto di più per gli uomini con responsabilità pubbliche, che non solo devono rispettare la legge (come tutti), ma farlo anche con disciplina ed onore... (articolo 54 Costituzione)
Delegare il giudizio politico e morale al processo penale è uno dei grandi mali della discussione pubblica e politica di questo Paese.
Ai processi dobbiamo chiedere di ricostruire i fatti ma non possiamo affidare loro il giudizio sulle persone e sulle conseguenze politiche delle loro azioni.
Altro fattore di disorientamento in questa vicenda sono le dimissioni del Presidente del collegio di tre giudici che ha assolto Berlusconi.
Un autorevole firma del Corriere della Sera (Ferrarella) ha scritto che queste dimissioni sarebbero intervenute non a caso subito dopo il deposito delle motivazioni (scritte da un altro giudice), proprio a manifestare il faticoso rispetto ma anche l'insofferenza verso una decisione che sarebbe stata presa a maggioranza contro la sua opinione.
Questa ricostruzione (e quindi la correlazione tra decisione presa e dimissioni) non è stata direttamente smentita e ovviamente si sono aperte interpretazioni e la dietrologia ha fatto il suo corso.
Tutto questo danneggia l'autorevolezza della sentenza e del collegio che ha preso questa decisione, che può essere discussa ma va rispettata e potrà essere superata o smentita solo da una diversa interpretazione della Cassazione.
Quanto accade nella camera di consiglio, ovvero nello spazio riservatissimo in cui i tre giudici di un collegio discutono liberamente e prendono la decisione, è assolutamente segreto proprio per evitare di indebolire l'unica parola che ha valore, ovvero quella del dispositivo della sentenza e delle sue motivazioni.
Penso anche alle esternazioni di De Magistris, che ben poteva anche aspramente criticare nel merito la decisione di condannare lui e Genchi (ne avrebbe avuto e ne avrà gli argomenti...), ma il punto di partenza doveva essere (soprattutto per un magistrato e un uomo delle istituzioni) accettare la decisione e le sue conseguenze.
La strada, a mio modesto parere, era quella di prendere atto della sentenza, dimettersi e dal minuto successivo combattere in tutti i modi per vedersi riconosciute le proprie ragioni nel processo, senza per ciò dover delegittimare e attaccare i magistrati, con una modalità che ricorda tristemente da vicino quegli uomini pubblici irresponsabili che lo stesso De Magistris si riprometteva di combattere con il suo impegno in politica.
La difesa della legalità passa attraverso il rispetto delle regole e delle istituzioni e non contro di queste e a prescindere da queste.
lunedì 13 ottobre 2014
Vangelo, Capitale e sentieri per un economia più giusta
Pubblico la lettera aperta spedita al Presidente del Consiglio Renzi dall'amico Matteo Prodi, mio parroco a Zola Predosa e autore di "Sentieri di felicità" (Cittadella Editrice , 2013)
Pregiatissimo signor primo ministro Matteo Renzi,
Le scrive un parroco della provincia di Bologna, comune di Zola Predosa, comune che Lei ha visitato per salutare il grande investimento di una azienda di sigarette e visitare una floridissima azienda dell'e-commerce. Mi unisco a Lei per rallegrarmi di due raggi di sole nel panorama così triste dell'Italia che Lei governa.
Mi sono risuonate due letture, pensando alla sua presenza qui vicino a noi.
La prima è una pagina del Vangelo secondo Matteo (20,1-16), la parabola degli operai inviati a lavorare nella vigna. Ci sono moltissimi elementi interessantissimi:
a) il vignaiolo è come ossessionato nell’offrire a tutti coloro che incontra la possibilità di lavorare nella sua vigna.
b) Il suo essere imprenditore ha, quindi, come finalità il coinvolgimento del più alto numero possibili di persone nella sua attività.
c) A tutti è dato un denaro, cifra sufficiente e necessaria per una vita dignitosa; a tutti un denaro, indipendentemente dal numero di ore lavorate.
d) Il dipendente, che ha lavorato tutta la giornata e va a ricevere la paga, ha un problema definibile come un problema di felicità. Non riesce a condividere il bene ed è roso dall’invidia.
e) E così non capisce la bontà del padrone, il bene che il padrone crea e desidera creare.
La seconda lettura è il best seller dell'economia, il libro di Piketty, Il capitale nel XXI secolo, dove si cerca di dimostrare che il principale fattore destabilizzante è il fatto che il tasso di rendimento del capitale è, ormai strutturalmente, più alto del tasso di crescita del reddito e del prodotto. Ne consegue che “l'imprenditore tende inevitabilmente a trasformarsi in rentier (cioè uno che vive di rendita), e a prevaricare sempre di più chi non possiede nient'altro che il proprio lavoro. Una volta costituito, il capitale si riproduce da solo e cresce molto più in fretta di quanto cresca il prodotto. Il passato divora il futuro.” (pag 920 della traduzione italiana edita da Bompiani)
La traiettoria delineata dai due scritti è fin troppo convergente: la ricchezza deve essere usata per creare lavoro, felicità pubblica, bene comune e processi di eguaglianza, altrimenti rischia di essere iniqua. Piketty propone come soluzione una tassa progressiva sul capitale privato, che in Italia ammonta a sette volte tanto il reddito nazionale. Non so dire se sia tecnicamente possibile. Ma credo che sia una utopia da perseguire a tutti i costi, spiegando ai nostri concittadini e a tutti gli europei che è l'unico modo vero per garantire un nuovo sviluppo al vecchio continente.
Non basta salutare qualche caso isolato. Occorre che l'Italia sia rifondata da capo su questo schema, che, credo, è assolutamente in linea con la nostra Costituzione. Se è nell'economia che il passato divora il futuro, la vera rottamazione da compiere è il sistema di accumulazione del capitale che sta rendendo ricchissimo lo 0,1% della popolazione occidentale e italiana, e mandando sul lastrico molto più del 90% delle persone.
In ogni caso, buone letture: spero che il Vangelo la accompagni ogni giorno e che la tortura di leggere più di 900 pagine di Piketty Le faccia altrettanto bene quanto ha fatto a me; e buon lavoro!
Don Matteo Prodi
mercoledì 1 ottobre 2014
DISTRAZIONE DI MASSA
La verità è che in Italia per difendere le ragioni di una categoria, ci vorrebbe sempre l'intervento di un'altra categoria, perché ormai siamo pervasi di sfiducia e cinismo e pensiamo sempre che tutti vogliano solo salvare se stessi e parlino sempre per difendere i propri interessi, anzi privilegi!
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| Faldoni nel Tribunale di Catanzaro |
D'altronde il luogo comune ci rassicura e ci consente di avere un bersaglio grosso e facile contro cui scagliare insoddisfazioni e preoccupazioni per un presente di declino e un futuro ancor più precario per molti.
Questo post, quindi, non pretende minimamente di difendere questa pericolosa lobby di fannulloni superpotenti composta da me e dai miei colleghi magistrati.
No, dopo anni di insulti e delegittimazione, di giustizia lenta e rinvi alle calende greche, di flop giudiziari e processi mediatici, di magistrati politicanti e salvatori della patria... No, ci rinuncio questa volta.
E' vero, in questi anni ho scritto spesso per spiegare le "nostre" ragioni, ma il problema è sempre quello: sono ancora e solo le nostre, non siamo riusciti a comunicarle e farle diventare anche vostre, di tutti i cittadini che hanno a cuore la giustizia e la democrazia...
Non basta più indicare i modelli virtuosi e coraggiosi, spiegare che ci sono tanti colleghi seri e professionali, che lavoriamo in condizioni pessime e gestendo carichi folli (che non conoscono eguali in Europa).
Colpa dei media? Forse... Colpa di una politica demagogica? Anche... Colpa della nostra autoreferenzialità ed incapacità di risolvere anzitutto per conto nostro almeno alcuni dei problemi che affliggono la giustizia? Sì, certo, anche questo.
E allora perchè quest post?
Perché l'ossessione di Renzi per i nostri 240.000 €di stipendio mi sembra emblematica e può forse diventare la chiave di lettura per capire come si vuole impostare il dibattito in tema di giustizia e non solo in questa povera patria.
Breve cronistoria.
Alcuni mesi fa, mentre si parlava di tagli alla spesa pubblica, molti giornali e media dissero che vi era in cantiere la possibilità che il Governo stabilisse per decreto una decurtazione per gli stipendi di tutti i magistrati: dagli attempati cassazionisti che guadagnano circa 150.000 € lordi ai giovani neo magistrati (in realtà con età media ormai verso e oltre i trent'anni per cambiamenti fatti alla procedura del concorso) che all'inizio guadagnano circa 1.600 €netti.
Va bene la crisi e va bene la solidarietà, ma perché fare una simile tassa mirata ad un'unica categoria e per di più senza alcuna proporzionalità al suo interno, così danneggiando di fatto soprattutto proprio i più giovani magistrati che si trovano spesso a lavorare in situazioni difficili?
Se sacrifici devono farsi siamo pronti, disse l'ANM, ma nel rispetto dell'uguaglianza e applicando il principio di proporzionalità, colpendo quindi soprattutto i redditi effettivamente più alti (che poi sarebbero principi costituzionali, così, tanto per dire...).
Poco dopo emerse che in realtà si era optato solo per un blocco degli scatti contrattuali ed un tetto allo stipendio massimo pari a €240.000.
"Ma allora non parlano di noi!" ...fu il mio primo pensiero, non sapendo che in effetti ci sono due (ripeto.... D U E) magistrati in Italia che guadagnavano poco più di quella soglia: il Procuratore Generale della Cassazione e il Primo Presidente di Cassazione.
Tutti gli altri (quasi diecimila) magistrati sono AMPIAMENTE al di sotto (io dopo dieci anni di lavoro non arrivo a 90mila lordi e non mi avvicinerò mai a 200mila nemmeno con 40anni di anzianità, tanto per essere chiari).
Nonostante questo, e nonostante numerose esternazioni dell'ANM che si dichiarava assolutamente rasserenata, da quasi un anno Renzi si ostina a lamentare del fatto che questi magistrati corporativi e fannulloni hanno fatto le barricate perché lui gli ha tagliato lo stipendio!
Ma quando? Ma chi? Ma perché mai avremmo dovuto?!?
La leggenda metropolitana però viene ripetuta, così perpetuando per un verso l'immagine di magistrati ricchissimi che vogliono difendere le loro ricche prebende anche in tempi di crisi, e per altro verso quella di un premier coraggioso e dalla parte del popolo che non ha paura di certe lobby che pesano sul groppone degli italiani che lavorano!
L'Associazione Nazionale Magistrati ha in questi giorni provato a ristabilire per l'ennesima volta la verità dei fatti (http://www.associazionemagistrati.it/doc/1725/da-renzi-affermazioni-non-corrispondenti-a-realt.htm), ma naturalmente è inutile.
Perchè Renzi queste cose le sa benissimo ma la "scenetta dei 240.000 €" per lui è troppo comoda ed efficace dal punto di vista comunicativo...
Poco importa se così non si risolva nessun problema di bilancio.
Poco importa se le decine di proposte fatte dall'ANM per migliorare i tempi e la qualità della giustizia siano rimaste inascoltate.
Poco importa se gli organismi internazionali dicono da anni che siamo tra i magistrati europei più sovraccarichi di lavoro e più produttivi, ma non tra i più pagati (Commissione Europea per l'Efficienza della Giustizia, http://www.coe.int/T/dghl/cooperation/cepej/default_en.asp).
Poco importa se la Costituzione assegna al Ministro della Giustizia il dovere di fornire mezzi e risorse adeguate a Tribunali e Procure.
Poco importa se nessuno stato occidentale deve affrontare evasione fiscale, corruzione, mafie e terrorismo come in Italia.
L'importante è avere il capro espiatorio di turno e lo slogan efficace.
La voce vuole sentirsi dire cose chiare e semplici e possibilmente che le venga anche detto contro chi arrabbiarsi.
Tanto la voce dell'Anm è solo un rumore di fondo lontano che ascolta una nicchia politicamente ininfluente, mentre la grancassa della propaganda arriva a milioni di orecchie (distratte ma disponibili): il tg1 ogni giorno è visto da più persone dei lettori di tutti i quotidiani in edicola.
I lettori del sito dell'Anm non riempirebbero nemmeno uno stadio di calcio.
Non c'è partita.
Però, se è così, non c'è nemmeno nessuna buona notizia per chi aspettava che la giustizia cambiasse verso, diventando più veloce, responsabile e vicina ai cittadini.
No, ancora una volta su questo capitolo così doloroso della vita pubblica italiana non si fa un dibattito culturale e di merito, ma si gioca una partita tutto ideologica e politica per spostare consensi.
Questo modo demagogico e poco serio di affrontare la questione giustizia non è un problema dei magistrati.
E' un problema dei cittadini italiani onesti.
Quelli disonesti e furbi, invece, sono già contenti adesso di come vanno le cose...
Good night and good luck
mercoledì 24 settembre 2014
Si riparte... in direzione ostinata e contraria
Ho scritto a Il Fatto,
che da qualche tempo ospitava il mio blog, per comunicare loro la mia decisione
di interrompere questa collaborazione per uno scrupolo dovuto alla mia
funzione.
Questa la lettera che ritengo di condividere qui perché non c'è mai stato e non c'è nemmeno adesso nulla da nascondere...
Questa la lettera che ritengo di condividere qui perché non c'è mai stato e non c'è nemmeno adesso nulla da nascondere...
E
poi da oggi tornerò a usare questo spazio esclusivamente mio per riflettere e
ragionare di legalità e Costituzione e democrazia...in direzione ostinata e contraria ai luoghi comuni e alle mistificazioni di chi vuol cambiare tutto per non cambiare nulla.
"Carissimi amici de Il Fatto,
vi scrivo per comunicarvi la decisione di non proseguire la bella avventura del blog che voi mi avete gentilmente offerto e messo a disposizione.
Vi ringrazio per l'opportunità di questi anni e per la fiducia che mi avete dimostrato nel mio pur piccolo spazio di scrittura.
Ricordo in particolare con grande gioia l'inaugurazione bolognese della pagina emiliana, con la presenza di Lucio Dalla e di Peter Gomez.
Ricordo in particolare con grande gioia l'inaugurazione bolognese della pagina emiliana, con la presenza di Lucio Dalla e di Peter Gomez.
Perché chiudere il blog?
Devo fare i conti con le conseguenze che questo potrebbe avere sul mio ruolo di magistrato e di pubblico ministero.
In modo un po' guascone ho sempre allontanato questi dubbi pensando che quello che contava fossero i contenuti e gli ideali che mi muovevano.
Non mi sono mai sentito fazioso o di parte ma ho sempre e solo cercato di dare un contributo di riflessione e conoscenza sui temi che mi appassionano e a cui dedico la mia vita lavorativa: giustizia, legalità, Costituzione, democrazia...
Sentivo e sento un dovere di testimoniare e la responsabilità di contribuire al dibattito sulla giustizia, visto che su questo tema circola tanta disinformazione e propaganda.
Peraltro questi obiettivi vi sono ben noti e cari e da qui è nata questa sorta di "collaborazione"...
Devo fare i conti con le conseguenze che questo potrebbe avere sul mio ruolo di magistrato e di pubblico ministero.
In modo un po' guascone ho sempre allontanato questi dubbi pensando che quello che contava fossero i contenuti e gli ideali che mi muovevano.
Non mi sono mai sentito fazioso o di parte ma ho sempre e solo cercato di dare un contributo di riflessione e conoscenza sui temi che mi appassionano e a cui dedico la mia vita lavorativa: giustizia, legalità, Costituzione, democrazia...
Sentivo e sento un dovere di testimoniare e la responsabilità di contribuire al dibattito sulla giustizia, visto che su questo tema circola tanta disinformazione e propaganda.
Peraltro questi obiettivi vi sono ben noti e cari e da qui è nata questa sorta di "collaborazione"...
Tuttavia oggi penso convintamente che il mio ruolo mi debba imporre alcune attenzioni non solo nei contenuti (riguardo che ho sempre avuto) ma anche nei modi di partecipazione al dibattito.
Per questo ritengo che un mio stabile inserimento nel blog della vostra testata mi caratterizzi troppo e possa risultare un danno non tanto per me (i prezzi personali si pagano e si devono pagare), quanto per il mio lavoro e le mie indagini.
Non mi occupo di reati contro la pubblica amministrazione in modo stabile, ma questo non toglie il rischio che un futuro procedimento da me condotto possa essere strumentalizzato e danneggiato a causa di una mia presunta faziosità.
Per questo ritengo che un mio stabile inserimento nel blog della vostra testata mi caratterizzi troppo e possa risultare un danno non tanto per me (i prezzi personali si pagano e si devono pagare), quanto per il mio lavoro e le mie indagini.
Non mi occupo di reati contro la pubblica amministrazione in modo stabile, ma questo non toglie il rischio che un futuro procedimento da me condotto possa essere strumentalizzato e danneggiato a causa di una mia presunta faziosità.
Sarebbe già diverso se scrivessi in modo occasionale e infatti non mi precludo di partecipare a convegni o dibattiti organizzati anche da partiti o da testate giornalistiche anche schierate: in passato partecipai a dibattiti dei 5 stelle o a feste dell'unità e se mi invitassero andrei con chiunque mi garantisse libertà di parola e serietà nell'organizzazione del dibattito pubblico.
Il mio è un contributo per un verso tecnico e per altro verso di un innamorato della Costituzione... e tale non solo deve restare ma anche apparire.
Non sono ingenuo, so che io potrei comunque essere ritenuto una toga rossa, nonostante tanti miei interventi pubblici critici anche su Violante, Prodi, Letta e da ultimo Renzi... So che la strumentalizzazione verrà fatta comunque e a prescindere dal mio tentativo di intervenire in modo sobrio ed equilibrato, ma questo non toglie che io senta doveroso fare questo passo indietro nella forma.
Continuerò a pensare. continuerò a scrivere, continuerò a difendere i principi costituzionali e a tentare di contribuire a un dibattito sulla giustizia corretto e informato. Ma devo cercare di farlo con forme ancora più attente e senza alcuna collocazione, nemmeno apparente (perché noi sappiamo bene che il sito de Il Fatto mi ha solo ospitato e non mi ha mai controllato o pressato ...).
Forse è la scomparsa recentissima di mio padre a farmi fare questo passo: si era sempre preoccupato del fatto che mi esponessi troppo...
Continuerò a espormi, se difendere la legalità significa esporsi...
Ma ritengo più corretto anche nell'apparenza farlo in solitudine, senza alcun giornale o testata o gruppo o bandiera che possa anche solo far sospettare o pensare in mala fede che io abbia argomenti o obiettivi politici o di parte.
Mi rendo conto che per molti io scrivo "sul Fatto", il che esprime un'appartenenza che invece non c'è mai stata, trattandosi piuttosto di una vostra gentile ospitalità per il comune interesse e attenzione ai temi di cui scrivo.
Ma ritengo più corretto anche nell'apparenza farlo in solitudine, senza alcun giornale o testata o gruppo o bandiera che possa anche solo far sospettare o pensare in mala fede che io abbia argomenti o obiettivi politici o di parte.
Mi rendo conto che per molti io scrivo "sul Fatto", il che esprime un'appartenenza che invece non c'è mai stata, trattandosi piuttosto di una vostra gentile ospitalità per il comune interesse e attenzione ai temi di cui scrivo.
Non potevo pensarci prima? ...dirà qualcuno.
Forse sì... ma solo gli stupidi non cambiano idea e solo gli immaturi non crescono.
Forse sì... ma solo gli stupidi non cambiano idea e solo gli immaturi non crescono.
Non pensiate che questa scelta sia frutto di paura o dimostri che da domani io sarò meno deciso nel dire quello che penso.
Il contrario, forse mi sentirò ancora più libero e in dovere di difendere legalità e Costituzione, nel mio quotidiano impegno, nelle scuole, incontrando i cittadini.
Il contrario, forse mi sentirò ancora più libero e in dovere di difendere legalità e Costituzione, nel mio quotidiano impegno, nelle scuole, incontrando i cittadini.
Grazie ancora per l'ospitalità che mi avete offerto
e buon lavoro a tutti voi.
e buon lavoro a tutti voi.
con amicizia e stima,
Marco Imperato"
Marco Imperato"
venerdì 10 agosto 2012
Sostegno a Roberto Scarpinato
Questa la lettera che ho contribuito a scrivere e promuovere e che oggi ho inviato al CSM per schierarci al fianco di Roberto Scarpinato e sottoscrivere il suo straordinario discorso (lo trovate in fondo) :
Alla
cortese attenzione della
PRIMA
COMMISSIONE
del
CONSIGLIO SUPERIORE della MAGISTRATURA
E per
conoscenza a tutti i consiglieri
SOSTEGNO
a ROBERTO SCARPINATO e alla LIBERTA’ di ESPRESSIONE
Chi ha memoria storica e consapevolezza culturale sa che la storia
del nostro paese è anche la storia di poteri criminali che ne hanno
condizionato lo sviluppo sociale, politico ed economico.
Chi ha una coscienza morale e professionale e il coraggio di non
rassegnarsi a quello che è accaduto ed accade nel nostro Paese ha il dovere
civico di associare il proprio impegno professionale e culturale alla difesa
intransigente dei valori costituzionali e di opporsi al rischio di un
progressivo svuotamento dello statuto della cittadinanza, che - lasciando
spazio al crescere di una rassegnata cultura della sudditanza - determina il
degrado del vivere comune a causa del proliferare di sopraffazioni, arroganze,
servilismi e cortigianerie interessate.
Chi, oltre a possedere quella coscienza e quel coraggio, può
spendere la credibilità di una vita passata a combattere i poteri criminali ha
il dovere e il diritto di marcare la differenza tra l'agire autenticamente
democratico e quello di chi si adatta alle situazioni e preferisce il vivere
mediocre che supporta e stabilizza le ingiustizie e le mistificazioni. È il
dovere della verità e della conoscenza ciò che qualifica la statura etica della
persona, qualunque sia la sede o il contesto in cui si concretizza la sua
esistenza.
La verità e la giustizia insite nella coscienza, nel coraggio,
nell'impegno di ogni cittadino non possono essere fonte di equivoci o divenire
espressione di un sapere egoistico in quanto socialmente limitato. Esse devono,
invece, manifestare il pregio della chiarezza, della trasparenza, del
riconoscimento, anche ricordando quanto la fatica giurisdizionale ha accertato
nell'interesse primario del sapere collettivo.
Il 19 luglio 2012 Roberto Scarpinato ci ha ricordato la
coscienza, il coraggio, l'impegno per la giustizia e la verità di Paolo
Borsellino, il quale, esponendosi in prima persona, denunziò pubblicamente più
volte come – per mobilitare tutte le migliori risorse della società civile nel
contrasto alla mafia – fosse indispensabile ripristinare la credibilità dello
Stato, minata da quanti, pur ricoprendo cariche pubbliche, conducevano tuttavia
vite improntate a quello che egli definì il “puzzo del compromesso morale
che si contrappone al fresco profumo della libertà”.
A venti anni dalla strage di via D’Amelio restano purtroppo
attuali le sofferte parole che Paolo Borsellino – esempio illuminante di uomo
di Stato – dedicò a questo tema; parole che sono state ricordate da Roberto
Scarpinato: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita... Che cosa si è
fatto per dare allo Stato… una immagine credibile?... La vera soluzione sta
nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile, perché noi
ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni“. "No, io non mi
sento protetto dallo Stato, perché quando la lotta alla mafia viene delegata
solo alla magistratura e alle Forze dell’Ordine non si incide sulle cause di
questo fenomeno criminale”.
Lo scritto di Roberto Scarpinato, nella forma di una lettera
ideale – così come gli era stato richiesto dai familiari di Borsellino – è
stato un omaggio alla verità ed alla giustizia, un ringraziamento a Paolo
Borsellino, un corrispondere ad un debito di riconoscenza che mai salderemo del
tutto. È stato l'espressione concreta del dover essere al servizio della
comunità attraverso una partecipazione "alta" alla vita della "polis",
finalizzata alla consapevolizzazione e alla responsabilizzazione critica di
ogni cittadino.
Le parole di Roberto Scarpinato, nell'esaltare la cultura delle
Istituzioni, sono state anche esempio di adeguatezza comunicativa: hanno assolto
al dovere di comprensibilità verso chi ha meno presidi culturali, senza
abbassare il sentimento di autentica giustizia, che troppo volte viene eluso
preferendo la comodità del linguaggio autoreferenziale dei pochi, insensibile
al desiderio di conoscere e di crescere culturalmente dei molti. Il suo
discorso non ha seguito la celebrazione del "mito" di Paolo
Borsellino – tranquillizzante nella sua fissità sterile – ma ha voluto indicare
l'Uomo e il Magistrato in quanto suscitatore di coscienze profonde, che
avvertono l'ineludibile necessità di pensare e di agire nella prospettiva di un
positivo cambiamento comune.
Abbiamo appreso dalla stampa che – a seguito della lettera
dedicata da Roberto Scarpinato a Paolo Borsellino – è stata aperta presso la
Prima Commissione del CSM una pratica per il suo trasferimento di ufficio e che
la richiesta di apertura della pratica è stata trasmessa dal Comitato di
presidenza del CSM alla Procura generale presso la Corte di Cassazione per
eventuali iniziative disciplinari.
L’Associazione Nazionale Magistrati, il 26 luglio 2012, ha
espresso sorpresa e preoccupazione per tale iniziativa, ritenendo che quel
discorso non possa essere inteso che come “manifestazione di libero
pensiero, quale giusto richiamo, senza riferimenti specifici, nel ricordo delle
idee e delle stesse parole di Paolo Borsellino, alla coerenza di comportamenti
ed al rifiuto di ogni compromesso, soprattutto da parte di chi ricopre cariche
istituzionali”.
Il discorso di Roberto Scarpinato, a nostro parere, merita di
essere diffuso nelle istituzioni e nelle scuole, tra i concittadini onesti ed
impegnati. A titolo di merito per chi ha ricordato un pezzo della nostra storia
con la credibilità del proprio passato. Come monito alle tante persone che si
stanno formando una coscienza civile o a quelle che possono cedere alla
tentazione della disillusione e come esortazione a tener sempre un
comportamento esemplare ed onesto nell'interesse dello Stato democratico e
costituzionale. Non si tratta di discutere solo della possibilità di un
magistrato – dell'autorevolezza di Roberto Scarpinato – di esprimere le proprie
opinioni con la ponderazione e lo scrupolo che derivano dalla delicata funzione
svolta, ma anche di assicurare alla collettività italiana il congruo bagaglio
cognitivo ed etico.
C'è necessità di parlare
con quella che i greci chiamarono "parresia", ovvero con la
libertà e il dovere morale di chi non teme di urtare la suscettibilità di
alcuno perché non prevede di aver benefici o debiti nei confronti del Potere.
Per questi motivi facciamo
nostre le nobilissime parole della lettera di Roberto Scarpinato a Paolo
Borsellino.
I
FIRMATARI
1.
Bertotti Cristina, Tribunale
Vicenza
2.
Imperato Marco, Procura Modena
3.
Messina Francesco, Tribunale Trani
4. Profiti
Pasquale, Procura Trento
5.
Acagnino
Marisa, Tribunale Catania
6.
Acierno Maria, Corte Cassazione
7.
Adriano Sansa,
Tribunale Minori Genova
8.
Airó Giuseppe, Tribunale Monza
9. Albino
Ambrosio, magistrato in quiescenza
10. Alfano
Rocco, Procura Salerno
11.
Alfinito
Giuseppina, Corte Appello
Salerno
12. Altobelli
Antonio, Procura Minori L'Aquila
13.
Amadori Franca,
Tribunale Roma
14. Amendola
Gianfranco, Procura Civitavecchia
15. Amirante
Monica, Tribunale
Sorveglianza Napoli
16. Amodeo
Stefania, Tribunale Napoli
17.
Andrea Mereu,
Tribunale Oristano
18. Angioni
Maria, Tribunale Minori Cagliari
19. Antoni
Francesco, Tribunale Trieste
20. Aprile
Ercole, Corte Cassazione
21. Arbore
Angela, Corte Appello Bari
22. Aschettino
Maria, Tribunale Napoli
23. Ascoli
Corrado, Tribunale Macerata
24. Attura
Emanuela, Tribunale Roma
25. Ausiello
Umberto, Magistrato ordinario in tirocinio Bologna
26. Avarello
Valentina, Magistrato ordinario in tirocinio Roma
27. Avolio
Guglielmo, Tribunale Trento
28. Bagnai
Francesco, Tribunale Siena
29. Barbara
Giusy, Tribunale Monza
30. Basilico
Marcello, Tribunale Genova
31.
Bassi
Alessandra, Tribunale Torino
32. Beconi
Andrea, Procura Torino
33. Bellegrandi
Marina, Tribunale Voghera
34. Belmonte
Maria Teresa, Tribunale Salerno
35. Bia
Rosa, Tribunale Matera
36. Bianchi
Andrea, Procura Agrigento
37. Biasi
Fabio, Procura Minori Trento
38. Bigattin
Emanuela, Tribunale Sorveglianza Trieste
39. Bisignano
Axel, Procura Bolzano
40.Bisogni
Marco, Procura Siracusa
41. Boeri
Giovanni, Tribunale Ascoli Piceno
42. Bonaccorso
Maurizio, Procura Palermo
43. Bonomo
Andrea, Procura Catania
44.Borrelli
Enrico, Tribunale Trento
45. Bortone
Pierpaolo, Giudice Paola
46. Boschetto
Delia, Procura Siracusa
47. Braccialini
Roberto, Tribunale Genova
48. Breggia
Luciana, Tribunale Firenze
49.Bretone
Francesco, Procura Bari
50. Brianese
Margherita, Magistrato ordinario in tirocinio Bologna
51. Brienza
Magda, magistrato in pensione
52. Brusco
Carlo, Corte Cassazione
53. Buccelli
Paola, Tribunale Trani
54. Buccino
Grimaldi Alessandro, Tribunale Napoli
55. Buono
Gino, Tribunale Napoli
56. Buttelli
Nadia, Tribunale Sorveglianza Reggio Emilia
57. Calabria
Paolo, Procura Civitavecchia
58. Calice
Andrea, Procura Tivoli
59. Cannella
Giovanni, Corte di appello di Roma
60. Cantone
Rosa Miriam, Procura Generale Catania
61. Capezzuto
Chiara, Procura Orvieto
62. Carone
Sara, Corte Appello Bari
63. Carunchio
Cristina, Magistrato ordinario in tirocinio Bologna
64. Casale
Lucia, Tribunale Salerno
65. Caselli
Gian Carlo, Procuratore Torino
66. Casol
Irene, Tribunale Venezia
67. Castellani
Cesare, Corte Appello Torino
68. Cataldi
Alessandra Tribunale Napoli
69. Cataldi
Giulio, Corte Appello
NApoli
70. Ceccanti
Luca, Procura Aosta
71.
Celli Stefano, Procura Rimini
72. Celotti
Eva, Procura Generale Firenze
73. Cervo
Paola, Tribunale Torre Annunziata
74. Cesari
Isabella, Tribunale Verona
75. Cescon
Renza, Procura Palermo
76. Chiarelli
Ilaria, Tribunale Udine
77. Chiavassa
Alba, Corte Appello Milano
78. Chierici
Rita, Tribunale Forlì
79. Chimienti
Daniela, Procura Fermo
80. Ciringione
Maria, Tribunale Trapani
81. Citterio
Carlo, Corte Cassazione
82. Civinini
Maria Giuliana, Tribunale Livorno
83. Coccoluto
Tiziana, Tribunale Roma
84. Coderoni
Mario, Tribunale Velletri
85. Colace
Gianfranco, Procura Torino
86. Colombo
Ambrogio, Tribunale Rossano
87. Colucci
Daniele, Tribunale Bari
88. Conforti
Anna, Corte Appello Milano
89. Conforti
Emilia, Tribunale Roma
90.Consuelo
Pasquali, Tribunale Bolzano
91. Contini
Laura, Magistrato ordinario in tirocinio Venezia
92. Costantini
Bartolomeo, magistrato in pensione
93. Costanzo
Antonio, Tribunale Bologna
94.Costanzo
Ettore, Procura Generale Cassazione
95. Criscuolo
Anna, Tribunale Roma
96. Cristina
Tabacchi, Magistrato Distrettuale Giudicante C.A. Genova
97. Crucioli
Riccardo, Tribunale Sorveglianza Varese
98. Curci
Nicoletta, Tribunale Pistoia
99.Curreli
Claudio, Procura Pistoia
100.
Cuteri Rosario,
Tribunale Catania
101.
D’Agostino
Donata, Tribunale Trapani
102.
D’Alessio Luigi, Procura Salerno
103.
D’Alfonso
Enrico, Tribunale Rossano
104.
D’Ambrosio Edoardo, Tribunale
Crotone
105.
D’Auria Donato,
Tribunale Pisa
106.
D'Agostino
Marco, Procura Brindisi
107.
Dainotti Luigi, Tribunale Trieste
108.
Dal Martello
Claudia, Tribunale Verona
109.
D'Ambrosio
Vito, Procura Generale Cassazione
110.
D'Ancona Linda, Corte Appello Roma
111.
D'Andrea Annamaria, Corte Appello
Napoli
112.
Daniela Randolo,
Procura Palermo
113.
De Amicis
Tamara, fuori ruolo Ministero Giustizia
114.
De Cataldo
Giancarlo, Corte Appello Roma
115.
De Leo Francesco, Procura Livorno
116.
De Luca Sergio, Tribunale Salerno
117.
De Marco
Eleonora, Tribunale Modena
118.
De Marco Nicola, Tribunale Salerno
119.
De Pasquale
Fabio, Procura Milano
120.
De Robbio
Costantino, Procura Palermo
121.
De Simone
Marinella, Corte Appello Bologna
122.
De Vito
Riccardo, Tribunale Sorveglianza Nuoro
123.
Del Bene
Adriano, Procura Avellino
124.
Del Bene
Francesco, Procura Palermo
125.
Del Bene
Giuseppe, Corte Appello Napoli
126.
Del Gaudio
Marco, Procura Napoli
127.
Del Giudice Paola, Tribunale Paola
128.
Del Pizzo
Barbara, Tribunale Cassino
129.
Della Casa
Luca, Tribunale Roma
130.
Della
Casa Maddalena, Corte Appello Salerno
131.
Delpini Matteo,
Procura Agrigento
132.
Depalo Rosanna,
Presidente Tribunale Minori Bari
133.
Dettori
Gianluigi, Procura Bergamo
134.
Di Bella Gaia,
Tribunale Messina
135.
Di Florio Antonella, Tribunale
Roma
136.
Di Marco Monia,
Procura Bergamo
137.
Di Mauro
Mariella, Procura Napoli
138.
Di Monte
Simona, Procura Napoli
139.
Di Nicola
Paola, Tribunale Roma
140.
Di Nicola Vito,
Tribunale Salerno
141.
Di Pasquale
Riccardo, Tribunale Modena
142.
Di Rienzo
Stefania, Tribunale Rimini
143.
Di Sciuva Paolo, Procura Trapani
144.
Digeronimo
Desirè, Procura Bari
145.
Dimiccoli
Giovanna, Magistrato ordinario in tirocinio
146.
Dinapoli Marco,
Procuratore Brindisi
147.
Donati Laura, Tribunale Verona
148.
Dossi Giulia,
Tribunale Voghera
149.
Dragotto Gaetano, magistrato in
pensione
150.
Falcone
Giorgio, Procura Padova
151.
Fantacchiotti
Mario, magistrato in pensione
152.
Farinella Piervittorio, Tribunale
Ravenna
153.
Farneti
Mariangela, Procura Ancona
154.
Farolfi
Alessandro, Tribunale Ravenna
155.
Fasolato Manuela, Procura Rovigo
156.
Favi Giovanni,
Tribunale Torre Annunziata
157.
Fazio Antonino,
Tribunale Piacenza
158.
Fenza
Graziella, Tribunale Crotone
159.
Fernando Asaro
Procura Generale Caltanissetta
160.
Ferrari
Claudia, Procura Palermo
161.
Ferreri
Piergiorgio, Presidente Tribunale Minori Caltanissetta
162.
Feruglio
Francesca, Tribunale Udine
163.
Filice
Fabrizio, Tribunale Novara
164.
Fino Mariella,
Tribunale Padova
165.
Fiorella
Gianluca,Tribunale Marsala
166.
Fiorentino Mario, Tribunale
Catania
167.
Fiori Stefano, Procura Generale
Sassari
168.
Flamini
Martina, Tribunale Milano
169.
Fontana Gian
Luigi, Procura Generale Milano
170.
Francabandera
Fabrizia, Corte Appello L'Aquila
171.
Fratello
Antonella, Procura Napoli
172.
Frezza Federico, Procura Trieste
173.
Fucci Carlo,
Procura Santa Maria Capua Vetere
174.
Fucci Maria
Letizia, Procura Pesaro
175.
Gaetano Campo
Corte Appello Venezia
176.
Galati Vincenzo, Corte Appello
Catanzaro
177.
Galeotti
Ornella, Procura Firenze
178.
Gallego Roberta, Procura Belluno
179.
Galli
Alessandra, Corte Appello Milano
180.
Gallo Domenico,
Corte Cassazione
181.
Gallo Maria,
Tribunale Napoli
182.
Gambardella
Domenica, Tribunale Padova
183.
Gamberini
Alberto, Tribunale Bologna
184.
Gambino
Sabrina, Procura Generale Catania
185.
Ganassi Gilberto, Procura Cagliari
186.
Gattuso Marco, Tribunale
Reggio Emilia
187.
Germano Cortese
Emanuela, Corte Appello Torino
188.
Giangiacomo
Bruno, Tribunale Bologna
189.
Gigantesco
Raffaella, Tribunale Udine
190.
Gilardi
Gianfranco, Presidente Tribunale Verona
191.
Giordano
Pietro, Procura Generale Roma
192.
Giovanniello
Valentina, Tribunale Santa Maria Capua Vetere
193.
Golin Silvia,
Procura Vicenza
194.
Gozzo Ornella, Tribunale Bari
195.
Gozzo Domenico,
Procura Caltanissetta
196.
Greco
Francesco, Procura Milano
197.
Guerrieri
Nadia, Tribuna Tortona
198.
Guida Marco,
Tribunale Bari
199.
Guidi Michela, Procura
Forlì
200.
Guido Paolo,
Procura Palermo
201.
Haupt Alberto, Tribunale Genova
202.
Iannuzzi
Alberto, Corte Appello Potenza
203.
Ielasi
Domenico, Tribunale Catanzaro
204.
Ielo Paolo,
Procura Roma
205.
Ilari
Alessandra, Tribunale Velletri
206.
Imbergamo
Franca, Procura Nazionale Antimafia
207.
Ingroia Antonio, Proc.Agg. Palermo
208.
Ivaldi Anna,
Tribunale Genova
209.
Jachia Giorgio, Tribunale Salerno
210.
La Rana Nadia
Marina, Magistrato ordinario in tirocinio Roma
211.
La Stella
Enzo, magistrato in pensione
212.
Landolfi Luigi, Procura Napoli
213.
Lari Sergio,
Procuratore Caltanissetta
214.
Lariccia Nicola, Tribunale Lecce
215.
Lento Massimo,
Tribunale Cosenza
216.
Lenzi Norberto,
magistrato in pensione
217.
Limitone Giuseppe, Tribunale Vicenza
218.
Liuni Teresa,
Corte Appello Bari
219.
Lo Re Onofrio,
magistrato in pensione
220.
Locci Livia,
Procura Torino
221.
Longo Maria,
Procura Generale Bologna
222.
Luberto
Vincenzo, Procura Catanzaro
223.
Luise Amelia,
Procura Palermo
224.
Macchiusi
Cristiana, Procura Roma
225.
Macri' Ubalda, Tribunale Napoli
226.
Maiga Marco,
Corte Appello Milano
227.
Maisto
Francesco, Presidente Tribunale Sorveglianza Bologna
228.
Manazzone
Lionella, Tribunale
Sorveglianza Udine
229.
Manca
Francesca, magistrato in pensione
230.
Manera
Guglielmo, Tribunale Rossano
231.
Manna Antonio, Corte Cassazione
232.
Mansi Marco, Procura Torre Annunziata
233.
Mantovani Sara,
Procura Lodi
234.
Mapelli Walter, Procura Monza
235.
Marchesini
Donatella, Procura Bolzano
236.
Marchiori
Roberta, Tribunale Verona
237.
Mariano Maria
Francesca, Tribunale Lecce
238.
Marini Assunta,
Corte Appello Roma
239.
Maritati
Alcide, Tribunale Lecce
240.
Marseglia Giuseppe, Tribunale
Brindisi
241.
Marzella Carlo,
Procura Palermo
242.
Massaro
Raffaele, Corte Appello Trento
243.
Massera
Riccardo, Tribunale Tempio Pausania
244.
Massini Elisabetta, Procura Terni
245.
Mastroniani
Luigi, Procura Minori Torino
246.
Mattiace
Francesco, Tribunale Bari
247.
Mazzei
Pasquale, Procura Modena
248.
Merluzzi
Riccardo, Tribunale Trieste
249.
Messana
Filippo, Corte Appello Palermo
250.
Messini
D'agostini Piero, Corte Appello Bologna
251.
Miazzi Lorenzo, Corte Appello Venezia
252.
Michelozzi Massimo, Procura
Venezia
253.
Miele Mimma,
Tribunale Napoli
254.
Mignone Elsa
Valeria, Procura Lecce
255.
Milena Balsamo, Tribunale Pisa
256.
Milesi Silvia,
Corte Appello Brescia
257.
Minerva Maria
Chiara, Procura Salerno
258.
Mirenda Andrea,
Tribunale Verona
259.
Mitola Maria,
Corte Appello Bari
260.
Modarelli
Rosella Anna, Corte Appello Bari
261.
Molinari
Fabrizio, Tribunale Gela
262.
Mondatore
Cinzia, Corte Appello Lecce
263.
Moneti
Alessandro, Tribunale Firenze
264.
Monsurrò Daria,
Procura Latina
265.
Monti Umberto,
Procura Ascoli Piceno
266.
Montoro
Assunta, Corte Appello Milano
267.
Montrone
Pietro, Procura Trieste
268.
Morello Tullio,
Tribunale Napoli
269.
Moretti Elisa
Francesca, fuori ruolo eulex kosovo
270.
Mori Anna,
Corte Appello Bologna
271.
Morosini
Elisabetta, Tribunale Pesaro
272.
Morri Sara,
Procura Trapani
273.
Morrone
Manuela, Tribunale Cosenza
274.
Morsiani Dario,
Tribunale Vicenza
275.
Morvillo
Alfredo, Procuratore Termini Imerese
276.
Muntoni
Guglielmo
277.
Musolino
Stefano, Procura Reggio Calabria
278.
Musti Lucia,
Proc.Agg. Modena
279.
Natale Alessia,
Procura Catania
280.
Natale Andrea,
Tribunale Torino
281.
Natoli
Gioacchino, Presidente Tribunale Marsala
282.
Norzi Andrea,
Procura Trapani
283.
Nuzzi Gabriella, Tribunale Latina
284.
Oliveri Del
Castillo Roberto, Tribunale Trani
285.
Orlando Maria
Teresa, Procura Napoli
286.
Ortenzi Luigi, Procura Fermo
287.
Paci Calogero Gaetano, Procura
Palermo
288.
Paci Daniele,
Procura Palermo
289.
Paci Gabriele, Procura Caltanissetta
290.
Paesano Maria
Laura, fuori ruolo Ministero
Giustizia
291.
Paganelli
Maurizio, Tribunale Pesaro
292.
Pagano Tommaso,
Procura Siracusa
293.
Palestra Tino, Tribunale Bergamo
294.
Palmeri
Massimo, Procura Trapani
295.
Panelli Sara,
Procura Torino
296.
Panicucci Marco, Tribunale Genova
297.
Pannaggi Enrico, Tribunale di
Macerata
298.
Paolillo
Tiziana, Tribunale Tortona
299.
Papoff Lilia,
Tribunale Latina
300.
Pascale
Guendalina, Tribunale Novara
301.
Pastorelli
Franco, Tribunale Livorno
302.
Pavese Rocco,
Corte Appello Potenza
303.
Pecori Paolo,
Procura Vicenza
304.
Perilli Luca,
Tribunale Rovereto
305.
Perrucci
Silvia, Procura Milano
306.
Perulli
Luisella,Tribunale Voghera
307.
Petrucco
Toffolo Francesco, Tribunale Pordenone
308.
Petruzzella Marina, Tribunale
Palermo
309.
Petruzzellis
Anna, Corte Cassazione
310.
Picano Arlen,
Magistrato ordinario in tirocinio Roma
311.
Picardi Alberto
Maria,Tribunale Santa Maria Capua Vetere
312.
Picardi Luigi,
Tribunale Pisa
313.
Picozzi
Annamaria, Procura Palermo
314.
Pierazzi
Elisabetta, Tribunale Tivoli
315.
Pieri Roberta,
Procura Prato
316.
Pierini Tommaso, Tribunale Marsala
317.
Pini Bentivoglio
Antonella, Tribunale Reggio
Emilia
318.
Pinto
Francesco, Procura Genova
319.
Pio Baldi Vincenzo, Tribunale
Pesaro
320.
Piscitelli Alessandro, Tribunale
Vibo Valentia
321.
Pizzi Felice,
Tribunale Santa Maria Capua Vetere
322.
Pollicino Marta, Tribunale Locri
323.
Ponzetta
Francesco, Procura Palmi
324.
Pratesi
Cecilia, Tribunale Roma
325.
Princiotta Alberto, Tribunale
Savona
326.
Principato
Teresa, Proc.Agg. Palermo
327.
Profeta Mario,
Tribunale Lucca
328.
Provenzano
Francesco, Corte Appello Caltanissetta
329.
Puleio Francesco, Procura Modica
330.
Puliatti
Giovanni, Tribunale Grosseto
331.
Quaranta
Vincenzo, Procura Rossano
332.
Ragazzi Simona,
Tribunale Catania (per Area Catania)
333.
Ramacci Luca,
Corte Cassazione
334.
Ramondino
Paolo, Tribunale Palmi
335.
Randolo
Daniela, Procura Palermo
336.
Rapino Fabiana,
Magistrato ordinario in tirocinio Pescara
337.
Reale Andrea, Tribunale Ragusa
338.
Reale Laura, Magistrato ordinario in tirocinio
339.
Regolo Fabio, Tribunale Vibo
Valentia
340.
Reinotti Pier Valerio, Corte
Appello Trieste
341.
Renna Angelo,
Procura Milano
342.
Rispoli Guido,
Procuratore Bolzano
343.
Riverso
Roberto, Tribunale Ravenna
344.
Rizzo Marcello,
Magistrato Distrettuale Giudicante Lecce
345.
Robledo
Alfredo, Procura Milano
346.
Rosina Enzo,
Corte Appello Brescia
347.
Rossi Maria
Luisa, Tribunale Roma
348.
Rota Marco, Procura di Ragusa
349.
Rotondaro Aveta
Maria Teresa, Procura Minori Campobasso
350.
Russo Nicola,
Tribunale Napoli
351.
Saladino Vito Marcello, Tribunale
Marsala
352.
Salvo Giuseppe, Procura Gorizia
353.
Santese Piero,
Tribunale Palmi
354.
Santoriello
Ciro, Procura Pinerolo
355.
Santoro
Carmen, Procura Bergamo
356.
Sardoni
Brunella, Procura Agrigento
357.
Sava
Lia, Procura Palermo
358.
Savelli
Roberta, Tribunale Trani
359.
Scaletta
Dario, Procura Palermo
360.
Scardillo
Valentina, Tribunale Caltanissetta
361.
Scarpa Andrea,
Tribunale Bologna
362.
Scarpa Antonio,
Massimario Corte Cassazione
363.
Scelsi Giuseppe, Procura Generale
Bari
364.
Schiaretti
Corrado, Tribunale Ravenna
365.
Scudieri Adriano, Procura Milano
366.
Secchi Elena,
Tribunale Milano
367.
Serafini Giancarla, Procura
Milano
368.
Serra
Alessandra, Procura Bologna
369.
Serrao d'Aquino
Pasquale, Tribunale Napoli
370.
Sessa Anna,
Procura Marsala
371.
Sgarrella
Antonio, Procura Trapani
372.
Sgubbi Vincenzo, Tribunale Belluno
373.
Siani Vincenzo, Tribunale Salerno
374.
Silvestrini
Giuditta, Tribunale Mantova
375.
Silvi Alessia,
Procura Trento
376.
Spadaro
Sergio, Procura Milano
377.
Spagnuolo
Mario, Procura Vibo Valentia
378.
Squillace Greco
Ettore, Procura Firenze
379.
Stea Pier
Attilio, Procura Cuneo
380.
Stigliano
Domenico, Tribunale di Ferrara
381.
Tanisi Roberto,
Tribunale Lecce
382.
Tarantino Ilaria, Tribunale Catanzaro
383.
Tarfusser Cuno,
fuori ruolo VP presso Corte Penale Internazionale
384.
Tarondo Andrea,
Procura Trapani
385.
Tartaglia
Roberto, Procura Palermo
386.
Tecilla
Valentina, Tribunale Bologna
387.
Teresi Ida,
Procura Napoli
388.
Teresi Vittorio, Proc.Agg. Palermo
389.
Tittaferrante Giuseppe, Magistrato
ordinario in tirocinio Bologna
390.
Tona Giovanbattista, Tribunale
Caltanissetta
391.
Toniolo
Antonella, Procura Vicenza
392.
Tontodonati
Lucilla, Procura Generale Milano
393.
Torchia Anna
Maria, Tribunale Palmi
394.
Toscano Giulio,
Procura Generale Catania
395.
Tosi Sergio
Mario, Tribunale Lecce
396.
Trenti Barbara
Maria, Tribunale Vicenza
397.
Trinchillo
Anna, Procura Trapani
398.
Tringali Luca,
Tribunale Brescia
399.
Trovato
Luciano, Tribunale Minori Catanzaro
400.
Turco
Alessandro, Corte Appello Firenze
401.
Ulzega Marco,
Procura Oristano
402.
Vadalà Paolo,
Corte Appello Perugia
403.
Vagliasindi
Maria Grazia, Tribunale Catania
404.
Valenti Pino, magistrato in pensione
405.
Valentini
Francesco, Procura Napoli
406.
Valle
Cristiano, Tribunale Roma
407.
Vanorio Fabrizio, Procura Napoli
408.
Vartan Giacomelli, Procura Padova
409.
Venditti
Roberto, Tribunale Udine
410.
Vescia Roberto,
Tribunale Napoli
411.
Vignale Lucia, Tribunale Genova
412.
Villa Luca,
Tribunale Minorenni Milano
413.
Zaccardi Glauco, Corte Appello
Roma
414.
Zaccaro
Giovanni, Tribunale Minori Bari
415.
Zancan Valeria,
Tribunale Vicenza
416.
Zanotti Maria
Beatrice, Procura Verona
417.
Zizzari Angelo, Tribunale Rossano
Segnaliamo poi in particolare il sostegno subito
manifestato a Scarpinato da parte dalle giunte distrettuali ANM di
Caltanissetta e di Palermo
Le adesioni
esterne alla magistratura sono numerosissime e in corso di aggiornamento: hanno
espresso il loro sostegno avvocati, giudici di pace, giudici onorari,
professori accademici, giuristi, studenti, insegnanti, semplici cittadini e
moltissime associazioni.
-------------------------------
Riportiamo l’intervento di
Roberto Scarpinato letto alla commemorazione per i
20 anni dell’assassinio di Paolo Borsellino.
“Caro Paolo,
oggi siamo qui a commemorarti in forma privata perché più
trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante il 23 maggio ed
il 19
luglio partecipare alle
cerimonie ufficiali che ricordano le stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti
riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere
la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti
sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite
– per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si
contrappone al fresco profumo della libertà.
E come se non bastasse, Paolo, intorno a costoro si accalca una
corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di
questuanti pronti a piegare la schiena e abarattare
l’anima in cambio di
promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi.
Se fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la
grazia di restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua
dalla loro presenza. Ma, soprattutto, verrebbe da chiedere che almeno ci
facessero la grazia di tacere, perché pronunciate da loro, parole come Stato, legalità,
giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e
rinsecchiti.
Voi che a null’altro credete se non alla religione del potere e
del denaro, e voi che non siete capaci di innalzarvi mai al di sopra dei vostri
piccoli interessi personali, il 19 luglio tacete, perché questo giorno è
dedicato al ricordo di un uomo che sacrificò la propria vita perché parole come Stato,
come Giustizia, come Legge acquistassero
finalmente un significato e un valore nuovo in questo nostro povero e
disgraziato paese.
Un paese nel quale per troppi secoli la legge è stata solo la voce
del padrone, la voce di un potere forte con i deboli e debole con i
forti. Un paese nel quale lo Stato non era considerato credibile e
rispettabile perché agli occhi dei cittadini si manifestava solo con i volti
impresentabili di deputati, senatori, ministri, presidenti del consiglio,
prefetti, e tanti altri che con la mafia avevano
scelto di convivere o,
peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e
fortune.
Sapevi bene Paolo che questo era il problema dei problemi e non ti
stancavi di ripeterlo ai ragazzi nelle scuole e nei dibattiti, come quando il
26 gennaio 1989 agli studenti diBassano del Grappa ripetesti: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita…
Che cosa si è fatto per dare allo Stato… Una immagine credibile?… La vera
soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più
credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”.
E a un ragazzo che ti chiedeva se ti sentivi protetto dallo Stato
e se avessi fiducia nello Stato, rispondesti: “No, io non mi sento protetto dallo Stato
perché quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle
forze dell’ordine, non si incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. E proprio perché eri
consapevole che il vero problema era restituire credibilità allo Stato, hai
dedicato tutta la vita a questa missione.
Nelle cerimonie pubbliche ti ricordano soprattutto come un grande
magistrato, come l’artefice insieme a Giovanni Falcone del maxiprocesso che
distrusse il mito della invincibilità della mafia e riabilitò la potenza dello
Stato. Ma tu e Giovanni siete stati molto di più che dei magistrati
esemplari. Siete stati soprattutto straordinari creatori di senso.
Avete compiuto la missione storica di restituire lo Stato alla
gente, perché grazie a voi e a uomini come voi per la prima volta nella storia
di questo paese lo Stato si presentava finalmente agli occhi dei cittadini con
volti credibili nei quali era possibile identificarsi
ed acquistava senso dire “ Lo Stato siamo noi”. Ci avete insegnato
che per costruire insieme quel grande Noi che è lo Stato democratico di
diritto, occorre che ciascuno ritrovi e coltivi la capacità di innamorarsi del
destino degli altri. Nelle pubbliche cerimonie ti ricordano come esempio
del senso del dovere.
Ti sottovalutano, Paolo, perché la tua lezione
umana è stata molto più grande. Ci hai insegnato che il senso del dovere è
poca cosa se si riduce a distaccato adempimento burocratico dei propri compiti
e a obbedienza gerarchica ai superiori. Ci hai detto chiaramente che se tu
restavi al tuo posto dopo la strage di Capaci sapendo di essere condannato a
morte, non era per un astratto e militaresco senso del dovere, ma per amore,
per umanissimo amore.
Lo hai ripetuto la sera del 23 giugno 1992 mentre commemoravi Giovanni,
Francesca,Vito Schifani, Rocco
Dicillo e Antonio
Montinaro. Parlando di Giovanni dicesti: “Perché non è fuggito, perché ha
accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato
sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!
La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra
che lo ha generato”.
Questo dicesti la sera del 23 giugno 1992, Paolo, parlando di
Giovanni, ma ora sappiamo che in quel momento stavi parlando anche di te stesso
e ci stavi comunicando che anche la tua scelta di non fuggire, di accettare la
tremenda situazione nella quale eri precipitato, era una scelta d’amore perché
ti sentivi chiamato a rispondere della speranza che tutti noi riponevamo in te
dopo la morte di Giovanni.
Ti caricammo e ti caricasti di un peso troppo grande: quello di
reggere da solo sulle tue spalle la credibilità di uno Stato che dopo la strage
di Capaci sembrava cadere in pezzi, di uno Stato in ginocchio ed incapace di
reagire.
Sentisti che quella era divenuta la tua ultima missione e te lo
sentisti ripetere il 4 luglio 1992, quando pochi giorni prima di morire, i tuoi
sostituti della Procura di Marsala ti scrissero: “La
morte di Giovanni e di Francesca è stata per tutti noi un po’ come la morte
dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che
c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute
anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo Stato
in Sicilia è contro lo Stato e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo
compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la
nostra fiducia nello Stato”.
Missione doppiamente compiuta, Paolo. Se riuscito con la tua
vita a restituire nuova vita a parole come Stato e Giustizia, prima morte
perché private di senso. E sei riuscito con la tua morte a farci capire
che una vita senza la forza dell’amore è una vita senza senso; che in una
società del disamore nella quale dove ciò che conta è solo la forza del denaro
ed il potere fine a se stesso, non ha senso parlare di Stato e di Giustizia e
di legalità.
E dunque per tanti di noi è stato un privilegio conoscerti
personalmente e apprendere da te questa straordinaria lezione che ancora oggi
nutre la nostra vita e ci ha dato la forza necessaria per ricominciare quando
dopo la strage di via D’Amelio sembrava – come disse Antonino
Caponnetto tra le lacrime
– che tutto fosse ormai finito.
Ed invece Paolo, non era affatto finita e non è finita. Come
quando nel corso di una furiosa battaglia viene colpito a morte chi porta in
alto il vessillo della patria, così noi per essere degni di indossare la tua
stessa toga, abbiamo raccolto il vessillo che tu avevi sino ad allora portato
in alto, perché non finisse nella polvere e sotto le macerie.
Sotto le macerie dove invece erano disposti a seppellirlo quanti
mentre il tuo sangue non si era ancora asciugato, trattavano segretamente la
resa dello Stato al potere mafioso alle nostre spalle e a nostra insaputa.
Abbiamo portato avanti la vostra costruzione di senso e la vostra
forza è divenuta la nostra forza sorretta dal sostegno di migliaia di cittadini
che in quei giorni tremendi riempirono le piazze, le vie, circondarono il
palazzo di giustizia facendoci sentire che non eravamo soli.
E così Paolo, ci siamo spinti laddove voi eravate stati fermati e
dove sareste certamente arrivati se non avessero prima smobilitato il pool
antimafia, poi costretto Giovanni ad andar via da Palermo ed infine non vi
avessero lasciato morire.
Abbiamo portato sul banco degli imputati e abbiamo processato gli
intoccabili: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e
regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei Servizi segreti e
della Polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro,
personaggi di vertice dell’economia e della finanza e molti altri.
Uno stuolo di sepolcri imbiancati, un popolo di colletti bianchi
che hanno frequentato le nostre stesse scuole, che affollano i migliori
salotti, che nelle chiese si battono il petto dopo avere partecipato a summit
mafiosi. Un esercito di piccoli e grandi Don Rodrigo senza la cui
protezione i Riina, i Provenzano sarebbero
stati nessuno e mai avrebbero osato sfidare lo Stato, uccidere i suoi
rappresentanti e questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da tanto tempo.
Ma, caro Paolo, tutto questo nelle pubbliche cerimonie viene
rimosso come se si trattasse di uno spinoso affare di famiglia di cui è
sconveniente parlare in pubblico. Così ai ragazzi che non erano ancora
nati nel 1992 quando voi morivate, viene raccontata la favola che la mafia è
solo quella delle estorsioni e del traffico di stupefacenti.
Si racconta che la mafia è costituita solo da una piccola
minoranza di criminali, da personaggi come Riina e Provenzano. Si racconta
che personaggi simili, ex villici che non sanno neppure esprimersi in un
italiano corretto, da soli hanno tenuto sotto scacco per un secolo e mezzo la
nostra terra e che essi da soli osarono sfidare lo Stato nel 1992 e nel 1993
ideando e attuando la strategia stragista di quegli anni. Ora sappiamo che
questa non è tutta la verità.
E sappiamo che fosti proprio tu il primo a capire che dietro i
carnefici delle stragi, dietro i tuoi assassini si celavano forze oscure e
potenti. E per questo motivo ti sentisti tradito, e per questo motivo ti
si gelò il cuore e ti sembrò che lo Stato, quello Stato che nel 1985 ti aveva
salvato dalla morte portandoti nel carcere dell’Asinara, questa volta non era
in grado di proteggerti, o, peggio, forse non voleva proteggerti.
Per questo dicesti a tua moglie Agnese: “Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la
mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”. Quelle forze hanno
continuato ad agire Paolo anche dopo la tua morte per cancellare le tracce
della loro presenza. E per tenerci nascosta la verità, è stato fatto di
tutto e di più.
Pochi minuti dopo l’esplosione in Via D’Amelio mentre tutti erano
colti dal panico e il fumo oscurava la vista, hanno fatto sparire la tua agenda
rossa perché sapevano che leggendo quelle pagine avremmo capito quel che tu
avevi capito.
Hanno fatto sparire tutti i documenti che si trovavano nel covo di Salvatore
Riina dopo la sua
cattura. Hanno preferito che finissero nella mani dei mafiosi piuttosto
che in quelle dei magistrati. Hanno ingannato i magistrati che indagavano
sulla strage con falsi collaboratori ai quali hanno fatto dire
menzogne. Ma nonostante siano ancora forti e potenti, cominciano ad avere
paura.
Le loro notti si fanno sempre più insonni e angosciose, perché
hanno capito che non ci fermeremo, perché sanno che è solo questione di
tempo. Sanno che riusciremo a scoprire la verità. Sanno che uno di
questi giorni alla porta delle loro lussuosi palazzi busserà lo Stato, il vero
Stato quello al quale tu e Giovanni avete dedicato le vostre vite e la vostra
morte.
E sanno che quel giorno saranno nudi dinanzi alla verità e alla
giustizia che si erano illusi di calpestare e saranno chiamati a rendere conto
della loro crudeltà e della loro viltà dinanzi alla Nazione.”
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