"the problems we all live with" di norman rockwell

martedì 26 maggio 2015

UNA RONDINE IN TRIBUNALE

Con il consenso della collega Elisabetta Morosini, magistrato del Tribunale di Pesaro, condivido qui il suo bellissimo racconto. 
Sarebbe piaciuto molto a Marcovaldo...


È una storia accaduta poco fa in Tribunale, nel Tribunale di Pesaro.
Il Palazzo di Giustizia è un palazzo molto bello, soprattutto all’interno, costruito su progetto dell’architetto Carlo De Carlo.
Colori caldi, vetrate ampie anche sul tetto da cui entra la luce del sole, un giardino interno verde verde, un altro giardino, esterno, pensile.
Oggi, nel primo pomeriggio, improvvisamente, è spuntata una rondine, più precisamente un rondone, che volava dentro il Tribunale.
Volava, volava, senza stancarsi mai.
Eravamo pochi nel palazzo di Giustizia, nessuno riusciva a portare avanti il suo lavoro.
Quel volo ci attirava, ci ipnotizzava. Stavamo lì, con la faccia all’insù a osservare il rondone che volava, volava, dopo un’ora, dopo due ore.
Abbiamo aperto tutto il possibile, purtroppo ci sono tante vetrate, ma pochissime finestre, ragioni di sicurezza. Le finestre sono negli uffici e il rondone non ne voleva sapere di passare sotto una porta.
I vigili del fuoco non arrivavano, solo dopo diverso tempo abbiamo scoperto che erano dovuti intervenire altrove per una grossa frana in atto.
Ci viene detto che per prenderlo bisogna farlo stancare, aspettare che sia indebolito dalla fame e dalla sete, ci vorranno almeno 24 ore. Questo era un grosso problema, sia per me, che non potevo pensare di affamare e assetare un animale, sia per la sicurezza che non avrebbe potuto inserire l’allarme in Tribunale.
Finalmente l’idea che si è rivelata vincente.
Chiamo Mauro, un ispettore della Forestale in pensione, un grande uomo con un grande cuore, sempre disponibile ad ascoltarmi quando devo risolvere problemi con gli animali.
L’ispettore mi mette in contatto con il Cras della Provincia di Pesaro e Urbino – centro recupero animali selvatici.
Arrivano subito due uomini del centro: Roberto e un suo giovane collega (che chiamerò Andrea).
Danno uno sguardo al posto, sono un po’ perplessi: il rondone vola in alto, al centro del palazzo, è difficile prenderlo.
Comunque non si danno per vinti, prendono un grosso retino, salgono al terzo piano e provano a intrappolare l’estraneo.
Il rondone non ha intenzione di farsi beccare, è furbo, evita la rete, compiendo agili evoluzioni.
Ad un certo punto Roberto si pone sopra una passerella, che conduce al 4° piano, il piano sospeso al centro del palazzo, quello dove c’è la biblioteca.
Il rondone passa proprio di lì, trattengo il fiato, non guardo.
Roberto lo prende al volo, stando attento a farlo cadere sul pavimento vicino a lui e non di sotto.
Poi lo estrae dalla rete e lo prende in mano, me lo fa vedere: è così bello e anche tanto spaventato; il cuore gli batte fortissimo, quasi volesse uscirgli dal petto.
Con un po’ di apprensione domando a Andrea: 

“Adesso che cosa gli fate?”
Il ragazzo allarga il viso in un sorriso e mi risponde: “dottoressa, cosa vuole che facciamo? Lo liberiamo!”
Ho chiesto: “Gli posso dare un nome?”.
Oggi è il 23 maggio, 23 anni fa alle ore 17,58, a Capaci, la strada si è aperta e ha inghiottito la vita di Giovanni. Con lui sono morti Francesca, Antonio, Rocco e Vito.
Oggi c’era un rondone a Pesaro, in Tribunale. Io lo guardavo e sapevo già che nome dargli. Sono le 17,58 e quel rondone sta volando libero nel cielo, insieme ai suoi amici.

sabato 23 maggio 2015

Ecoreati e corruzione: tra passi avanti, slogan e occasioni mancate

Nel giro di pochi giorni il Parlamento (e non il Governo...) ha approvato in via definitiva due importanti interventi legislativinuovi delitti contro l'ambiente e l'ennesima riforma anticorruzione (dopo la legge 190 del 2012).

Si sono allora scatenati i due partiti del Paese: i tifosi della propaganda e quelli che si lamentano sempre e comunque, un po' per diffidenza, un po' per l'esperienza del passato e un po' perché lamentarci ci consente di salire in cattedra e sentirci migliori degli altri.

Non pretendo qui di commentare in modo esaustivo queste nuove leggi, della cui efficacia sarà giudice soltanto il tempo. 

Però una riflessione è giusto farla, tanto più nel giorno in cui tutti diciamo di ricordare Giovanni Falcone. Intendiamoci: non so cosa ne penserebbe Falcone e non voglio estrapolare una sua frase per portare acqua a questo o quel mulino, come molti si sono divertiti a fare. Una cosa di Falcone però la sappiamo: è stato un uomo delle istituzioni, che pur conoscendo quanta corruzione e illegalità si annidiasse nello Stato, non ha mai smesso di credere nella Costituzione e nella legalità, tanto da esporsi alla scelta di andare al Ministero con Martelli nella convinzione di poter combattere la mafia proprio lavorando nei palazzi del potere e non rassegnandosi mai.



Cominciamo dai nuovi delitti contro l'ambiente, richiesti da decenni a gran voce per tutelare uno dei beni più fondamentali e più a rischio nel nostro Paese. 
Il disegno di legge introduce numerose nuove incriminazioni, tra le quali :
- il delitto di inquinamento ambientale che punisce con la reclusione da due a sei anni "chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili: a) delle acque o dell'aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo; b) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna";
- il delitto di morte o lesioni come conseguenza del delitto di inquinamento ambientale che introduce un'ipotesi speciale di lesioni colpose e omicidio colposo quale conseguenza della condotta di inquinamento ambientale;
- il delitto di disastro ambientale che punisce con la reclusione da cinque a quindici anni chiunque "abusivamente cagiona un disastro ambientale".
La perplessità principale riguarda proprio quest'ultima figura delittuosa, approvata anche sull'onda dell'indignazione per la sentenza che ha dichiarato prescritti i reati contestati all'Eternit e lasciando così per ora senza giustizia i morti di Casale Monferrato e non solo...). 
Le critiche si concentrano su quell'avverbio: ABUSIVAMENTE. 
Come ho già avuto modo di spiegare (disastro legalizzato) il rischio è quello che di restare inermi ed impotenti di fronte ai disastri ambientali commessi "a regola d'arte", ovvero nel formale rispetto delle regole e delle autorizzazioni pur nella consapevolezza di cagionare gravissimi danni. Normalmente questo non dovrebbe essere un rischio effettivo, ma l'Italia è un luogo dove è accaduto che regole (e a volte anche leggi...) fossero cucite su misura della cricca. A volte con la scusa della necessità di dare lavoro, a volte senza nemmeno quell'alibi. 
Ben vengano questi nuovi delitti, ma non aver tolto quel benedetto avverbio rischia di una essere una piccola crepa che mette a rischio l'intera diga eretta contro l'inquinamento.


Veniamo all'ennesima riforma anticorruzione (ormai si contano tante leggi anticorruzione quante sono state le inaugurazioni della Salerno Reggio Calabria... però la corruzione in Italia sembra ancora non essersene accorta, così come gli automobilisti di quel tratto).
Il provvedimento anzitutto aumenta le pene previste per alcuni reati contro la pubblica amministrazione; per la corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio si prevede la pena della reclusione da 6 a 10 anni (oggi da 4 a 8 anni); per la corruzione in atti giudiziari reclusione da 6 a 12 anni (oggi da 4 a 10 anni), per l'induzione indebita a dare o promettere utilità reclusione da 6 a 10 anni e 6 mesi (oggi da 3 a 8 anni).
Il provvedimento introduce poi una nuova circostanza attenuante per la collaborazione processuale che consente una diminuzione della pena per colui che, responsabile di specifici delitti contro la pubblica amministrazione "si sia efficacemente adoperato per evitare che l'attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, per assicurare le prove dei reati e per l'individuazione degli altri responsabili [...]".
Inoltre viene subordinato l'accesso alla sospensione condizionale della pena "al pagamento di una somma equivalente al profitto del reato [...]" e il patteggiamento sarà possibile solo in caso di restituzione integrale del prezzo o del profitto del reato.
Vengono poi significativamente inasprite le pene per l'associazione di tipo mafioso di cui all'art. 416 bis c.p.: la pena per il partecipe sarà la reclusione da dieci a quindici anni (oggi da sette a dodici); quella per chi promuove, dirige o organizza l'associazione sarà la reclusione da dodici a diciotto anni (sinora era da nove a quattordici anni).
Torna ad essere punito come delitto il falso in bilancio, per il quale è prevista la reclusione da uno a cinque anni e da tre a otto anni (per le società quotate), mentre vi saranno pene ridotte (da 6 mesi a 3 anni) "se i fatti sono di lieve entità".  

Dal punto di vista strategico le norme più importanti mi sembrano quelle che incentivano la collaborazione e il ripristino di un reato di falso in bilancio seriamente punito. Entrambe queste novità potranno tradursi in una rinnovata capacità della magistratura di scoprire e perseguire fenomeni corruttivi, che tipicamente si avvalgono dell'omertà dei complici e che si nascondono grazie a contabilità false.


Si poteva fare di più? Certo, sempre... ma quello che ancora manca davvero, più che una formulazione diversa di questo o di quel reato, è un processo che renda questi strumenti effettivi.


Nessun nuovo reato può essere uno strumento efficace di prevenzione e repressione se il sistema giustizia nel suo complesso è in gravissima crisi, con tempi irragionevoli, numeri di processi ingestibili, procedure irrazionali, metodi di lavoro antiquati, organici di magistrati inadeguati e personale amministrativo ridotto all'osso...

Non ci serve la Ferrari se poi dobbiamo viaggiare su una strada sterrata piena di buche... così come non riusciamo a essere minacciosi nemmeno con la bomba atomica se poi abbiamo la fionda per lanciarla.


Sono riforme comunque importanti e soprattutto quella sul falso in bilancio risana una ferita aperta da troppo tempo.

Ci impegneremo nel farle rispettare e funzionare... ma Governo e Parlamento devono fare ancora moltissimo in termini di investimenti e riforme per restituire efficienza e credibilità alla giustizia.

C'è poi, e qui mi fermo, il tema della cultura della legalità...

Se non cambiano i valori e i costumi degli italiani e di coloro che hanno responsabilità pubbliche avremo solo fatto un'operazione di propaganda e non di sostanza per la legalità.
...e su questo fronte ogni giorno leggiamo notizie che non lasciano troppo spazio alla fiducia, come dimostra la vicenda dei candidati impresentabili.

Si cambia tutto per non cambiare nulla (Il Gattopardo docet...)?

Dipenderà da ciascuno di noi. 
Diventiamo quel cambiamento. Un rinnovamento vero.

sabato 11 aprile 2015

MORIRE di GIUSTIZIA

Pubblico, con il permesso del collega, questa testimonianza di quanto accaduto nel palazzo di Giustizia di Milano in ricordo del giudice Ciampi, ed in memoria naturalmente anche delle altre vittime: l'avvocato Appiani e Giorgio Erba.

E' una ferita per tutti coloro che lavorano nei palazzi di giustizia e per chi crede nelle istituzioni e nella legalità.
Che queste morti siano per noi occasione di riflessione per moltiplicare il nostro impegno nel fare fino in fondo il dovere a cui siamo chiamati.

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Aveva finito da poco la camera di consiglio mattutina, poche cose, ma come al solito due gatte da pelare, una ordinanza in sede di reclamo e una ricusazione.
Una ricusazione posta da uno dei più noti folli del Tribunale, che tutti ricusa da anni, nei suoi molti giudizi in sede civile e penale; anche io lo giudicai questo fanatico della ricusazione e lo assolsi se non erro dal reato di oltraggio; in effetti anche Fernando che doveva giudicare sulla ricusazione del presidente della sezione 13, era stato in altre occasioni ricusato da questo, il quale voleva in tutti i modi presenziare alla udienza sulla ricusazione, ma non gli è stato consentito, trattandosi di camera di consiglio.
Decisioni prese, presiedeva Fernando, il collegio, non la sezione, perchè dopo otto anni di presidenza di sezione ufficiale - fra cui la mia la ottava civile - era "scaduto" e tornato a fare il giudice semplice, seppure fosse il più anziano; ora si chiedono i colleghi, come depositeremo le ordinanze? Il codice dice come si può fare in caso di impossibilità del presidente, ma non dice con quale cuore.
Anche la ricusazione, diciamocelo, era una presa in giro, una presa in giro che viene da lontano. Ricordo un dibattimento penale con imputati eccellenti in cui venimmo - fra collegio e presidente - ricusati sette volte, da prima che arrivasse il fascicolo dal GIP a poco prima di entrare in camera di consiglio.
Una moda, un malvezzo, irrispettoso della giustizia e di chi la amministra? Non direi, era qualcosa di più, qualcosa che è ha fatto poi scuola. Siamo stati compatti nel combattere o anche solo nello stigmatizzare questo "malvezzo"? Non mi pare, almeno ai tempi e così anche questa persecuzione delle ricusazioni continua.
Comunque Fernando ha sopportato in allegria, anche ieri, parlava del nipote,del sole, scherzava; ha salutato i colleghi che andavano a prendere un caffè, lui non ne beveva ed è andato in stanza, a combattere con il computer. Perchè a 70 anni suonati gli era toccato il telematico; ogni tanto mi fermava perchè gli chiarissi questo o quel punto degli
applicativi: apprendeva poco prima di andare in pensione un modo nuovo di lavorare, tra lo scettico e il divertito.
Talvolta gli davo chiarimenti, era stato mio presidente ai tempi proprio di questa causa che gli è costata la vita, vedevo la sua aria di rimbrotto "cosa mi fai fare proprio a fine carriera!", ma vedevo anche la apertura ai tempi nuovi, come ai tempi del processo societario in cui aveva creduto fermamente, almeno all'inizio. Però stavo lontano dal suo ufficio ormai alcuni piani, ero un po' fuori portata, così chiedeva spesso alla collega Silvia ed anche stamane le aveva chiesto di spiegargli alcune cose sulla consolle.
Silvia sarebbe andata dopo il caffè.
Ma dopo il caffè Fernando era morto; da lui c'era, quando Giardiello gli ha sparato, la Cancelliera, forse per cercare di spiegargli qualcosa sul computer o per vedere i fascicoli. Di certo stava lavorando.
Era morto perchè aveva lavorato, perchè lavorava; se avesse preso il caffè forse sarebbe morto lo stesso al ritorno in stanza, ma forse ci sarebbero stati altri morti. L'assassino fuggendo è èassato davanti all'ufficio di Alessandra, che pure aveva giudicato quelle cause.
Due piani sopra un avvocato era morto poco prima, perchè aveva testimoniato, perchè si offriva alla verità: Lorenzo Claris Appiani.
Morto nella faida orrenda un ex socio e ferito un altro.
Due piani più sopra ancora stavo sentendo una testimonianza: quattro legali, due parti, altri testi fuori dalla porta, una stagista, l'unica che sente gli spari. I primi allarmi vanno per mail e siccome faccio udienza con il computer davanti per verbalizzare, la mail dal titolo "spari in Tribunale" la leggo, esco e mi dicono che la vittima era Fernando, col quale avevo diviso liti e pensieri in camera di consiglio:
il lavoro di decidere i casi giudiziari, la sorte degli uomini, di cercare se possibile la pace, di gettare un ponte fra opposte fazioni.
Si decide di chiuderci dentro, in corridoio c'era ancora qualcuno,
entrano: alla fine siamo in sedici nella stanza, uomini e donne alla ricerca di notizie, chiusi a chiave, poi anche barricati con un tavolo, già che ci siamo. Una teste si sente male, ma non molto per fortuna.
Notizie zero. Mio figlio mi uozzappa e vedo che ne sa più lui che sta ad Edimburgo di me che sono qui chiuso ed isolato.
Internet ci manda notizie, i telefoni del palazzo nulla; qualcuno è stato sfollato fuori e vuole notizie da dentro, ma noi stiamo qui chiusi dentro un microcosmo sicuro.
I ruoli si sciolgono, non più giudice, non più avvocati o testimoni, solo uomini e donne a riflettere sulla morte sul lavoro sulla giustizia e la ingiustizia, per passione, abitudine, non più per lavoro.
Telefonate discrete, mai urlate, molto educate a figli, mariti, mogli, non si sa anche amanti, colleghi di studio: "guarda ritardo .." "ma lo so benissimo che in Tribunale si è sparato"
Il figlio di una donna le dice assolutamente di non uscire, lei lo segue e consulta felice di avere una guida che ritiene affidabile.
I più coraggiosi origliano, fuori è silenzio per parecchio tempo, un'ora forse.
La mail del presidente del Tribunale dice di chiudersi in stanza: già fatto, obbediamo convinti.
Si ricorda Fernando, io cerco di illudermi che non sia morto, poi internet dice che non è così. Cordoglio, cordoglio di uomini e donne, le parti non sono più contrapposte, il ponte è gettato.
Esce il nome del colpevole, mi dice qualcosa, cerco nella fida consolle e lo trovo, ho fatto io la sentenza, che ormai poco interessava dopo il fallimento della società, ma lui aveva insistito a chiedere danni; i soci lo accusavano di aver intascato fondi sociaell prelevati dal "nero"
lui diceva che in realtà si era ripreso soldi che aveva messo prima nella società, chiede danni agli altri. Poi la società è fallita, facile che ne sia nato il processo di bancarotta di cui parla la rete. Io spero di non essere il prossimo della lista, visto che ancora non lo hanno preso, non so se dirlo a chi è con me, non vorrei che la signora che si sente male o quella che si consulta con il figlio si prendessero paura.
Nel frattempo ho segnalato per vie traverse a una eroica funzionaria, che pare coordinare le operazioni, che siamo in 16 e una signora accusa malessere. Non so se sia stata lei, ma dopo poco arriva qualcuno la polizia; poco prima si era saputo che era stato preso nell'hinterland a Vimercate e mi sento scemo per essermi chiuso in stanza per paura di un fuggiasco lontano da tempo.
Usciamo, finisco il verbale rinviando tutto. Arriva l'avvocato della causa dopo, da dove? "Ero chiuso in Cancelleria" e quasi sorride "non faccio mai giudiziale, che fortuna oggi".
Tipo simpatico, dopo quel che abbiamo vissuto il clima è quasi amichevole, mi dice che una possibilità di transazione forse esisterebbe, ma chissà dove si è rifugiato il collega di controparte?
Telefona: era lì vicino ma è andato via, chi potrebbe rimproverarlo?
Alla fine rinvio: ci vediamo fra un mese, senza testi, si cerca un accordo, la causa è per me nuova, il provvedimento istruttorio era di ammissione di tutte le prove genericamente e mi pare da rivedere.
Si torna al lavoro, alla normalità spero di no, spero che sia una normalità diversa, di non perdere il clima di quella stanza, non per la paura - non ne avevamo tanta - ma per il ponte gettato.
Che non sia una normalità di lotta e di spari, veri o metaforici, che i controlli siano controlli. Nella esperienza di molti giudici ci sono liti, aggresisoni avvenute anche nei nostri uffici, ricordiamo Varese, Reggio emilia, ma molt di noi hanno ricevuto visite poco piacevoli di parti irragionevoli.
Questo non deve essere più la normalità.
Al pomeriggio sento il Presidente della Repubblica che dice che non bisogna gettare discredito sulla magistratura e lo strano è che ci sia bisogno di ricordarlo.
Ma è così dal discredito alla aggressione il passo è breve.
Strano perchè in quella stanza nessuno si sognava di farlo; avevo dimenticato quel che è stato nei mesi scorsi, meglio molto meglio dimenticarlo.
Passo davanti alla stanza di Fernando e vedo i sigilli dei Carabinieri, in croce.
E' morto Fernando, mentre faceva il giudice perchè aveva fatto il giudice, bene o male che lo abbia fatto non importa più, era lo Stato quando faceva il giudice e per questo solo già merita rispetto. So che a qualcuno questo rispetto sarà costato, ma è dovuto comunque perchè è dovuto allo Stato, alla cosa comune, alla giustizia che rappresenta. e noi tutti abbiamo il dovere di esigerlo.
E' morto, senza aver del tutto digerito il processo telematico, è morto a pochi mesi dalla pensione che forse non voleva, è morto senza aver preso il caffè e dopo la ennesima ricusazione di chi non capisce cosa è un giudice.
E' morto, ma mi ha regalato la esperienza della stanza divisa in sedici; lo ricorderò sempre, con affetto.
Ciao Fernando


Enrico Consolandi - già giudice della ottava sezione civile del Tribunale di Milano, già presieduta da Fernando Ciampi

giovedì 9 aprile 2015

CAPRI ESPIATORI


Rabbia e dolore di fronte alla follia di quanto accaduto oggi nel palazzo di giustizia (?!) di Milano.

Rabbia e dolore per la vita perduta di persone che svolgevano il loro dovere (di magistrato, di avvocato, di testimone).

Rabbia e dolore perché una simile follia omicida si è potuta perpetuare in un luogo che deve essere simbolo di legalità e sicurezza, anzitutto per chi vi lavora esponendosi ogni giorno: giudici, pm, avvocati, personale amministrativo.

Gli interrogativi sono molti e confidiamo che venga fatta chiarezza su dinamica e responsabilità di quanto accaduto.

Occorre però da subito riflettere su quanto si è seminato negli ultimi decenni, con un dibattito politico che ha delegittimato, accusato, irriso la magistratura, le istituzioni e la giustizia intera. 
Sono state indebolite le fondamenta della convivenza democratica, si è giocato al tanto peggio tanto meglio facendo propaganda e non risolvendo i problemi dei cittadini, la cui frustrazione e il cui isolamento viene sfruttato per raccogliere facili consensi e non per lavorare a soluzioni possibili. 

I magistrati, ma anche gli avvocati in altro modo e tutti gli operatori dei palazzi di giustizia, si sono così trovati soli, capri espiatori esposti in un sistema allo sfascio

La magistratura continuerà a fare il suo dovere, ma spero che da oggi qualcuno in più capisca che la nostra sicurezza e indipendenza non sono privilegi ma requisiti essenziali per fare giurisdizione. Allo stesso tempo bisogna finalmente fare ciò che serve per dare giustizia e per recuperare autorevolezza e fiducia.

Come magistrato, che ogni giorno scontenta decine di persone (molte delle quali sull'orlo di una crisi di nervi, per non dire altro), non sono interessato a ipocrita solidarietà ma nemmeno credo sia il momento di alzare i toni e fare polemiche strumentali.
Dobbiamo restare uniti e comprendere che la solidità delle istituzioni è causa e conseguenza della fiducia che queste devono avere (e meritare).

Chiediamo tutti sicurezza, rispetto, ascolto, serietà e volontà di dialogo. 
Il dovere di ciascuno sarà il mezzo per i diritti di tutti.

Lo chiediamo perché la legalità è il cemento della democrazia e il baluardo della libertà.
Lo chiediamo per tutti coloro che provano ogni giorno a fare il loro dovere nei palazzi di giustizia.

domenica 22 marzo 2015

Chiusura OPG: Sicurezza costruita sulla Fiducia e non sulla Paura

Oltre gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari
 PROSPETTIVE E SFIDE DI UN INCERTO FUTURO PROSSIMO

(introduzione al convegno del 20 marzo 2015)

Oggi siamo qui per evitare che un salto in avanti si trasformi in un passo indietro.
Siamo qui perché crediamo profondamente che la civiltà di un Paese e la cultura giuridica di un ordinamento si misurino anzitutto nel modo in cui sono capaci di occuparsi della sofferenza degli ultimi e degli emarginati, di coloro che sono senza potere e senza volto.

La legalità è potere dei senza potere nella misura in cui sa affermare i suoi principi fondamentali di dignità e responsabilità. Sempre e per tutti.

Così scriveva Paolo Giordano sul Corriere della Sera del 9 marzo:
[…] mentre parlavo con gli internati dell’Ospedale psichiatrico giudiziario  […] ho avuto forte la sensazione che guardassero dentro un abisso che competeva anche a me - che compete a noi tutti -, con la sola differenza che su quel abisso loro si sporgevano pericolosamente, e senza mai riuscire a distoglierne lo sguardo.

Ecco: è più facile dimenticarsi dei detenuti e ignorare la scandalosa esistenza stessa degli internati. Il carcere e soprattutto gli OPG, almeno fino al prossimo 31 marzo, sono stati i luoghi dove rinchiudere le nostre paure, le nostre sofferenze, i nostri sbagli, i nostri abissi…
Ma sono abissi che ci competono.

Anche a  questa consapevolezza - antropologica prima che giuridica - attingono i principi costituzionali di responsabilità penale personale, di finalità rieducativa della pena e di diritto alla salute.
È una consapevolezza oggi particolarmente a rischio, di fronte a una politica che sembra voler inseguire solo gli umori della paura e le esigenze della sicurezza, speculando sulla crisi e la precarietà che ci circondano.

Area crede che la Costituzione ci indichi invece una via differente, che mette al centro la dignità delle persone, una dignità che nessuna malattia può cancellare, nemmeno quella psichiatrica.

Dobbiamo rifiutare le false alternative che certa superficiale e irresponsabile modernità vorrebbe farci accettare come inevitabile dazio per competere nel nuovo millennio:
-         Lavoro o Salute? E penso all’ILVA
-         Lavoro o Diritti? E penso alle riforme ad ogni costo
-         Democrazia o Legalità? E penso all’insofferenza del potere politico verso il controllo giurisdizionale
-         Sicurezza o Libertà? E penso ai diritti messi a rischio dai timori del terrorismo
-         Sicurezza della collettività o Dignità del malato e dell’individuo? e penso agli OPG

No, le sfide che abbiamo di fronte vanno raccolte e superate e non possono condurci ad arretramenti nelle conquiste faticosamente raggiunte in tema di diritti, doveri di solidarietà e libertà fondamentali.
Certamente ci troviamo talvolta di fronte a esigenze apparentemente in conflitto, ma sappiamo bene come la Costituzione cerchi un dinamico equilibrio tra i diversi valori e beni primari da tutelare.

Va affermato con forza che non è tutto negoziabile e sicuramente non lo è la dignità delle persone, tanto più se quelle persone sono malate e in qualche modo più vulnerabili e fragili oltre che in qualche caso più pericolose per sé e per gli altri.

Purtroppo anche in questa vicenda degli OPG abbiamo visto ripetersi uno schema ben noto al nostro Paese: slogan isolati, fughe in avanti senza che vi siano i percorsi culturali e amministrativi adeguati per rendere effettivo l’obiettivo proclamato.
Basti dire che con la legge 57/2013, il legislatore era arrivato ad approvare una norma che doveva ricordare alle istituzioni di far rispettare precedenti altre leggi rimaste lettera morta…

La battaglia  culturale verso il superamento di queste strutture di contenimento, inadeguate alla cura del malato, oggi deve attraversare le colonne d’Ercole oltre le quali però non sappiamo esattamente cosa troveremo e dove quasi nessuno si è preoccupato di farsi trovare pronto….

Sappiamo bene tutti quanto sarebbe pericoloso un fallimento e quali sarebbero gli effetti boomerang invocati.

Non bastano le dichiarazioni di principio, non bastano nemmeno le proposizioni legislative se a queste non seguono investimenti e coinvolgimento responsabile delle istituzioni e di tutti gli operatori. Ma nemmeno possiamo sempre aspettare che le soluzioni cadano dall’alto, perché così facendo soffochiamo il Paese tra gli alibi e le lamentele, invece che assumerci le nostre responsabilità fino in fondo.

A fronte dei molti problemi aperti rispetto a cosa accadrà dal 1 aprile e a quale assetto avranno effettivamente le nuove residenze, Area ha ritenuto indispensabile e urgente organizzare una giornata per dialogare, ragionare e confrontarsi su problemi e soluzioni possibili.
-         Come accompagnare gli internati fuori dagli opg?
-         Come valutare oggi la pericolosità sociale, anche alla luce dell’evoluzione della psichiatria?
-         Quale rapporto tra tutela della salute e prevenzione per la collettività?
-         Come ascoltare i bisogni delle vittime  e tutelarle?
-         Che spazio esiste tra regole e valutazioni discrezionali e soggettive in questo campo?

E’ fondamentale non abbandonare a se stessa questa riforma, altrimenti a pagarne il prezzo saranno di nuovo gli attuali internati, le loro famiglie ed anche le vittime dei reati… ma con loro l’intera civiltà giuridica del Paese.

Prima di passare la parola all’assessore Frascaroli e avviare i lavori, permettetemi di dire che questa giornata non sarebbe stata possibile senza il Presidente Maisto, il supporto instancabile dei colleghi modenesi Truppa e Pagliani, senza il sostegno di Magistratura Democratica e del Movimento per la Giustizia\Art. 3 ed il patrocinio della giunta distrettuale ANM, del Comune di Bologna (che ci ospita in questa sala) e della Regione Emilia Romagna.

voce confusa con la miseria, l’indigenza e la delinquenza,
messaggio stroncato dall’internamento e dalla necessità sociale dell’invalidazione,
la follia non viene mai ascoltata per ciò che dice o che vorrebbe dire

A cominciare da oggi e ancor di più dal 31 marzo, queste parole di Franco Basaglia possono diventare il passato.
Ma dipende da tutti noi entrare in questo futuro possibile: autorità giudiziaria e avvocatura, personale sanitario e società civile, mondo accademico e istituzioni … ascoltiamo la follia per ciò che vorrebbe dire, senza dimenticare le vittime, ma ricordando che la ferita di un reato e la sofferenza di un delitto possono essere rimarginate solo attraverso la giustizia e il rispetto della dignità delle persone.


Solo una simile giustizia può condurci a una sicurezza fondata sulla fiducia e non sulla paura.

mercoledì 18 marzo 2015

DISASTRO LEGALIZZATO


Il Parlamento sta discutendo di introdurre il nuovo reato di disastro ambientale.
Questa la formulazione attualmente proposta e in discussione:
Art. 452-ter. (Disastro ambientale) Chiunque, in violazione di disposizioni legislative, regolamentari o amministrative, specificamente poste a tutela dell'ambiente e la cui inosservanza costituisce di per sè illecito amministrativo o penale, o comunque abusivamente, cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni.

La norma era attesa e richiesta da tempo in un campo nel quale la maggior parte dei reati sono mere contravvenzioni con sanzioni ridicole e a rischio prescrizione: si doveva rispondere alla forte la richiesta di prevedere un delitto con sanzioni severe a protezione di un bene tanto prezioso e martoriato nel nostro Paese, quale l’ambiente.
La dichiarazione di prescrizione nella vicenda Eternit è stata la spallata finale che ha messo sotto gli occhi di tutti come in effetti questa ferita fosse aperta e sanguinante.

Bene, bravi, bis, allora!?!?
Ecco, rubando l’espressione al grande giornalista sportivo Flavio Tranquillo, direi piuttosto ironicamente: bene, ma non benissimo…

Bene ma non benissimo perché a questo bel delitto con pene effettivamente molto serie (fino a quindici anni!) sono stati messi argini a mio modesto avviso molto stretti e ipocriti…
In sostanza il disastro ambientale doloso (perché questa è la fattispecie dolosa, appunto, quindi il caso in cui tale disastro sia stato cagionato con coscienza e volontà e non per colpa…) sarebbe punibile se e solo se sia stato commesso in violazione di specifica disposizione normativa (legge, regolamento o altra disposizione amministrativa) o in modo comunque abusivo.
In altri termini il disastro ambientale doloso non sarebbe punibile quando commesso “a regola d’arte” e nel rispetto formale di tutte le norme.

“Ma se rispetto le regole cos’altro dovrei fare?! Perché non basta?!”
Ecco, in Italia può non bastare… anche perché specie in un settore così tecnico come quello della tutela ambientale (che evidentemente tocca e confligge spesso con gli interessi della grande industria), potrebbe accadere che le regole siano ritagliate su misura proprio per consentire all’impresa di fare quel che chiede e che ha bisogno di realizzare.
Il caso ILVA ci sta dimostrando in questi anni come si sia arrivati a piegare non solo le autorizzazioni amministrative ma persino la legge stessa all’esigenza suprema della produzione e del lavoro, lasciando che la salute diventi un bene sacrificabile e negoziabile.
Come se non fosse possibile tutelare il lavoro nel rispetto della legalità e proteggendo la salute delle persone e l’ambiente nel quale viviamo!

Inoltre la vicenda dell’amianto ci dimostra come sia possibile che in una primissima fase manchino le norme di riferimento, ma la scienza e l’industria sono già a conoscenza che certi comportamenti sono dannosi per l’ambiente: con la formulazione attuale queste situazione di consapevole inquinamento resterebbero salvate, proprio sfruttando cinicamente i vuoti normativi e legislativi.

E’ una piega pericolosa che stiamo vedendo spesso in molti campi: si afferma un principio demagogico di massima per fini propagandistici, ma poi si svuota di contenuto tale affermazione rendendo il valore da tutelare negoziabile e sacrificabile nel caso specifico, prevedendo eccezioni di vario tipo.
Tutto a norma di legge ovviamente….!

Legalizzare la mafia sarà la regola del duemila
…cantava così provocatoriamente Francesco De Gregori.

Il disastro ambientale doloso può allora essere commesso se si rispettano le leggi e se non lo si fa in modo abusivo…???

Capisco che tutti i cittadini e ancor di più gli imprenditori hanno la giusta esigenza di poter sapere quali siano le regole da rispettare: non sottovaluto questo problema e non chiedo che alla magistratura sia data carta bianca nel perseguire quello che ritiene ingiusto.
Tuttavia nemmeno si può accettare che un delitto così grave possa essere coperto da un formalismo di facciata, figlio spesso di un sistema poco trasparente e corrotto, come purtroppo le notizie ci ricordano tutti i giorni.

giovedì 12 marzo 2015

L'ABUSO POLITICO ED ETICO DI UN PROCESSO

La conferma da parte della Cassazione dell'assoluzione ottenuta in Appello da Berlusconi è l'ennesima occasione per commenti fuori luogo, tifo, reazioni strampalate e strumentalizzazioni.

Provando ad astrarre un attimo dal caso concreto, vorrei che questa potesse essere invece l'occasione per riflettere sulle ragioni di un processo e su quello che chiamerei il suo abuso politico ed etico. 

Il processo non è una gara che si corre solo per vincere.
Naturalmente, facendo il Pubblico Ministero devo sottoporre a una severa critica le prove da me raccolte in fase di indagini prima di esercitare l'azione penale e chiedere un processo. Lo faccio e lo devo fare anzitutto per non accusare ingiustamente alcuno ed evitare le fatiche, gli stress e i disagi di un processo. Inoltre lo devo fare per evitare che lo Stato investa tempo, denaro e risorse umane in un processo che non arriverà ad alcun effetto concreto.
Tuttavia ho l'obbligo dell'azione penale ogni volta che ritengo di aver raccolto elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio. 
E' un obbligo da prendere sul serio perché da questo discende in gran parte l'uguaglianza dei cittadini davanti all'autorità giudiziaria e alla legge.

Attenzione: prima del processo posso avere convinzioni più o meno solide, ma la verità processuale può e deve emergere proprio solo nel contraddittorio (confronto dialettico) del dibattimento, dove si formeranno le prove e si discuteranno le questioni giuridiche.

C'è la presunzione di non colpevolezza fino al giudizio definitivo e per arrivare ad una condanna normalmente ci vogliono tutti e tre i gradi di giudizio: è evidente che questo meccanismo prudente e complesso esiste non come orpello bizantino e burocratico, ma perché la storia del diritto e l'esperienza quotidiana ci insegnano che la ricerca della verità processuale è questione complicata che ha bisogno di regole e controlli successivi.

Non voglio dire che quindi tutti i Pm facciano bene a fare i processi anche quando questi terminano con un'assoluzione... anzi! Però è fisiologico che qualche azione penale non porti ad una condanna: il sistema non è fatto per condannare ad ogni costo qualcuno per ogni reato, ma per evitare che un solo innocente sia condannato.
Per questa stessa ragione lo standard di prova del processo penale è altissimo e basta un dubbio ragionevole per poter pervenire ad un proscioglimento.

A questo va aggiunto che tutti i processi contro i potenti sono inevitabilmente più complicati: sia perché spesso si tratta di vicende tecnicamente articolate, sia perché il potente ha grandi capacità di difesa.
La dovuta prudenza nell'esercizio dell'azione penale non può diventare però timidezza, altrimenti non faremmo mai i processi più difficili ma perseguiremmo soltanto emarginati e poveracci che vengono colti in flagranza di banali delitti...

Pensate ad esempio ad un processo per abuso ad un minore.
Io mi occupo di queste vicende ed esse hanno un tasso di difficoltà e di rischio di assoluzione molto alto, proprio perché purtroppo normalmente l'unica prova diretta è la testimonianza della vittima e non sempre si riesce a dare riscontri o a sostenerla dal punto di vista psicologico. Questo evidentemente non ci può però esimere da impegnarci al massimo per cercare di ottenere un accertamento processuale per dare risposta di giustizia a vicende tanto gravi.
La linea tra un processo che si deve fare e uno che va evitato esiste, e infatti non sono poche le archiviazioni...,, tuttavia è una linea indefinita, labile e in parte soggettiva. 

Nel caso di Berlusconi vi erano elementi di fatto e di diritto complessi e delicati, tanto che la Procura e i giudici di primo grado si sono convinti della colpevolezza, mentre i loro colleghi di Appello e Cassazione hanno ritenuto, per esempio, che non vi fosse la prova che Berlusconi sapesse della minore età di Ruby quando questa si prostituiva.

Se solo sapessimo evitare prima le strumentazioni politiche di un processo e poi quelle etiche.... allora lasceremmo alla giustizia fare il suo delicato compito, tenendo il dibattito politico e il giudizio etico fuori dalla vicenda.
Ed invece pare che, a seconda dei punti di vista e dei gusti, fare o non fare un processo debba essere letto politicamente... o anche che un'assoluzione diventi una patente di comportamento etico, cosa che evidentemente non è (specie se si vanno a leggere le motivazioni...).

Il processo è stato tirato troppo per la giacchetta, come fosse una bandiera.
E invece è un arbitro.
L'arbitro non ci dice chi merita di vincere o chi è più forte. Nemmeno ci dice se quel giocatore è corretto o meno.
All'arbitro spetta solo il delicato compito di applicare le regole ai comportamenti durante le partite.
E' un compito già abbastanza difficile, senza che gli chiediamo anche di fare il Salvatore della Patria.

Allora lasciamo perdere foghe giustizialiste e celebrazioni da bar per una vicenda che comunque non fa onore al nostro Paese e per un processo che è difficile dire che non si dovesse fare in partenza... a meno che non si intenda dire che certe persone non vanno processate perchè sono potenti o importanti o simpatiche o antipatiche.

La serietà e la sobrietà con cui giornalisti, politici e cittadini comuni seguono le vicende giudiziarie sono elementi essenziali per recuperare fiducia e credibilità alla giustizia e alla legalità.

E senza legalità, badate bene, non avremo mai vera libertà e vera democrazia.

mercoledì 25 febbraio 2015

DIRE LA COSA GIUSTA PER FARE QUELLA SBAGLIATA

Chi può mettere in discussione un principio così ovvio come quello per cui "chi sbaglia deve pagare"?!?
Davvero nessuno... se non chi sbaglia, verrebbe da dire!

Eppure, ancora una volta, dietro allo slogan facile, alla soluzione semplice, si nascondo questioni più complesse e rischi taciuti.

E' stata appena approvata dal Parlamento la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati e purtroppo da domani si dibatterà (brevemente e tra pochi) del fatto che sia o meno punitiva dei magistrati.

Non cercherò di dimostrarvi questo per il semplice fatto che non mi illudo che di questi tempi siano in troppi ad essere preoccupati per le condizioni della magistratura.

Il punto non è se sia o meno una riforma contro di noi... ma se sia una riforma contro l'interesse dei cittadini.

Migliorare e ampliare i controlli sull'operato dei magistrati era ed è possibile e opportuno, ma aver tolto ogni filtro e lasciato anche formule del tutto vaghe ("travisamento dei fatti") rischia di indebolire e intimidire il magistrato.
La legalità e il sistema processuale più in generale dovrebbero essere il potere dei senza potere, lo strumento per la vittime delle prepotenze per vedere applicata la legge e affermata in concreto l'uguaglianza dei cittadini.

La costante possibilità di essere accusati potrebbe perciò burocratizzare la magistratura, che così proseguirà la sua mutazione genetica verso un modello sempre più burocratico, sempre più mero esecutore del volere del potere e non sottomesso alla legge per la difesa della Costituzione.

Una responsabilità civile così fatta non ce la chiedeva nessuno, nemmeno l'Europa, come qualcuno ha voluto far credere, e credo sia solo una buona notizia per i forti ed i furbi.
Una riforma non contro i magistrati ma contro la difesa dei diritti delle parti più deboli.

domenica 25 gennaio 2015

IL PAESE DEL DIRITTO (...di TWITTARE)

"L'Italia, che è la patria del diritto prima che la patria delle ferie, merita un sistema migliore. La memoria dei magistrati che sono morti uccisi dal terrorismo o dalla mafia ci impone di essere seri e rigorosi. Non vogliamo far 'crepare di lavoro' nessuno, ma vogliamo un sistema della giustizia più veloce e più semplice. E, polemiche o non polemiche, passo dopo passo, ci arriveremo"
Queste le parole del Presidente del Consiglio dopo che ieri, per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, in tutte le Corti d'Appello si erano alzate dai magistrati italiani parole di preoccupazione e di denuncia per l'emergenza continua del sistema giustizia.

...non c'è niente da fare. 
E' impossibile discutere, proporre, indignarsi, segnalare, argomentare se dall'altra parte non c'è qualcuno che ha voglia di comprendere e migliorare le cose ma solo speculare per facile propaganda e battute. 
Ieri non c'è stata alcuna protesta sulle ferie ma si è cercato di comunicare i tanti problemi che rendono spesso disastroso e fallimentare la giustizia: risorse inadeguate, numeri mostruosi che ci rendono lentissimi nonostante i magistrati italiani siano tra i più produttivi d'Europa da anni, regole incomprensibili o contraddittorie, delegittimazione e sfiducia, cultura diffusa dell'illegalità...

Naturalmente i magistrati hanno anche la loro quota di responsabilità e il dovere di mettersi sempre più in discussione e in dialogo, ma se l'obiettivo è un tweet diventa tutto inutile e frustrante

Il mio stipendio resta quello e le ferie non le facevo neanche prima e quindi nemmeno mi accorgerò della loro diminuzione, come la maggior parte dei miei colleghi (per non parlare dei giudici, che sono costretti a scrivere sentenze anche durante le ferie perché per loro i termini non si sospendono mai).
La cosa paradossale è che in queste settimane ci si è resi conto che il Governo ha SBAGLIATO a scrivere la norma con cui voleva ridurre da 45 a 30 i giorni di ferie (considerate che il sabato è lavorativo e che di fatto ci sono turni di reperibilità 24 ore al giorno e 365 giorni all'anno specie per i pm).
A questo punto i magistrati, quelli che in questi mesi dal premier sono stati solo irrisi e usati come obiettivo per raccogliere consenso demagogico (per esempio accusando falsamente l'ANM di aver protestato per aver messo il tetto di 250mila euro allo stipendio, quota superata solo da due magistrati su quasi 10mila e che il 99% mai nemmeno sfiorerà nemmeno a fine carriera), questi magistrati fannulloni stanno di fatto sollecitando il Legislatore perché intervenga altrimenti finiremo anche per passare per quelli che non applicano la legge: le norme ci danno ancora 45 giorni ma avendo capito che si tratta di un errore ci si pone lo scrupolo di evitare un esito diverso da quello mediaticamente dichiarato dal Governo e restare così col cerino in mano.
E dobbiamo anche subire il richiamo alla serietà... noi?

L'esternazione di oggi del Presidente del Consiglio, che ben si guarda dal leggere i tanti documenti prodotti in questi anni bastandogli pochi caratteri su Twitter per ottenere i titoli dei giornali con uno slogan tanto facile quanto mistificante, dimostra ancora una volta purtroppo che non c'è la volontà di dialogo istituzionale per risolvere i problemi negli interessi dei cittadini.

Si cerca solo di cerca qualche capro espiatorio a fronte di problemi complessi e radicati: tanto c'è sempre una soluzione semplice da offrire alla massa. Sì, una soluzione semplice, ovvia, immediata e ... sbagliata.

Prescrizione... 
Illegalità...
Soglie dei reati fiscali che si vogliono alzare e che ci costringerebbero a restituire milioni di euro in sequestro ai poveri evasori...
Personale amministrativo demotivato, carente e senza riqualificazione da anni...
Norme incostituzionali e inefficaci...
Carico di fascicoli abnorme (un pm svedese ha in media 25/50 fascicoli,quello italiano è fortunato se ne ha 5/600... e alcuni arrivano ad averne anche oltre 2000)...
Procedure barocche e irrazionali...
Disorganizzazione...
Impunità dei reati dei colletti bianchi...

Ma questi sono problemi che richiedono impegno, studio, investimenti, serietà, dialogo serio e responsabilità con tutti i soggetti coinvolti.

Molto più facile un Tweet.
Peccato sia tanto facile quanto inutile a risolvere i problemi.
Non i problemi dei magistrati. Quelli dei cittadini italiani e soprattutto di quelli onesti.



sabato 10 gennaio 2015

IGNORANCE, FEAR, HATE ...

Sono ore di orrore e dolore.

Possiamo uscirne indeboliti, spaventati e pieni di odio. 
Oppure possiamo ritrovare i valori fondanti, stringerci insieme e reagire costruendo un modo che è più sicuro perché è più giusto.


La vera sfida e la vera vittoria contro questa strategia folle degli integralisti è RIMANERE NOI STESSI.

Anzi, ritrovarci... proprio a partire da quel dolore.
Riscoprire quanto per noi siano importanti la libertà di espressione, il rispetto delle idee diverse, la dignità assoluta di ogni vita umana.

Qualcuno reagisce invocando la pena di morte...per dei kamikaze che non chiedono altro?!

Qualcuno invoca barriere anacronistiche, dimenticando che molti degli attentatori sono cresciuti proprio in Europa...
Qualche politico si frega le mani e soffia sulle paure con frasi demagogiche e irresponsabili...
Qualche giornalista pensa di raccontare quello che sta accadendo come una guerra di civiltà e di religione...

Di quale Islam parla questo giornale "libero" (minuscole e virgolette non sono casuali)? 

Quale obiettivo si prefigge un titolo che pensa di rappresentare la religione di UN MILIARDO E SEICENTO MILIONI di persone (il 23% della popolazione mondiale) dicendoci che loro sono quell'assassino che spara a sangue freddo a un uomo inerme che alza le mani?



Forse non sapeva o non gli interessava sapere che Islam è anche l'uomo a terra, il poliziotto Ahmed che lavorava per difendere la sicurezza del giornale satirico Charlie Hebdo.
Un cittadino francese, un poliziotto, un musulmano... un UOMO.

Non sono uno storico o un esperto di Islam e non pretendo qui di affrontare i tanti problemi culturali, storici e geopolitici della questione. 

Sicuramente esiste un problema di interpretazioni integraliste che preoccupa anche quando porta a realizzare teocrazie intolleranti, ma non possiamo dimenticare le pagine dolorose della storia della Chiesa cattolica: pensiamo all'Inquisizione o a quanto accaduto in America Latina, per fare solo due esempi.

Io sono profondamente convinto che queste depravazioni delle religioni siano proprio la massima bestemmia contro Dio, per chi ci crede... e resto convinto che si debba e si possa convivere e coesistere. 


E' un'utopia? In parte lo è, ma non sono disposto a cedere all'odio e alla paura.
Credo che dobbiamo difendere con le unghie e con i denti i nostri valori di laicità, libertà, rispetto della dignità umana, solidarietà, uguaglianza.
Sono valori che sono iscritti nella nostra storia e nelle nostre Costituzioni ma troppo spesso li dimentichiamo, li smentiamo nelle nostre pratiche e li svuotiamo di significato... oppure crediamo che debbano essere applicati solo in casa nostra.

Purtroppo la storia anche recente del civilizzato occidente ha spesso smentito questi valori: siamo stati la civiltà della tolleranza o del denaro? abbiamo combattuto per i diritti o per il potere?

RESTIAMO UMANI...o torniamo ad essere tali davvero.
Come uomini e donne, come cittadini del mondo e dell'Europa.

Ecco... l'Europa.

O diventerà davvero uno spazio di diritti e di valori condivisi o finirà per essere una burocrazia inutile e incapace di fermare il declino economico e culturale che stiamo vivendo.

Reagiamo all'orrore di questo integralismo restando uniti e affermando la tolleranza e l'amore per la libertà: allora quelle vittime innocenti non saranno morte inutilmente.