"the problems we all live with" di norman rockwell

mercoledì 26 novembre 2014

La Magistratura, tra diritto e giustizia

Segnalo e incollo di seguito la riflessione del prof. Glauco Giostra comparsa qualche giorno fa sul Corriere della Sera: lettura fondamentale e molto ricca, non solo per chi lavora nella giustizia, ma anche per le premesse che spiegano il momento di crisi della fiducia nelle istituzioni e i conseguenti rischi.

In altro commento comparso su La Stampa, il prof. Grosso ha affermato, con riferimento diretto questa volta al caso Eternit) che la situazione straordinaria poteva consentire di addivenire ad una diversa interpretazione, evitando così che la prescrizione cancellasse la responsabilità per i migliaia di morti dell'amianto (su diritto penale contemporaneo trovate una rassegna dei commenti sulla vicenda Eternit, oltre a una discussione dei temi giuridici che hanno determinato quell'esito in Cassazione, nel bel articolo di Gatta: http://www.penalecontemporaneo.it/materia/-/-/-/3466-il_diritto_e_la_giustizia_penale_davanti_al_dramma_dell___amianto__riflettendo_sull_epilogo_del_caso_eternit/).

Ebbene, io non contesto che si potesse scegliere una diversa interpretazione sulla struttura del reato, così come si potrebbe allora discutere del complesso tema delle scelte fatte dalla Procura di Torino (peraltro da sempre punta di eccellenza in questo settore). Questo attiene al merito delle questioni giuridiche.
Il vero problema non è che si potesse argomentare diversamente.
Il punto è che in alcune di queste riflessioni sembra dirsi che l’argomentazione potrebbe essere scelta sulla base dell’esito ("giusto"...) che si vuole ottenere.

Io credo che il rischio sia quello di partire dalla decisione che riteniamo giusta (per nobilissimi e fondati motivi ma di tipo pregiudiziale), e DOPO scegliamo l’argomento che ci aiuta ad arrivare dove volevamo arrivare.

Così facendo finiamo per valicare confini pericolosi sotto molti punti di vista.

La magistratura non deve chiudersi in un atteggiamento burocratico e tecnico: può ancora svolgere un fondamentale lavoro di attuazione della Costituzione, applicando le leggi in modo conforme ai principi costituzionali e invocando l'intervento della Consulta quando le norme siano in insanabile contrasto con la Carta fondamentale.
Ma questa vigilanza costituzionale e questa tensione a dare una risposta di giustizia non solo formale non può giustificare travalicamenti della funzione giurisdizionale.

Se sapremo fare questo avremo ancora titolo e credibilità per reclamare la nostra indipendenza nell'interesse della legalità e dell'uguaglianza dei cittadini.



Giudice, fai il giudice
Cresce lo scarto tra aspettative e sfiducia 
Il magistrato legislatore non è un rimedio 


di Glauco Giostra
Corriere della Sera

Vi è qualcosa di persino più grave della crisi della giustizia, di cui si 
parla giustamente tanto: la crisi di fiducia nella giustizia. Per una società democratica è di vitale importanza che il popolo creda nella giustizia amministrata in suo nome; 
ancora più importante, arriverei a dire, del metodo usato e dei risultati ottenuti. Mette a rischio la propria tenuta sociale una collettività che non sia in grado di consegnare con fiducia a un soggetto imparziale il potere di emettere, al termine di un itinerario che essa stessa ha delineato con le sue leggi, una decisione che è poi disposta a rispettare come verità (res iudicata pro veritate habetur). 

Un popolo che non crede nella propria giustizia si rassegna fatalmente ad accettare quella del più forte. La crescente disaffezione per la giustizia, quindi, non può essere sconsideratamente percepita come un incendio al di là del fiume: è, invece, un insidioso agente corrosivo delle già non solide basi democratiche del Paese. 
Nelle società occidentali, orfane dei fondamentali riferimenti ideologici e religiosi, deprivate della forza aggregante della tradizione, disorientate e anomiche, la giurisdizione è divenuta l`unico fattore di coesione, l`ultima autorità cui rimettere la risoluzione di contrasti e di problemi. 

Insomma, l`Enea della società moderna pretende di camminare stando sulle vecchie spalle dell`Anchise della giustizia. Tanto che si parla di democrazia giudiziaria. Fatalmente, l`imponenza del compito si scontra talvolta con l`inadeguatezza delle risorse, nonché con i limiti insiti nel metodo di conoscenza della giurisdizione: il processo. La risposta giudiziaria risulta spesso tardiva, talvolta insoddisfacente, anche per il perdente paragone con il processo allestito dai media dinanzi al tribunale dell`opinione pubblica, apparentemente più trasparente, meno formalistico e più celere. 

Nel nostro Paese, la forbice tra aspettative e sfiducia risulta pericolosamente divaricata. Da un lato, infatti, una politica in pluridecennale crisi di autorevolezza demanda alla magistratura le decisioni che essa non vuole o non riesce a prendere. 
Dall`altro, un`improvvida inflazione legislativa, sistemi processuali farraginosi, endemiche carenze di personale (togato e non), di mezzi e di strutture sono concause di una giustizia lentissima e inadeguata, che ci espone a umilianti condanne da parte della Corte europea dei diritti dell`uomo per l`irragionevole durata dei processi e 
per il trattamento inumano riservato ai reclusi. 

Difficile riporre fiducia in una giustizia che esibisce queste credenziali, tanto più se a ciò si aggiunge la sciagurata, irresponsabile opera di delegittimazione condotta negli ultimi vent`anni da una certa politica paranoicamente ossessionata da complotti giudiziari, o che almeno ha finto di esserlo. 
Ma la sfiducia non dipende soltanto dall` inefficienza del sistema e dall`insistita, interessata opera di discredito, pervicacemente esercitata con ampio dispiegamento di mezzi mediatici. 
Corresponsabile una politica legislativa forte con i deboli e debole con i forti, si è ormai diffusa, nella collettività, la percezione di una giustizia diseguale e lontana. Troppo spesso, agli ultimi della società (gli invisibili, gli immigrati, i disoccupati, 
gli emarginati) la legge mostra solo il volto della pretesa («contro i poveri c`è sempre la giustizia» direbbe Manzoni); mentre agli esponenti del potere politico, economico, ecclesiastico, mostra quello del protettivo privilegio (come la composizione demografica dell`inferno carcerario dimostra). In mezzo ci sono tutti gli altri, 
che riescono a far valere il proprio diritto soltanto se «sopravvivono» a quella selezione naturale che - in una sorta di darvinismo giudiziario consente a pochi, provvisti di particolari risorse, economiche e psicologiche, di superare il lunghissimo percorso a ostacoli di un processo. In genere, il cittadino medio si avvicina alla giustizia con intimidita rassegnazione, come il protagonista de La verità di Pirandello, certo Tararà: «Accettava l`azione della giustizia come una fatalità 
inovviabile. Nella vita c`era la giustizia, come per la campagna le cattive annate. E la giustizia, con tutto quell`apparato solenne di scanni maestosi, di tocchi, di toghe e di pennacchi, era per Tararà come quel nuovo grande molino a vapore, che s`era inaugurato con gran festa l`anno avanti. Visitandone con tanti altri curiosi il macchinario», Tararà s`era sentito «sorgere dentro e a mano a mano ingrandire, con lo stupore la diffidenza. Ciascuno avrebbe portato il suo grano a quel molino; ma chi avrebbe poi assicurato agli avventori che la farina sarebbe stata quella stessa del grano versato? Bisognava che ciascuno chiudesse gli occhi e accettasse con rassegnazione la farina  che gli davano. Così ora, con la stessa diffidenza, ma pur con la stessa rassegnazione, Tararà recava il suo caso nell`ingranaggio della giustizia». 
Questa è, a un dipresso, purtroppo, la giustizia «percepita». Non sfugge il pericolo che si annida in una tale situazione. Sinora si è sempre giustamente detto che dobbiamo garantire l`indipendenza della magistratura da ogni altro potere per assicurare l`uguaglianza dei cittadini; oggi c`è il rischio che i cittadini, avvertendo l`ingiustizia del sistema nonostante l`indipendenza della magistratura, non abbiano più interesse a difenderla e affidino ad altri poteri, ai loro occhi più affidabili (poteri politici, economici, corporativi, se non, talvolta, criminali), la tutela dei loro interessi. China quanto mai democraticamente scivolosa per uno Stivale come il nostro, sempre così pronto a calzare il piede dell`uomo della provvidenza di turno.

 Di certo, una tale deriva democratica sarebbe solo in minima parte addebitabile a responsabilità dei magistrati, ma altrettanto sicuramente sarebbe la loro indipendenza a farne le spese (pubblico ministero «sotto» l`esecutivo, discrezionalità dell`azione penale, Csm a prevalente composizione politica). 
Il vistoso iato tra le demiurgiche attese riposte nella giustizia e la diffusa sfiducia sociale nella stessa non ha mancato di proiettare i suoi effetti anche sul modo in cui alcuni magistrati - ancora una minoranza, per fortuna - vivono oggi il proprio ruolo. 

Alcuni, percependo che, nonostante tutto, la giustizia è l`ultima istanza in una società in decomposizione civile e morale, si abbandonano a protagonismi improntati a una visione tolemaica della giurisdizione, vista come unico centro di irradiazione 
etica della società, come l`unico strumento di redenzione. Sentendosi investiti di una 
missione salvifica, si esibiscono in rodomontate giudiziarie, spesso controproducenti per la stessa causa che in buona fede ritengono di servire. 

Alla base di questi atteggiamenti vi è un pericoloso fraintendimento: si confonde la fiducia che la collettività deve avere nella giustizia con il consenso guadagnato alla singola iniziativa giudiziaria; consenso irrilevante e caduco, quando non pernicioso. 
In altri si registra, sul fronte opposto, una crescente disaffezione, un disagio, quasi una tentazione di esodo dalla funzione giurisdizionale (richieste di incarichi extragiudiziari, di collocamento fuori ruolo, di trasferimento verso uffici di minor impegno, di prepensionamenti, fughe verso la politica). L`«autopercezione» sociale del magistrato è svilita e mortificata. Egli sente, frustrante, un deficit di consenso collettivo rispetto alla funzione che è chiamato a svolgere, e ciò troppo spesso lo induce a derubricarla a rassegnata gestione impiegatizia dei suoi compiti, moderno Sisifo impegnato a smaltire incombenze sempre crescenti, attento a schivare rischi e responsabilità, concentrato sulla tutela del proprio  status e delle proprie aspettative. Rassicura il fatto che la maggioranza dei magistrati ancora resista ad entrambe queste opposte «tentazioni»; preoccupa, che siano sempre di meno.

Lo scarto tra ciò che impropriamente si pretende dalla giustizia e ciò che questa può garantire si riflette, poi, persino sul modo di interpretare e di applicare la legge. Capita sempre più spesso, infatti, che la magistratura, anche nel suo vertice 
di legittimità - messa di fronte a situazioni in cui il rispetto della legalità produrrebbe vistose ingiustizie sostanziali; tenuta a dar seguito a pronunce della Corte europea senza che l`ordinamento gliene offra gli strumenti normativi; costretta ad applicare disposizioni di palese incostituzionalità; impotente testimone dì evidenti abusi delle garanzie - risolva i problemi dando vita a una «giurisprudenza legislativa», spesso 
apprezzabile nel risultato, mai nel metodo. Gabellandole per interpretazioni di carattere sistematico, ovvero costituzionalmente o convenzionalmente orientate, si effettuano operazioni che con il genus interpretazione nulla hanno a che fare; mentre molto assomigliano a una impropria attività di supplenza rispetto alla inerzia o alle 
inadeguatezze del potere legislativo. 


Quando la formulazione lessicale viene considerata plastilina linguistica tra le dita dell`interprete, che può modellarla alla bisogna, questi non applica la norma, la forgia. La necessità di superare delicati problemi contingenti può spiegare la forzatura, mai giustificarla, perché simili operazioni comportano un preoccupante travalicamento delle prerogative istituzionali del potere giudiziario. Producono, infatti, una pericolosa commistione di metodo e obiettivi tra la decisione politica e la decisione giudiziaria. L`agire politico guarda al futuro, si orienta verso determinati 
obiettivi, cerca i mezzi più idonei per conseguirli e risponde dei risultati ottenuti. L`attività giurisdizionale, invece, guarda al passato e opera secondo lo schema «se si è verificato un tale fatto... allora ...», ma il procedimento per accertalo e le conseguenze da farne derivare sono determinati dalla legge. Il giudice, proprio affinché la sua attività sia sottratta alla critica politica, deve rispondere esclusivamente della corretta applicazione della legge, non essendogli non solo richiesto, ma neppure consentito, di farsi carico degli effetti della propria decisione: se evade dallo schema legale - che è a un tempo la sua gabbia e il suo scudo - e si spinge a fare scelte politiche, prima o poi sarà chiamato politicamente a 
risponderne. Resta, inevasa, una domanda: c`è ancora un sentiero, per quanto stretto, che la magistratura può - e se può, deve - percorrere per assolvere al suo alto mandato pur nella difficilissima situazione data? Per non deludere, senza esondare dalle sue prerogative istituzionali? Per rappresentare ciò di cui questa società ha più bisogno: 
un riferimento fermo di giustizia e di etica civile?

Azzardo una risposta. Spero non suoni semplicistica, ma viviamo un tempo in cui riaffermare l`ovvio è spesso rivoluzionario. Il miglior servizio che la magistratura può oggi rendere alla collettività è compiere il suo dovere nonostante, amministrando 
con compostezza, refrattaria a suggestioni e pressioni, la giustizia possibile nelle condizioni date. Non abbiamo bisogno di Savonarola in toga, né di burocratici travet della giustizia, ma di magistrati che assolvano al loro ufficio - si conceda l`ossimoro - con umile orgoglio: l`orgoglio di esercitare la più alta funzione sociale, quella di 
giudicare; l`umiltà di sentirsi comunque - in quanto uomini - inadeguati al compito. Abbiamo bisogno di magistrati che svolgano il loro delicato compito nec spe, nec metu (né con speranza né con timore); che sappiano esprimere accoglienza, trasparenza e rispetto ai Tararà che a qualsiasi titolo varcano il portone del Palazzo di giustizia; che operino con equilibrio, competenza, impegno, riserbo, rigorosamente all`interno del recinto della legalità; che difendano strenuamente 
la loro indipendenza da interferenze esterne e interne al potere giudiziario. 
Fortunatamente sono tantissimi i magistrati così; ma non abbastanza da far «percepire» la giustizia come il rassicurante, vitale, silenzioso respiro della democrazia. 

giovedì 20 novembre 2014

La cattiva legge

"Ogni legge trasgredito troppo spesso è cattiva; spetta al legislatore abrogarla o emendarla, per impedire che il dispregio in cui è caduta quella stolta ordinanza si estenda ad altre leggi più giuste" (Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar)

Il consiglio del saggio imperatore Adriano non è stato raccolto.

In mezzo alla giungla di leggi che infesta il nostro Paese è cosi prosperato dapprima il dispregio per la "stolta ordinanza" e poi anche quello per le "norme giuste". 

Fino ad oggi, un presente nel quale continuamente la legalità è negata e le prassi calpestano le regole, buone o cattive che siano...
Nessuno scandalo, poco rispetto da parte di tutti e pochissima indignazione.

Ormai questa cultura della norma fai-da-te è diventata un tratto della vulgata popolare, per cui ciascuno di noi si ritaglia la regola a proprio uso e consumo.
Sì, ok, la regola direbbe così, ma in questo caso bisogna fare un'eccezione...
Siamo 60 milioni di eccezioni.

Certo, le regole non saranno mai un vestito su misura ritagliato da un sarto per ciascuno di noi.
Le regole sono per loro natura (esclusi gli obbrobri ad personam) generali ed astratte e aspirano appunto a disciplinare come una data situazione debba funzionare per tutti.

"I know the rules but the rules do not know me"
(Io conosco le regole ma le regole non conoscono me, 
Eddie Vedder, Into the wild soundtrack)

Il grande Eddie ha ragione, ma lui parla da poeta e, appunto, conosce le regole.

Il loro limite è che quindi che non conoscono ciascuno di noi e quindi ci possono sembrare troppo rigide o comunque ingiuste...
Ma loro ricchezza è grandezza risiede proprio nel (tentare di) creare uno spazio nel quale siamo tutti uguali e quindi siamo tutti liberi di esprimere le nostre capacità e scelte perché tutti partiamo dalle medesime opportunità e dobbiamo confrontarci secondo i medesimi criteri.

Abbiamo perso questa consapevolezza.
Abbiamo perso il senso di legalità e l'amore per l'uguaglianza: ci preoccupiamo quasi sempre solo dei nostri interessi e del nostro punto di vista, dimenticandoci che la libertà individuale passa per il rispetto delle regole da parte di ciascuno.

Ecco perché il male di questo Paese non sono anzitutto le leggi cattive o le mancate riforme ma il mancato rispetto delle norme vigenti: sia da parte dei cittadini , sia ancor prima da parte degli uomini che hanno responsabilità pubbliche.

Per questa ragione è meglio una legge abrogata che una legge calpestata quotidianamente, perché nel secondo caso si sta anche seminando dispregio per le istituzioni e sfiducia nel patto sociale.

Ecco perché amo il diritto e mi indigna vederlo piegato, calpestato, tradito, insultato.
Ecco perché, infine, il futuro di questo Paese non dipende tanto da quali leggi saranno approvate in futuro ma da quanto sapremo recuperare senso della legalità e rispetto per le regole,

"Bisogna essere onesti per vivere fuorilegge" (Bob Dylan)

...la nostra povera patria invece è infestata da fuorilegge disonesti e furbetti.

Cominciamo a cambiarlo rispettando e facendo rispettare le norme, a cominciare da quelle bellissime della Costituzione.

giovedì 13 novembre 2014

SAVIANO E LA FIDUCIA DA NON PERDERE

Dispiace sentire un (altro...) simbolo della lotta per la legalità commentare una decisione che lo riguarda in modo troppo simile a come in passato hanno fatto molti uomini pubblici anche da lui criticati, ovvero delegittimando.
Dispiace particolarmente perché in passato la cosa non mi aveva stupito, ma da Roberto Saviano (di cui ho letto e apprezzato molti scritti) mi sarei aspettato maggiore equilibrio e senso delle istituzioni, anche se comprendo che in questi anni abbia vissuto una situazione difficilissima e sacrificato molto per il suo impegno contro la Camorra (e per questo continua ad andargli la mia solidarietà e il mio rispetto).

Legittimo dissentire e criticare, argomentando nel merito, ma fare riferimenti a una giustizia pavida ha intanto l'effetto di indebolire l'autorevolezza e la credibilità dell'intera magistratura. 
Il diritto è nulla o quasi se non è circondato di rispetto e di fiducia, e questo vale anche per coloro che il diritto sono chiamati ad applicare, ovvero i magistrati.

La delusione per una sentenza che non si condivide dovrebbe essere messa in secondo piano da un uomo che tanto si sta impegnando per la lotta contro la criminalità in Italia, proprio perché per quella lotta la tenuta delle istituzioni e la fiducia nella magistratura non sono optional ma pietre angolari.
Diversamente facendo forniamo un facilissimo e inaccettabile assist ai delinquenti che potranno lamentarsi delle condanne ricevute invocando l'errore giudiziario o la persecuzione o la giustizia pavida proprio come quel magistrato o quel giornalista...

Certamente fiducia e autorevolezza non sono a credito infinito: istituzioni e magistratura devono guadagnarsele... ma è fondamentale per chi fa cultura della legalità (e per di più ha un enorme seguito...) seminare un atteggiamento positivo, che sappia andare oltre la singola delusione o le perplessità per un caso specifico, sapendo che i principi che le istituzioni difendono hanno un valore che trascende le persone che le incarnano.

Per dirla con un esempio più famigliare e quotidiano: quando si difende una decisione presa da un insegnante di nostro figlio lo si fa (quasi) a prescindere dal merito, perché quello che più preoccupa è che lui non perda fiducia nella maestra e continui a rispettare la scuola in senso ampio...

Ecco un interessante commento di una giornalista anche lei fatto oggetto di minacce come Saviano e che entra anche nel merito della vicenda traendone spunto per una riflessione più generale sull'immagine che abbiamo della mafia


dal sito de Il Messaggero

CARO SAVIANO, NON SONO D'ACCORDO
PER ME QUELLA SENTENZA E' GIUSTA

di Rosaria Capacchione
Mi è venuto in mente solo dopo, dopo la lettura del dispositivo. Ci ho pensato perché buona parte delle arringhe difensive erano state dedicate alla sterile discussione sulla parola “proclama”.

Termine che i giornali avevano utilizzato per definire l'istanza di legittima suspicione che tanti anni prima l'avvocato Santonastaso aveva letto nell'aula bunker del carcere di Poggioreale in difesa dei suoi clienti camorristi. Tutta la questione era sul parallelismo impossibile con i comunicati letti dalle Brigate Rosse detenute. Così quando, più tardi, il presidente Esposito ha letto il dispositivo della sentenza che condannava l'avvocato Michele Santonastaso e assolveva i suoi assistiti di altissimo rango mafioso, Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, ho ricordato un'intervista a Renato Curcio sul suo consenso all'omicidio di Aldo Moro.

Diceva, il capo storico delle Br, che quella morte aveva spiazzato i terroristi detenuti, che mai avevamo discusso dell'eventualità di uccidere il prigioniero; che, anzi, quella decisione li aveva lasciati perplessi. Ma che alla fine si erano associati per non dare l'idea di una spaccatura tra il mondo delle carceri e quello esterno: appartenendo loro al primo e non sapendo bene cosa accadesse nell'altro.

Poteva, quel parallelismo, essere applicato anche ai Casalesi detenuti e ai loro portavoce all'esterno? Poteva la minaccia declamata dall'avvocato Santonastaso - perché di minaccia si è trattato, ha stabilito il Tribunale, e non del legittimo, sia pur colorito, esercizio del diritto di difesa - essere una scelta autonoma del penalista e non, invece, il frutto di un accordo con i suoi clienti? E poteva essere comunque una minaccia mafiosa pur avendo escluso la complicità dei capi del clan? La sentenza ha detto che sì, che è possibile, che è così che è andata. E io, che di quelle minacce sono stata vittima, dico che è altamente probabile. Per una ragione tecnica e una sociologica.

La prima. Durante il dibattimento uno degli imputati, Antonio Iovine, diventato collaboratore di giustizia, ha parlato a lungo dei suoi rapporti con il difensore, l'avvocato Santonastaso. E ha detto di avergli affidato la cura delle sue cause perché era un giovane rampante e perché aveva i canali giusti per addomesticare le sentenze sfavorevoli. A lui aveva reso quel servizio in due occasioni, in cambio di denaro, molto denaro, destinato - a suo dire - al presidente della IV sezione di Assise di Appello di Napoli. Servizio importantissimo, perché si trattava di ribaltare due condanne per altrettanti omicidi che lui, Iovine, aveva effettivamente commesso.

Santonastaso aveva portato il risultato a casa ma il boss non aveva chiesto approfondimenti. Non gli interessava il canale ma solo l'assoluzione. L'avvocato, dunque, aveva un mandato aperto che esclude il rapporto di sudditanza tipico dei clan mafiosi a struttura verticistica. Aveva un rapporto fiduciario e da pari grado.

È vero? È senz'altro verosimile. Ritengo che il Tribunale abbia creduto a Iovine e, in fondo, allo stesso Bidognetti, che ha detto di non aver mai conosciuto, se non a cose fatte, il contenuto autentico di quell'istanza di legittima suspicione. Non poco, nella decisione, deve aver influito un elemento visibile sia pur extraprocessuale: Michele Santonastaso ha partecipato al dibattimento da detenuto, in virtù dell'accusa di associazione mafiosa contestatagli in un altro processo nel quale il pubblico ministero ha chiesto la sua condanna a 22 anni di carcere. Non esiste ancora una sentenza ma più giudicati cautelari hanno confermato il ritratto a tinte fosche che del penalista ha tracciato la Dda di Napoli.

Poi c'è l'altra questione, la lettura sociologica di quanto accadde il 13 marzo 2008 in un contesto che esula dalla visione tradizionale dei codici mafiosi ma guarda invece a quelle trasformazioni morfologiche del mafioso del terzo millennio. Contesto tutt'altro che semplice, tipico delle ambientazioni di Leonardo Sciascia (Todo modo, per esempio) con il quale, durante l'intero dibattimento, si era dovuto confrontare Antonello Ardituro, il magistrato che aveva portato in aula Santonastaso e due dei capi casalesi con l'accusa di aver esposto i colleghi Cantone e Cafiero de Raho, Roberto Saviano e la sottoscritta, a un grave rischio di morte.

Il fatto è che giornalisti e opinionisti, a partire da me, si affannano a parlare dell'avvento della borghesia mafiosa che ha soppiantato i vecchi boss con la coppola storta e la lupara; ma poi, quando si scontrano con un vero borghese mafioso, con un professionista prestato alla mafia non lo riconoscono. Quando lo incontrano cercano mille pretesti per non tributargli la patente di mafiosità. Vorrebbero che fosse armato e che parlasse lo slang casalese e che indossasse la vecchia divisa, così rassicurante con le sue macchie di sangue e il suo visibile potere di minaccia. È anche per questo che quando una sentenza finisce per condannare il colletto bianco e assolvere i vecchi mafiosi, ci si straccia le vesti gridando alla giustizia negata.

Ma io, che quella vicenda ho vissuto da cronista e da parte del processo, penso che, aldilà dei tecnicismi giuridici e della capacità di resistenza della decisione in tutte le fasi del giudizio, la storia può essere andata davvero così. E che l'avvocato, quel giorno, per difendere i suoi clienti difese anche se stesso, che per una volta e nel processo più importante - quello che conosciamo con il nome di Spartacus - non era stato in grado di mantenere le promesse: perché uno scrittore aveva diffuso in tutto il mondo le gesta dei Casalesi (e per certe trattative sotterranee c'è bisogno di silenzio); perché due magistrati di Procura avevano ostinatamente difeso il ruolo dei collaboratori di giustizia; perché una giornalista non accomodante aveva dato voce ai sospetti sulla bontà di alcune sentenze emesse dal giudice che alla celebrazione di Spartacus doveva essere destinato e che invece fu costretto a rinunciare. Per la cronaca, lo stesso giudice di cui ha parlato Antonio Iovine.

giovedì 6 novembre 2014

CI VEDIAMO IN PIAZZA

"Se un magistrato sbaglia, dovrà essere sottoposto a una visita psico-attitudinale da parte di un collegio medico composto da professori ordinari di psichiatria, neurologia e medicina interna che ne valuti l`idoneità ad esercitare la professione. In caso di esito positivo della visita, entro 30 giorni, il magistrato è tenuto a chiedere pubbliche scuse al danneggiato nella piazza principale della città”. 

Questa è l'emendamento depositato agli atti del Senato della Repubblica italiana da Barani, membro della Commissione Giustizia e relatore del disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati. 

Questa foga punitiva è grottesca (il riferimento a controlli di medicina interna mi resta per esempio del tutto oscuro...), ma al tempo stesso simbolica del sogno di una certa classe politica, che vorrebbe scaricare sulla magistratura tutte le responsabilità che non si è saputa e voluta assumere in questi decenni.


Il tema della responsabilità civile dei magistrati è una questione seria, tecnica e delicata.

Nessuno pretende di difendere un diritto di casta a essere al di sopra di qualsiasi controllo e sicuramente alcuni controlli non hanno funzionato come dovevano.

Però si dovrebbe anche spiegare che il magistrato ha già una responsabilità civile, penale, amministrativa, contabile e disciplinare. 

Si dovrebbe dire che l'incidenza soprattutto di quella disciplinare in questi anni è significativamente aumentata (nessuna altra categoria od ordine ha numeri così alti) punendo però in modo spesso formalistico senza invece sanzionare coloro che effettivamente non hanno garantito impegno e qualità adeguati alla funzione. 
Si dovrebbe avere il coraggio di dire che il tema della responsabilità nelle professioni intellettuali non andrebbe lasciato agli umori della piazza (come in parte sta avvenendo ai medici, ormai assediati e spesso costretti ad atteggiamenti difensivi e prudenziali perché più preoccupati di non essere accusati piuttosto che di fare la cosa giusta).
Si dovrebbe spiegare che una responsabilità diretta senza filtro non esiste nel mondo e consentirebbe una rappresaglia da parte di tutte le migliaia di parti che quotidianamente e inevitabilmente i magistrati scontentano (imputati condannati, denuncianti che vedono i loro esposti archiviati, le parti soccombenti in ogni giudizio civile). Si dovrebbe cioè spiegare che si può e si deve migliorare il controllo del lavoro dei magistrati ma farlo consentendo un'azione diretta produrrebbe una giustizia timida, difensiva, ancora più debole verso i forti e quindi sempre più burocraticamente concentrata verso i deboli. 
E invece, lo ripeterò fino alla noia, questo Paese ha ESTREMO BISOGNO di una magistratura capace di controllo di legalità in modo indipendente e forte anche e soprattutto contro la criminalità del potere, perché solo l'Italia deve affrontare fenomeni di corruzione, mafia e terrorismo così forti e così capaci di inquinare e deviare il funzionamento delle istituzioni democratiche e repubblicane.

Ma questi sono ragionamenti di chi ha voglia di capire e di migliorare le cose:è molto più semplice solleticare il prurito della massa facendole sognare di esibire il capro espiatorio di turno nella piazza principale della città.


Torna la voglia della gogna, dei processi sommari, delle pene esemplari... tutte parole che richiamano tempi antichi e bui del diritto.

Eppure anche i vangeli spiegano bene come finisce un processo fatto di populismo invece che di ragione e di rispetto dei diritti...

Ci vediamo in piazza.

Speriamo che sia una agorà, luogo di incontro e dialogo... e non il palcoscenico di una gogna populista.

lunedì 3 novembre 2014

CUCCHI: AUTORITARI O AUTOREVOLI?

Nella vicenda dell'assoluzione nel processo per la morte di Stefano Cucchi credo che l'accento vada posto proprio sul fallimento che ad oggi c'è stato nel trovare le responsabilità di un fatto tanto grave.
Magistratura, forze dell'ordine, sistema sanitario... tutti dobbiamo sentirci interpellati e indignati per un fatto del genere e la verità va cercata oltre ogni omertà.

Il problema non è la sentenza, che va rispettata come esito nel quale non si sono provate al di là di ogni ragionevole dubbio le singole specifiche responsabilità.


Andrebbe piuttosto fatta una profonda riflessione sulle ragioni per cui troppo spesso fatichiamo ad accertare verità e responsabilità quando i reati sono commessi da membri delle istituzioni, ed il caso dei reati subiti dai detenuti è tra i più preoccupanti (lo dico con profonda amarezza anche per esperienza personale).


Dobbiamo avere la forza di rispettare e comprendere le enormi difficoltà di chi lavora in certi contesti (ci sono persone di enorme valore e senso delle istituzioni), garantendo al tempo stesso la massima serietà e trasparenza quando vengono segnalati fatti illeciti ed emergono condotte comunque non corrette.

In questi casi ci giochiamo la credibilità: vogliamo apparire autoritari o diventare autorevoli? Vogliamo uno Stato di diritto o di polizia?

L'autorevolezza discende anche, se non soprattutto, dalla capacità di riconoscere e correggere i propri errori e di sanzionare chi abusa del potere.

Qualsiasi atteggiamento indulgente o corporativo deve essere cancellato.

Per questo è una grande ferita l'atmosfera omertosa che circonda certi ambienti e certi vicende...

Lasciamo il silenzio alle mafie.
Chi lavora per le istituzioni (che sia magistrato o poliziotto, insegnante o infermiere) deve parlare ed essere trasparente, perché anche i suoi silenzi e le sue omissioni macchiano l'istituzione intera.

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Riporto di seguito il comunicato di Magistratura Democratica

Cinque anni e due gradi di giudizio non hanno consentito di accertare responsabilità penali per la morte di Stefano Cucchi e tuttavia è stato provato in giudizio che egli fu vittima di violenza mentre si trovava in stato di arresto.
E’ una sconfitta per lo Stato, che può privare della libertà personale chi sia gravemente indiziato di un reato, ma ha il dovere indefettibile di garantirne l’incolumità.
E’ una sconfitta per le forze dell'ordine, che, ancora una volta, non hanno saputo collaborare lealmente all’accertamento della verità.
E’ una sconfitta per il sistema penitenziario e per il Servizio Sanitario Nazionale che non hanno saputo assicurare assistenza e cure adeguate a chi ne aveva bisogno.
E’ una sconfitta per il sistema giudiziario nel suo complesso, e non perché gli imputati sono stati assolti (in uno Stato di diritto la responsabilità penale è personale), ma perché quel sistema non ha saputo infondere in un giovane arrestato - pur assistito da un Difensore e interrogato da un Giudice in udienza di convalida - la fiducia di cui avrebbe avuto bisogno per denunciare chi, con grave violazione dei propri doveri, aveva attentato alla sua integrità fisica.
Questa sconfitta ci coinvolge come Magistrati e come cittadini: ci interroga sulla capacità del sistema di assicurare effettiva tutela ai diritti violati; ci sfida ad affinare le nostre capacità di ascolto e la nostra attenzione per le vicende umane sottese ad ogni procedimento; ci impone un rinnovato impegno a presidio delle garanzie e a tutela dei diritti di chi è debole e non ha altra forza che quella che la Legge gli riconosce.
C’è molto su cui riflettere, tanto più in un tempo in cui, troppo spesso, la giurisdizione viene rappresentata come un orpello inutile e vetusto.
Il Comitato Esecutivo di Magistratura democratica

mercoledì 29 ottobre 2014

Tre gradi di separazione

Tre gradi di separazione tra quello la verità, che vorremmo tutta e subito, e l'accertamento processuale, che si costruisce faticosamente e nel tortuoso cammino dei tre gradi, appunto...

In questi giorni, ancor più del solito, si leggono e si ascoltano commenti disorientati di fronte al ribaltamento di sentenze nei gradi successivi (l'assoluzione di Berlusconi in Appello, quella di Dolce & Gabbana in Cassazione e la condanna di Minzolini in Appello).

Come al solito premetto di voler fare una riflessione generale, per rispetto di quelle decisioni, perché non conosco le carte e le questioni affrontate e perché il caso specifico mi interessa poco mentre mi pare importante comprendere e riflettere sui meccanismi processuali, che non riguardano pochi imputati eccellenti, ma migliaia di cittadini (imputati e persone offese...).

Prima di tutto osservo quanto siano illogiche le nostre reazioni di fronte a decisioni inaspettate.
Se ci riflettessimo con qualche freddezza, ci dovrebbe apparire evidente che in linea di massima dovremmo avere fiducia per una decisione presa dai giudici naturali precostituiti (e selezionati per concorso) che hanno letto e studiato tutte le prove...
E invece no, perché per qualche folle e infantile ragione pensiamo di sapere noi la soluzione giusta, come se qualche resoconto giornalistico potesse sostituire la conoscenza dei fatti e delle questioni giuridiche. 
Questa banale considerazione non vuole censurare qualsiasi critica alle sentenze, ma indurrebbe quanto meno a toni meno sprezzanti e a un atteggiamento in generale più prudente e conscio dei propri "pre-giudizi" (Tizio lo sanno tutti che è un corrotto, Caio è un evasore, ecc...).
Il principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza non deve restare solo un enunciato ma esiste proprio perché la storia e la storia del diritto hanno dimostrato quanto sia difficile e incerta la ricerca della verità processuale e per questo è necessario grande sobrietà fino a che non si giunge a una sentenza definitiva.

I gradi di giudizio non sono inutili orpelli proprio perchè il processo è un fatto anche tecnico e complesso che risponde a molte regole ed esigenze e che fisiologicamente può condurre persone preparate e perfettamente in buona fede a convincimenti diversi.
Questo riconoscimento della fragilità e della difficoltà dell'accertamento non deve spaventare o scandalizzare ma anzi ci fa comprendere quanto sia importante che diverse persone in più passaggi possano verificare i fatti, valutare l'attendibilità degli elementi di prova, soppesare eccezioni ed argomenti difensivi fino a prendere la decisione finale.

Questa gradualità assume connotati particolari nel processo penale.
Anzitutto perché dovendosi applicare anche gravi sanzioni limitative della libertà personale, l'ordinamento richiede che la prova sia al di là di ogni ragionevole dubbio. Quindi molto più di un semplice convincimento fondato... e infatti come pubblico ministero non è raro farsi un'idea precisa di certi fatti ma poi arrivare a chiedere l'assoluzione perché non si è riusciti a darne prova al di là di ogni ragionevole dubbio nel processo.
Questo ci rende uno Stato di diritto e di queste garanzie dobbiamo andare orgogliosi.

Inoltre il processo penale non deve stabilire se Tizio è una brava persona o se Caio è un delinquente, ma soltanto se l'imputato sia effettivamente responsabile di un fatto di reato e punibile. 
L'assoluzione non è una benedizione e non di rado deriva dal fatto che sono state sì accertate condotte anche scorrette e illegittime, ma queste non hanno superato la soglia della rilevanza penale e che quindi magari possono considerarsi solo illeciti civili, amministrativi o disciplinari... o ancor più semplicemente comportamenti eticamente censurabili ma non vietati.
Tanto per fare un esempio, deve essere chiaro che in Italia la semplice evasione delle imposte non è reato se non deriva da condotte specifiche e fraudolente (ad esempio l'utilizzo di fatture false). 

Ecco che allora condanna e assoluzione devono essere lette nel loro contenuto tecnico e complesso e questo ci aiuterebbe anche a metabolizzare come fisiologico (almeno in generale) il fatto che possano esserci esiti diversi mano a mano che si approfondisce e verifica la questione.
E nemmeno potremmo accettare o ipotizzare un sistema nel quale i gradi successivi possano servire solo a beneficio dell'imputato: un errore di valutazione può anche essere fatto a suo favore e quindi è del tutto logico e rispettoso proprio del principio del contraddittorio consentire anche all'accusa (e quindi anche alle vittime del reato....) di far valere le sue ragioni nei gradi successivi.

E d'altronde il gradimento o meno da parte della massa di una decisione non ha nulla a che vedere spesso con la sua giustizia.
Il processo a Gesù Cristo è un precedente eloquente sul punto...

giovedì 23 ottobre 2014

Dal lamento all'indignazione

"One man with courage makes majority" (Andrew Jackson) 
Un uomo solo dotato di coraggio fa maggioranza....
Questa splendida citazione mi è capitata sotto gli occhi sfogliando la prefazione di Bobby Kennedy al libro con cui il fratello John, ancora giovane e semi-sconosciuto politico, vinse il premio Pulitzer nel 1957: Profiles in courage.

Ho tirato fuori questo piccolo volume perché spesso mi ritornano in mente quelle storie di uomini politici che hanno pagato un prezzo altissimo per una scelta coraggiosa: JFK ripercorre alcune vicende emblematiche di statisti che seppero opporsi alla maggioranza e uscirono dal coro per difendere con coraggio un principio e per quel principio nell'immediato pagarono un prezzo altissimo. 

Quel libro però non celebra le scelte politiche di chi semplicemente e narcisisticamente sceglie di stare dalla parte giusta senza mai sporcarsi le mani, come tanti puristi incapaci poi di assumersi il carico e l'onere di cambiare davvero le cose.
No, quello non è coraggio ma vanità.
Quella è la politica irresponsabile dei principi: "chi agisce secondo l'etica dei principi non si occupa del fatto che a seguito di una decisione giusta le circostanze possano peggiorare lo stato dei fatti; [...] l'etica della responsabilità, invece, per ogni decisione tiene conto delle conseguenze prevedibili e ingloba nell'idea di giustizia anche le conseguenze perché tiene conto dei difetti degli esseri umani e non attribuisce agli altri le conseguenze del proprio agire" (dal libro di Francesco Piccolo "Il desiderio di essere come tutti", che a sua volta ripercorre una conferenza tenuta da Max Weber nel 1919)

Oggi abbiamo la sfortuna di vedere troppo spesso politici che uniscono la mancanza di coraggio ad una sterile etica dei principi.
Incapaci di affrontare decisioni difficili e di dire la verità ai cittadini, se scelgono di difendere un principio lo fanno per estremismo e lasciano che a pagare le conseguenze siano gli altri e non loro stessi.

Questo male della politica credo che sia un riflesso di un male individuale e sociale molto diffuso, in cui ciascuno di noi si sta abituando soprattutto a puntare il dito contro le colpe altrui e a inseguire l'applauso oggi piuttosto che a sacrificarsi per qualcosa di giusto domani.

Forse è la stessa differenza che passa tra il lamentarsi - l'atteggiamento di chi dimostra insofferenza senza fiducia nel cambiamento e senza il coraggio di lavorare per esso - e l'indignarsi - un moto profondo dell'anima che scuote le fondamenta dell'individuo e lo tira fuori di sé, per ribellarsi a ciò che di ingiusto accade attorno a lui, senza curarsi del prezzo da pagare.

Se spesso osserviamo imperversare una politica fatta di slogan, che insegue gli umori della massa e strizza l'occhiolino al populismo, rivolgendosi alle nostre pance invece che alle nostre teste, non incolpiamo solo i politici senza spina dorsale che inseguono l'audience, perché sono i figli delle nostre facili lamentele.
Siamo noi i primi a chiedere e cercare capri espiatori su cui sfogarci piuttosto che responsabilità da assumerci.

La politica di cui abbiamo un disperato bisogno per ritrovare speranza nel futuro è quella che invece sa dire la verità anche quando è scomoda, quella che sceglie la strada difficile e non illude con le scorciatoie, quella che ascolta la base ma poi sa anche guidare il popolo e non soltanto inseguire la massa e aizzare la piazza.

"Un uomo fa quel che deve, a dispetto delle conseguenze personali, a dispetto degli ostacoli e dei pericoli e delle pressioni... e questa è la base di tutta la moralità umana" (J.F. Kennedy, Profiles in courage)

lunedì 20 ottobre 2014

Di che cosa parliamo quando parliamo di sentenze?

Il deposito delle motivazioni con cui la Corte d'Appello di Milano ha mandato assolto Silvio Berlusconi nella vicenda c.d. "Ruby" (che potete trovare qui http://www.penalecontemporaneo.it/materia/-/-/-/3364-caso_berlusconi_ruby__le_motivazioni_della_sentenza_della_corte_d_appello_di_milano/) ha aperto due fronti di discussione che temo finiscano per confondere ancora di più i cittadini e per indebolire la loro fiducia nella giustizia e nelle istituzioni.

Per un verso si è detto che quella assoluzione è figlia della modifica fatta dalla legge Severino ai reati di corruzione e concussione.
Non intendo entrare nel merito della vicenda, ma ritengo importante fare alcuni ragionamenti di carattere generale.

Intanto mettiamo ordine (seppure semplificando terribilmente!).
Siamo di fronte a corruzione quando pubblico ufficiale corrotto e corruttore si accordano per un reciproco vantaggio aderendovi liberamente (ad esempio il pubblico ufficiale si prende la tangente o altra utilità e il privato ottiene quel che gli serve... come si trattasse di un contratto illecito).
Il reato di concussione era costruito invece come una sorta di estorsione realizzata dal pubblico ufficiale, che costringeva la vittima a dargli denaro o altra utilità (non più un accordo, ma una costrizione mediante violenza o minaccia, in cui la controparte diventa vittima non punibile invece che complice).

La legge Severino (n. 190 del 2012) ha innovato in particolare smembrando il reato di concussione in due fattispecie:
- quando il pubblico ufficiale costringe in maniera assoluta, la controparte sarà una semplice vittima (concussione per costrizione, 317 cp)
- quando il pubblico ufficiale induce ma non costringe, la controparte è anch'essa punita seppure con pena inferiore (induzione indebita, 319 quater c.p.)

Queste nuove norme non prevedono esplicitamente un nuovo elemento costitutivo per il delitto di concussione per induzione, tuttavia le Sezioni Unite della Cassazione (SSUU 24/10/2013 n. 12228http://www.penalecontemporaneo.it/materia/2-/19-/-/3285-sulle_differenze_tra_i_delitti_di_concussione_e_di_induzione_indebita_a_dare_o_promettere_utilit_/) hanno ritenuto di indicare di fatto un nuovo elemento che deve essere provato proprio per la fattispecie di induzione indebita (319 quater cp), ovvero un "indebito vantaggio" per il concusso, che proprio perché non più solo vittima ma complice cederebbe alla pressione del pubblico ufficiale ma per un tornaconto, che deve essere dimostrato dall'accusa.
Secondo la Corte d'Appello di Milano, per venire al nostro caso, nel processo a Berlusconi sarebbe mancata proprio la prova di questo indebito vantaggio per Ostuni, oltre ad aver ritenuto carente anche la prova del fatto che l'imputato sapesse della minore età della ragazza. 
Di qui l'assoluzione su entrambi i capi di imputazione.

Gli argomenti, tra gli altri, di Marco Travaglio (http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/17/processo-ruby-avevamo-ragione-noi/1158741/) mi sembrano forzati e mirano a dare una lettura tutta politica e strumentale alle modifiche, senza chiarire che invece per l'assoluzione di Berlusconi è stata determinante soprattutto l'interpretazione che della legge Severino ha dato la Cassazione, e non semplicemente la legge di per sé (della qui bontà o meno si dovrebbe discutere a prescindere egli effetti sul caso specifico).

Se non vogliamo leggi ad personam dobbiamo anche evitare ragionamenti ed interpretazioni contra personam.

Inoltre, dovremmo tornare ad essere capaci di censurare eticamente i comportamenti, senza pretendere che per questi vi sia una condanna penale! Una condotta può ben essere illegittima, inopportuna o eticamente censurabile senza che per questo sia un reato.
Questo vale tanto di più per gli uomini con responsabilità pubbliche, che non solo devono rispettare la legge (come tutti), ma farlo anche con disciplina ed onore... (articolo 54 Costituzione)

Delegare il giudizio politico e morale al processo penale è uno dei grandi mali della discussione pubblica e politica di questo Paese.
Ai processi dobbiamo chiedere di ricostruire i fatti ma non possiamo affidare loro il giudizio sulle persone e sulle conseguenze politiche delle loro azioni.

Altro fattore di disorientamento in questa vicenda sono le dimissioni del Presidente del collegio di tre giudici che ha assolto Berlusconi.
Un autorevole firma del Corriere della Sera (Ferrarella) ha scritto che queste dimissioni sarebbero intervenute non a caso subito dopo il deposito delle motivazioni (scritte da un altro giudice), proprio a manifestare il faticoso rispetto ma anche l'insofferenza verso una decisione che sarebbe stata presa a maggioranza contro la sua opinione.

Questa ricostruzione (e quindi la correlazione tra decisione presa e dimissioni) non è stata direttamente smentita e ovviamente si sono aperte interpretazioni e la dietrologia ha fatto il suo corso.
Tutto questo danneggia l'autorevolezza della sentenza e del collegio che ha preso questa decisione, che può essere discussa ma va rispettata e potrà essere superata o smentita solo da una diversa interpretazione della Cassazione.
Quanto accade nella camera di consiglio, ovvero nello spazio riservatissimo in cui i tre giudici di un collegio discutono liberamente e prendono la decisione, è assolutamente segreto proprio per evitare di indebolire l'unica parola che ha valore, ovvero quella del dispositivo della sentenza e delle sue motivazioni.

Penso anche alle esternazioni di De Magistris, che ben poteva anche aspramente criticare nel merito la decisione di condannare lui e Genchi (ne avrebbe avuto e ne avrà gli argomenti...), ma il punto di partenza doveva essere (soprattutto per un magistrato e un uomo delle istituzioni) accettare la decisione e le sue conseguenze.
La strada, a mio modesto parere, era quella di prendere atto della sentenza, dimettersi e dal minuto successivo combattere in tutti i modi per vedersi riconosciute le proprie ragioni nel processo, senza per ciò dover delegittimare e attaccare i magistrati, con una modalità che ricorda tristemente da vicino quegli uomini pubblici irresponsabili che lo stesso De Magistris si riprometteva di combattere con il suo impegno in politica.

La difesa della legalità passa attraverso il rispetto delle regole e delle istituzioni e non contro di queste e a prescindere da queste.










lunedì 13 ottobre 2014

Vangelo, Capitale e sentieri per un economia più giusta

Pubblico la lettera aperta spedita al Presidente del Consiglio Renzi dall'amico Matteo Prodi, mio parroco a Zola Predosa e autore di "Sentieri di felicità" (Cittadella Editrice , 2013)


Pregiatissimo signor primo ministro Matteo Renzi,
Le scrive un parroco della provincia di Bologna, comune di Zola Predosa, comune che Lei ha visitato per salutare il grande investimento di una azienda di sigarette e visitare una floridissima azienda dell'e-commerce. Mi unisco a Lei per rallegrarmi di due raggi di sole nel panorama così triste dell'Italia che Lei governa.
Mi sono risuonate due letture, pensando alla sua presenza qui vicino a noi.
La prima è una pagina del Vangelo secondo Matteo (20,1-16), la parabola degli operai inviati a lavorare nella vigna. Ci sono moltissimi elementi interessantissimi:
a)  il vignaiolo è come ossessionato nell’offrire a tutti coloro che incontra la possibilità di lavorare nella sua vigna.
b)  Il suo essere imprenditore ha, quindi, come finalità il coinvolgimento del più alto numero possibili di persone nella sua attività.
c)  A tutti è dato un denaro, cifra sufficiente e necessaria per una vita dignitosa; a tutti un denaro, indipendentemente dal numero di ore lavorate.
d)  Il dipendente, che ha lavorato tutta la giornata e va a ricevere la paga, ha un problema definibile come un problema di felicità. Non riesce a condividere il bene ed è roso dall’invidia.
e)  E così non capisce la bontà del padrone, il bene che il padrone crea e desidera creare.

La seconda lettura è il best seller dell'economia, il libro di Piketty, Il capitale nel XXI secolo, dove si cerca di dimostrare che il principale fattore destabilizzante è il fatto che il tasso di rendimento del capitale è, ormai strutturalmente, più alto del tasso di crescita del reddito e del prodotto. Ne consegue che “l'imprenditore tende inevitabilmente a trasformarsi in rentier (cioè uno che vive di rendita), e a prevaricare sempre di più chi non possiede nient'altro che il proprio lavoro. Una volta costituito, il capitale si riproduce da solo e cresce molto più in fretta di quanto cresca il prodotto. Il passato divora il futuro.” (pag 920 della traduzione italiana edita da Bompiani)

La traiettoria delineata dai due scritti è fin troppo convergente: la ricchezza deve essere usata per creare lavoro, felicità pubblica, bene comune e processi di eguaglianza, altrimenti rischia di essere iniqua. Piketty propone come soluzione una tassa progressiva sul capitale privato, che in Italia ammonta a sette volte tanto il reddito nazionale. Non so dire se sia tecnicamente possibile. Ma credo che sia una utopia da perseguire a tutti i costi, spiegando ai nostri concittadini e a tutti gli europei che è l'unico modo vero per garantire un nuovo sviluppo al vecchio continente.

Non basta salutare qualche caso isolato. Occorre che l'Italia sia rifondata da capo su questo schema, che, credo, è assolutamente in linea con la nostra Costituzione. Se è nell'economia che il passato divora il futuro, la vera rottamazione da compiere è il sistema di accumulazione del capitale che sta rendendo ricchissimo lo 0,1% della popolazione occidentale e italiana, e mandando sul lastrico molto più del 90% delle persone.

In ogni caso, buone letture: spero che il Vangelo la accompagni ogni giorno e che la tortura di leggere più di 900 pagine di Piketty Le faccia altrettanto bene quanto ha fatto a me; e buon lavoro!

Don Matteo Prodi