La legalità non conviene.
Mi spiace deludervi o sfatare un mito, ma occorre dirselo ed essere preparati.
Il rispetto delle regole è spesso e innanzitutto una limitazione, un argine.
Siamo viziati e troppo abituati a pensare alla legalità solo in termini di diritti e di vantaggi che ne deriverebbero.
In questo siamo tutti molto bravi a rivendicarli e pretenderli.
Ma la misura della nostra onestà l'abbiamo solo quando sappiamo rinunciare a un vantaggio per rispettare una regola.
Quella regola ci limita ma non lo fa per una repressione fine a se stessa, ma al fine di preservare e garantire un interesse collettivo.
Il mio limite diviene il diritto di un altro.
Se capiamo questo possiamo diventare capaci di rispettare le regole anche quando queste non ci convengono.
Perchè dovrei pretendere la fattura se farlo mi determina solo uno svantaggio?
Perchè quel "sacrificio" è correlato all'interesse collettivo che tutti paghino le tasse, quelle stesse tasse che devono sostenere il costo di scuole e ospedali per tutti.
Quello che sembra il comportamento di un fesso, ovvero rispettare la regola, limitarsi... è in realtà la scelta saggia e consapevole di chi capisce che le regole esistono proprio per garantire l'uguaglianza dei cittadini e tutelare i diritti di tutti, non solo i miei e non solo quando la cosa mi conviene.
Spesso parliamo di antidoti alla mafia e tra questi ci mettiamo la cultura della legalità.
Verissimo, ma questa cultura non potrà bastare se nel momento delle nostre scelte decisive non avremo la consapevolezza e la forza di scegliere quale orizzonte inseguire.
Se il nostro riferimento sono esclusivamente i nostri diritti ovvero il nostro benessere, difficilmente avremo la capacità di resistere alla tentazione di aggirare la regola e di "piegarla" a nostro piacimento.
Se invece avremo recuperato i valori e i principi costituzionali ed il senso di appartenenza ad un destino condiviso, in cui la mia libertà e la mia felicità sono strettamente connesse a quelle degli altri, allora avremo creato davvero la premessa perchè ciascuno sappia resistere alla tentazione della scorciatoia, della furbizia...
Resistere alla tentazioni di non chiedere la fattura, di non sfruttare una raccomandazione impropria, di non approfittare di una posizione di vantaggio indebito... questo ci dirà se e quanto siamo veramente onesti e crediamo che valga la pena stare dalla parte della legalità.
Quando ci saremo trasformati da massa di (presunti) furbi a popolo solidale e consapevole...allora avremo fatto la più grande rivoluzione di questo Paese, che ha vitale bisogno di liberarsi dalla logica dei favori per riaffermare un sistema di diritti e soprattutto di DOVERI.
Qual è l'orizzonte che vogliamo inseguire: l'affermazione del nostro successo personale o la realizzazione di una società migliore, più giusta, libera e solidale?
"Mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi ci governa" (Ennio Flaiano) // "La Costituzione: ciò che ci siamo dati nel momento in cui eravamo sobri, a valere per i momenti in cui siamo sbronzi." (G. Zagrebelsky)
"the problems we all live with" di norman rockwell
venerdì 11 settembre 2015
giovedì 30 luglio 2015
PREROGATIVE e NON PRIVILEGI: il QUARTO GRADO POLITICO NON ESISTE
Non conosco le carte della vicenda Azzolini (come il 99% delle persone che invece ne parlano) e quindi non intendo dare opinioni da quattro soldi su questo procedimento e sulle accuse rivolte al senatore.
Vorrei però che quanto accaduto fosse l'occasione per chiarire i termini della questione e quale significato abbia (o dovrebbe avere) l'autorizzazione a procedere agli arresti di un parlamentare (come stabilita dall'articolo 68 Costituzione).
Prima di Mani Pulite vi era l'autorizzazione a procedere: ovvero la Camera di appartenenza di un parlamentare imputato doveva concedere il suo nulla osta anche semplicemente all'avvio del processo.
L'utilizzo che venne fatto di questo istituto fu scandalosamente a protezione della classe politica (l'autorizzazione era divenuta una sporadica eccezione e questo si risolveva in una generalizzata licenza a delinquere) e sull'onda dell'indignazione (ed anche di un certo giustizialismo populista di piazza...) l'articolo 68 venne modificato e oggi resiste solo un'immunità parziale e relativa ai soli atti limitativi della libertà personale del parlamentare: perquisizioni, intercettazioni e arresti.
E' un punto di equilibrio legittimo in astratto, considerato che ogni democrazia prevede dei filtri nel rapporto tra giudiziario e gli altri poteri, cercando di affermare il principio di legalità ma anche di evitare scontri frontali.
Proprio per questo l'unico vero vaglio richiesto alle Camere nel voto è se vi sia il c.d. fumus persecutionis, ovvero se emerga un quadro accusatorio non basato sui fatti ma mosso da intenti di persecuzione personale e soprattutto politica.
Si tratta di un'eventualità ovviamente eccezionale e se verificata rappresenterebbe un grave j'accuse rispetto a pubblico ministero e gip (e talvolta anche giudici del riesame e della Cassazione) che hanno richiesto e concesso una misura cautelare a carico del parlamentare.
Il voto a cui assistiamo ogni volta invece diventa tutto politico, una scelta della casta di salvare questo o di sacrificare quello... Oppure, cosa ancora più aberrante se possibile, ci tocca sentire dei politici (oggi mi è capitato su sky tg24) dire che dovevano esaminare le esigenze cautelari e quindi in qualche modo hanno ritenuto che questo non fossero sussistenti.
No, questo no...
Le esigenze cautelari sono le condizioni che, in presenza di gravi indizi di colpevolezza, consentono all'autorità giudiziaria di anticipare una limitazione di libertà dell'indagato prima che ne sia accertata la colpevolezza in modo definitivo.
Sono tre rischi eccezionali che vengono in rilievo (naturalmente solo se abbiamo a che fare con ipotesi di reato gravi):
Ma queste sono valutazioni tutte demandate al potere giudiziario.
Non esiste un quarto grado politico che deve vagliare autonomamente questi requisiti giuridici, che valgono appunto per tutti i cittadini.
La legge è uguale anche per loro e la applicano i magistrati.
Si dovrebbe negare l'autorizzazione, lo ribadisco, solo in presenza di una sospetta persecuzione personale\politica.
E' grave che la politica faccia un (ab)uso maldestro di questo istituto costituzionale perché così facendo si semina sfiducia o nella politica o nella magistratura e si crea una frattura dell'ordinamento.
Non sono cavilli... sono in gioco gli equilibri tra i poteri e l'affermazione del principio di legalità.
I parlamentari non sono al di sopra della legge o in posizione privilegiata. Hanno delle legittime prerogative di interesse pubbliche che però non vanno strumentalizzate per garantire privilegi.
Ciascuno si prenda le proprie responsabilità.
La magistratura lo fa con le motivazioni.
La politica lo faccia con un voto trasparente.
I cittadini lo facciano con un'informazione attenta e una critica inflessibile.
Vorrei però che quanto accaduto fosse l'occasione per chiarire i termini della questione e quale significato abbia (o dovrebbe avere) l'autorizzazione a procedere agli arresti di un parlamentare (come stabilita dall'articolo 68 Costituzione).
Prima di Mani Pulite vi era l'autorizzazione a procedere: ovvero la Camera di appartenenza di un parlamentare imputato doveva concedere il suo nulla osta anche semplicemente all'avvio del processo.
L'utilizzo che venne fatto di questo istituto fu scandalosamente a protezione della classe politica (l'autorizzazione era divenuta una sporadica eccezione e questo si risolveva in una generalizzata licenza a delinquere) e sull'onda dell'indignazione (ed anche di un certo giustizialismo populista di piazza...) l'articolo 68 venne modificato e oggi resiste solo un'immunità parziale e relativa ai soli atti limitativi della libertà personale del parlamentare: perquisizioni, intercettazioni e arresti.
E' un punto di equilibrio legittimo in astratto, considerato che ogni democrazia prevede dei filtri nel rapporto tra giudiziario e gli altri poteri, cercando di affermare il principio di legalità ma anche di evitare scontri frontali.
Proprio per questo l'unico vero vaglio richiesto alle Camere nel voto è se vi sia il c.d. fumus persecutionis, ovvero se emerga un quadro accusatorio non basato sui fatti ma mosso da intenti di persecuzione personale e soprattutto politica.
Si tratta di un'eventualità ovviamente eccezionale e se verificata rappresenterebbe un grave j'accuse rispetto a pubblico ministero e gip (e talvolta anche giudici del riesame e della Cassazione) che hanno richiesto e concesso una misura cautelare a carico del parlamentare.
Il voto a cui assistiamo ogni volta invece diventa tutto politico, una scelta della casta di salvare questo o di sacrificare quello... Oppure, cosa ancora più aberrante se possibile, ci tocca sentire dei politici (oggi mi è capitato su sky tg24) dire che dovevano esaminare le esigenze cautelari e quindi in qualche modo hanno ritenuto che questo non fossero sussistenti.
No, questo no...
Le esigenze cautelari sono le condizioni che, in presenza di gravi indizi di colpevolezza, consentono all'autorità giudiziaria di anticipare una limitazione di libertà dell'indagato prima che ne sia accertata la colpevolezza in modo definitivo.
Sono tre rischi eccezionali che vengono in rilievo (naturalmente solo se abbiamo a che fare con ipotesi di reato gravi):
- rischio di inquinamento probatorio
- rischio attuale di fuga
- rischio di reiterazione del reato
Ma queste sono valutazioni tutte demandate al potere giudiziario.
Non esiste un quarto grado politico che deve vagliare autonomamente questi requisiti giuridici, che valgono appunto per tutti i cittadini.
La legge è uguale anche per loro e la applicano i magistrati.
Si dovrebbe negare l'autorizzazione, lo ribadisco, solo in presenza di una sospetta persecuzione personale\politica.
E' grave che la politica faccia un (ab)uso maldestro di questo istituto costituzionale perché così facendo si semina sfiducia o nella politica o nella magistratura e si crea una frattura dell'ordinamento.
Non sono cavilli... sono in gioco gli equilibri tra i poteri e l'affermazione del principio di legalità.
I parlamentari non sono al di sopra della legge o in posizione privilegiata. Hanno delle legittime prerogative di interesse pubbliche che però non vanno strumentalizzate per garantire privilegi.
Ciascuno si prenda le proprie responsabilità.
La magistratura lo fa con le motivazioni.
La politica lo faccia con un voto trasparente.
I cittadini lo facciano con un'informazione attenta e una critica inflessibile.
martedì 21 luglio 2015
LA DIFFERENZA
Mi sento molto inadeguato di fronte all'incessante e immensa domanda di giustizia che si affolla sulla mia scrivania (oltre che dentro a testa e cuore...).
Come e quando riuscirò a riaffermare la legalità? E fino a che punto?
E quante storie di sofferenza e ingiustizia restano irreparabili attorno a noi?
La maggior parte delle ferite non possono essere rimarginate dal diritto, anche se il processo svolge un ruolo fondamentale per restituire dignità alla persona offesa e far prendere consapevolezza a colui che ha spezzato il patto sociale.
E' il mio lavoro, il lavoro che amo e che mi appassiona.
Ma è anche il mio modo per provare a cambiare le cose, per rendere meno distante l'isola che non c'è della solidarietà, della dignità e della libertà.
Leggendo "Ciò che inferno non è" (di Alessandro D'Avenia, ed. Einaudi, che ruota attorno alla figura di Don Puglisi) ho scoperto questa piccola favola che voglio condividere perché può aiutarci a ricordare che anche quando le difficoltà sembrano insormontabili e i nostri sforzi paiono inutili... noi possiamo fare la differenza.
"Un uomo d’affari in vacanza stava camminando lungo una spiaggia quando vide un ragazzino.
Come e quando riuscirò a riaffermare la legalità? E fino a che punto?
E quante storie di sofferenza e ingiustizia restano irreparabili attorno a noi?
La maggior parte delle ferite non possono essere rimarginate dal diritto, anche se il processo svolge un ruolo fondamentale per restituire dignità alla persona offesa e far prendere consapevolezza a colui che ha spezzato il patto sociale.
E' il mio lavoro, il lavoro che amo e che mi appassiona.
Ma è anche il mio modo per provare a cambiare le cose, per rendere meno distante l'isola che non c'è della solidarietà, della dignità e della libertà.
Leggendo "Ciò che inferno non è" (di Alessandro D'Avenia, ed. Einaudi, che ruota attorno alla figura di Don Puglisi) ho scoperto questa piccola favola che voglio condividere perché può aiutarci a ricordare che anche quando le difficoltà sembrano insormontabili e i nostri sforzi paiono inutili... noi possiamo fare la differenza.
"Un uomo d’affari in vacanza stava camminando lungo una spiaggia quando vide un ragazzino.
Lungo la riva c’erano molte stelle di mare che erano state portate
lì dalle onde e sarebbero certamente morte prima del ritorno dell’alta marea.
Il ragazzo
camminava lentamente lungo la spiaggia e ogni tanto si abbassava per prendere e
rigettare nell’oceano una stella marina.
L’uomo
d’affari, sperando d’impartire al ragazzo una lezione di buon senso, si
avvicinò a lui e disse, “Ho osservato ciò che fai, figliolo. Tu hai un buon
cuore, e so che hai buone intenzioni, ma ti rendi conto di quante spiagge ci
sono qui intorno e di quante stelle di mare muoiono su ogni riva ogni giorno?
Certamente, un ragazzo tanto laborioso e generoso come te potrebbe trovare
qualcosa di meglio da fare con il suo tempo. Pensi veramente che ciò che stai
facendo riuscirà a fare la differenza?”
Il ragazzo
alzò gli occhi verso quell'uomo, e poi li posò su una stella di mare che si
trovava ai suoi piedi. Raccolse la stella marina, e mentre la rigettava
gentilmente nell’oceano, disse:
“Fa la differenza per questa.”"
venerdì 17 luglio 2015
Le isole del tesoro e l'isola (della legalità) che non c'è
Edoardo Bennato cercava l'isola che non c'è , luogo utopico e intimo di giustizia e pace, di fantasia e solidarietà...
Il giornalista Nicholas Shaxson si è invece messo in cerca delle isole del tesoro, scrivendo il diario di un viaggio nei paradisi fiscali dove è nascosto il tesoro della globalizzazione.
Faccio un passo indietro e vado al 1998. In quell'anno mi sono laureato con una tesi sul riciclaggio di denaro negli Stati Uniti (il c.d. money laundering) e sognavo di lavorare e impegnarmi per fermare quel flusso di denaro che da sporco veniva ripulito per poi consentire alla grande criminalità organizzata di godere dei frutti dei propri delitti e del proprio potere perverso...
Sono passato molti anni e solo di recente comincio a veder crescere competenze, sensibilità e indagini su questo tema cruciale, che tuttavia non è più tanto e soltanto quello del denaro sporco che viene ripulito, ma soprattutto (per dirla con le parole del Procuratore Aggiunto di Milano Greco) del denaro pulito che diventa sporco e sparisce.
E' il tema dell'elusione fiscale (quando non direttamente frode) e per comprenderlo dobbiamo metterci in viaggio verso isole esotiche... e non solo.
Già, perché i paradisi fiscali non sono soltanto sperdute isole nel Pacifico, ma si nascondono nel cuore dell'Europa (Lussemburgo, Andorra e per molti aspetti la stessa Irlanda e il Regno Unito) e degli Stati Uniti (clamoroso il caso dello stato del Delaware).
In questo mondo sotterraneo e insospettabile svaniscono i profitti immensi delle più grandi multinazionali e delle famiglie più ricche del pianeta, che (sappiatelo) spesso pagano meno tasse di tutti noi comuni cittadini.
Il paradiso fiscale è un luogo che garantisce una tassazione bassissima e una grande libertà di manovra dal punto di vista societario, offrendo così risparmi immensi e riservatezza.
Secondo la stima più prudente in queste isole del tesoro sono custoditi 7600 miliardi di dollari, ovvero un dodicesimo della ricchezza finanziaria mondiale delle famiglie.
Secondo le stime più alte (fatte dall'ex direttore per la ricerca economica di McKinsey) si parla di 32mila miliardi di dollari, ovvero sino ad un terzo della ricchezza complessiva...
La tassazione è il momento fondamentale di contribuzione alle spese dello Stato e di redistribuzione della ricchezza: l'elusione massiccia di questo sistema è un grande ostacolo allo sviluppo di ogni Paese e dei suoi cittadini e rappresenta il tradimento di una premessa essenziale per la vita di una nazione.
La strada della democrazia e della libertà non si può percorrere se il potere economico e finanziario resta fuori controllo e sfugge alle regole che si applicano ai comuni mortali.
E' ovvio che questo può avvenire solo con la complicità e l'interesse anche delle istituzioni occidentali e di un potere politico quanto meno miope e incapace di dare una regolazione complessiva e trasparente a questo sistema.
Le scappatoie fiscali restano a disposizione di pochi privilegiati che così custodiscono la loro ricchezza e perpetuano la posizione di vantaggio rispetto a ogni cittadino.
Un sistema veramente liberale non dovrebbe consentire simili privilegi, dovendosi garantire pari opportunità iniziali e volendosi affermare eguali doveri per ogni soggetto, così da far emergere il merito in una logica di sana concorrenza. Anzi, la Costituzione italiana giustamente afferma il principio della progressività che richiederebbe appunto che chi ha di più debba anche contribuire maggiormente e viceversa...
Ebbene, i paradisi fiscali consentono l'esatto contrario: chi ha di più riesce a dare di meno o addirittura a scomparire del tutto dai radar e lasciando paradossalmente anche le grandi nazioni con enormi debiti pubblici e scarsità di risorse per i cittadini.
Le risorse non sono sempre scarse... c'è abbondanza: il problema è valorizzare queste ricchezze (materiali, finanziarie e non solo), usarle e far contribuire tutti alla crescita collettiva, senza consentire i privilegi di pochi.
I privilegi di pochi sono stati alla base di ogni rivoluzione e ribellione, che hanno di volta in volta allargato la platea dei cittadini e ampliato la sfera dei diritti e dei doveri.
Capiamo bene che questa è una questione squisitamente politica e il problema però che non abbiamo un luogo di governo internazionale di questi temi: la sfida globale viene così lasciata a un potere politico frammentato e così anche deresponsabilizzato davanti ai cittadini.
Deve crescere la consapevolezza di questa enorme ingiustizia perché la soluzione può arrivare soltanto da una vasta pressione dell'opinione pubblica.
La conoscenza e la consapevolezza sono il primo gradino per recuperare dignità, legalità e diritti fondamentali... ovvero per metterci in cammino verso l'isola che non c'è.
Il giornalista Nicholas Shaxson si è invece messo in cerca delle isole del tesoro, scrivendo il diario di un viaggio nei paradisi fiscali dove è nascosto il tesoro della globalizzazione.
Faccio un passo indietro e vado al 1998. In quell'anno mi sono laureato con una tesi sul riciclaggio di denaro negli Stati Uniti (il c.d. money laundering) e sognavo di lavorare e impegnarmi per fermare quel flusso di denaro che da sporco veniva ripulito per poi consentire alla grande criminalità organizzata di godere dei frutti dei propri delitti e del proprio potere perverso...
Sono passato molti anni e solo di recente comincio a veder crescere competenze, sensibilità e indagini su questo tema cruciale, che tuttavia non è più tanto e soltanto quello del denaro sporco che viene ripulito, ma soprattutto (per dirla con le parole del Procuratore Aggiunto di Milano Greco) del denaro pulito che diventa sporco e sparisce.
E' il tema dell'elusione fiscale (quando non direttamente frode) e per comprenderlo dobbiamo metterci in viaggio verso isole esotiche... e non solo.
Già, perché i paradisi fiscali non sono soltanto sperdute isole nel Pacifico, ma si nascondono nel cuore dell'Europa (Lussemburgo, Andorra e per molti aspetti la stessa Irlanda e il Regno Unito) e degli Stati Uniti (clamoroso il caso dello stato del Delaware).
In questo mondo sotterraneo e insospettabile svaniscono i profitti immensi delle più grandi multinazionali e delle famiglie più ricche del pianeta, che (sappiatelo) spesso pagano meno tasse di tutti noi comuni cittadini.
Il paradiso fiscale è un luogo che garantisce una tassazione bassissima e una grande libertà di manovra dal punto di vista societario, offrendo così risparmi immensi e riservatezza.
Secondo la stima più prudente in queste isole del tesoro sono custoditi 7600 miliardi di dollari, ovvero un dodicesimo della ricchezza finanziaria mondiale delle famiglie.
Secondo le stime più alte (fatte dall'ex direttore per la ricerca economica di McKinsey) si parla di 32mila miliardi di dollari, ovvero sino ad un terzo della ricchezza complessiva...
La tassazione è il momento fondamentale di contribuzione alle spese dello Stato e di redistribuzione della ricchezza: l'elusione massiccia di questo sistema è un grande ostacolo allo sviluppo di ogni Paese e dei suoi cittadini e rappresenta il tradimento di una premessa essenziale per la vita di una nazione.
La strada della democrazia e della libertà non si può percorrere se il potere economico e finanziario resta fuori controllo e sfugge alle regole che si applicano ai comuni mortali.
E' ovvio che questo può avvenire solo con la complicità e l'interesse anche delle istituzioni occidentali e di un potere politico quanto meno miope e incapace di dare una regolazione complessiva e trasparente a questo sistema.
Le scappatoie fiscali restano a disposizione di pochi privilegiati che così custodiscono la loro ricchezza e perpetuano la posizione di vantaggio rispetto a ogni cittadino.
Un sistema veramente liberale non dovrebbe consentire simili privilegi, dovendosi garantire pari opportunità iniziali e volendosi affermare eguali doveri per ogni soggetto, così da far emergere il merito in una logica di sana concorrenza. Anzi, la Costituzione italiana giustamente afferma il principio della progressività che richiederebbe appunto che chi ha di più debba anche contribuire maggiormente e viceversa...
Ebbene, i paradisi fiscali consentono l'esatto contrario: chi ha di più riesce a dare di meno o addirittura a scomparire del tutto dai radar e lasciando paradossalmente anche le grandi nazioni con enormi debiti pubblici e scarsità di risorse per i cittadini.
Le risorse non sono sempre scarse... c'è abbondanza: il problema è valorizzare queste ricchezze (materiali, finanziarie e non solo), usarle e far contribuire tutti alla crescita collettiva, senza consentire i privilegi di pochi.
I privilegi di pochi sono stati alla base di ogni rivoluzione e ribellione, che hanno di volta in volta allargato la platea dei cittadini e ampliato la sfera dei diritti e dei doveri.
Capiamo bene che questa è una questione squisitamente politica e il problema però che non abbiamo un luogo di governo internazionale di questi temi: la sfida globale viene così lasciata a un potere politico frammentato e così anche deresponsabilizzato davanti ai cittadini.
Deve crescere la consapevolezza di questa enorme ingiustizia perché la soluzione può arrivare soltanto da una vasta pressione dell'opinione pubblica.
La conoscenza e la consapevolezza sono il primo gradino per recuperare dignità, legalità e diritti fondamentali... ovvero per metterci in cammino verso l'isola che non c'è.
sabato 20 giugno 2015
La lezione dei ragazzi di Scampia
In una scuola di Scampia un insegnate (cui va ammirazione, stima e gratitudine...) ha tradotto con i suoi ragazzi la prima parte della Costituzione in napoletano.
Ne hanno ricavato delle brevi frase stampate su magliette bianca.
Ogni commento è superfluo...
La lettura invece è indispensabile.
Art.1 E' o popolo ca cummann
(Sovranita'
del popolo)
Art.2 Tenimm' diritt ca nisciun ce po tucca'
e duver c'amma rispetta'
(Inviolabilita'
dei diritti)
Art.3 Simme tutt' ugual' annanz' a legg"
(Principio
di uguaglianza)
Art.4 Tutt quant amma fatica' pe ffa' crescer a societa'
(Diritto
al lavoro)
Art.5 L' Italia e' una sola
e nun se po sparter ma ce stann region, province e
cumun
(Autonomie
locali)
Art.6 Pur se parl n'ata lingua va ben o' stess
(Minoranze
linguistiche)
Art.7 O' Stat e a Chies s'anna fa ciascun e fatt lor
(Principio
di laicita' dello Stato)
Art.8 Nisciun te rice nient
se si cristian, buddist', testimon e geov o
evangelist
(Liberta'
di culto)
Art.9 O' patrimonio storico, o' paesagg,
a cultur e ricerc s'anna rispetta' e tutela'
(Tutela
del patrimonio storico, artistico e della ricerca)
Art.10 O' stranier s'adda tutela' se rint o' paes suoje
nun ten a liberta' (Tutela dello straniero)
Art.11 A guerr' nun se po ffa' si n'at Stat vuo' attacca'
(Ripudio
alla guerra)
Art.12 O' tricolor e' verd, bianc e russ
(La
bandiera italiana)
Art.21 Putimm
ricere chell ca pensamm
(Libertà
di manifestazione del pensiero)
Art.29 Marit e muglier stess diritt e duver
(Uguaglianza
dei coniugi)
Art.32 Pe ce curà nun pe forz s'addà pavà
(Diritto
alla salute)
Art.34 A scol nun s'adda pavà
(Gratuità
dell'istruzione)
Art.40 O' scioper se po ffà
(Diritto
allo sciopero)
Art.48 O'vot è personal, ugual, liber e segret (Diritto
al voto)
giovedì 4 giugno 2015
Impresentabili o invotabili? Quando l'etica è delegata alla legge
La vicenda dei candidati impresentabili è una triste e grottesca occasione per riflettere sul grave malessere della nostra democrazia e dell'etica nella vita pubblica e politica.
Prima di tutto ribadisco un pensiero che espressi anche quando la Legge Severino fu emanata (legge 190/2012 e poi soprattutto Dlgs 235/2012 che stabilisce incompatibilità, decadenze e sospensioni per i condannati in via non definitiva dalle cariche pubbliche cui siano stati eletti): un Paese che avesse un sufficiente tasso di rispetto della legalità e di senso delle istituzioni non avrebbe bisogno di simili norme, perché le forze politiche e gli elettori allontanerebbero automaticamente coloro che non appaiono cristallini e credibili da questo punto di vista.
D'altronde ci sarebbe già il dimenticato articolo 54 della Costituzione:
Prima di tutto ribadisco un pensiero che espressi anche quando la Legge Severino fu emanata (legge 190/2012 e poi soprattutto Dlgs 235/2012 che stabilisce incompatibilità, decadenze e sospensioni per i condannati in via non definitiva dalle cariche pubbliche cui siano stati eletti): un Paese che avesse un sufficiente tasso di rispetto della legalità e di senso delle istituzioni non avrebbe bisogno di simili norme, perché le forze politiche e gli elettori allontanerebbero automaticamente coloro che non appaiono cristallini e credibili da questo punto di vista.
D'altronde ci sarebbe già il dimenticato articolo 54 della Costituzione:
"Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore [...]"
Evidentemente il tasso di illegalità e di tolleranza verso questo si è invece mantenuto molto elevato e si quindi arrivati a disciplinare nel dettaglio i casi in cui non si è candidabili (ovvero si decade o si è sospesi per condanne non definitive).
A questo quadro (già sintomatico di una patologia del sistema) si è aggiunto un codice etico di autoregolamentazione cui potevano aderire i partiti e sul quale doveva vigilare la Commissione Antimafia.
L'articolo 1 di tale codice impegna i partiti che vi aderiscono a non presentare e nemmeno sostenere come candidati coloro nei cui confronti sia stato emesso il decreto che dispone il giudizio ovvero che siano stati condannati con sentenza anche non definitiva di primo grado [...] allorquando si tratti di una serie specifica di reati gravi o contro la Pubblica Amministrazione.
Questa volta quindi l'asticella si alza perché può bastare anche solo l'esercizio dell'azione penale: d'altronde lo spirito di ogni codice etico è quello di sollecitare trasparenza e condotte irreprensibili nonché di tutelare anche l'apparenza stessa delle istituzioni, che non devono essere macchiate nemmeno da sospetti.
Si può discutere se siano requisiti eccessivamente rigidi, ma due punti devono essere tenuti ben presenti:
- l'Italia è il paese occidentale con il più alto tasso di corruzione e in generale di criminalità del potere (vedi mafia) e quindi è del tutto evidente che vi siano esigenze di recuperare credibilità da parte della politica
- non si può aderire liberamente a delle regole e poi decidere che non si applicano a questo o a quello, introducendo così eccezioni legate alla persona, secondo la consuetudine tutta italiana della legge ad o contra personam (a seconda di quel che fa comodo)
Oggi ci troviamo in questo corto circuito tra legalità, politica ed etica nel quale mi pare purtroppo essere finito anche l'eccellente Raffaele Cantone (presidente dell'Autorità Anticorruzione), laddove nell'intervista pubblicata oggi da Repubblica si concentra su aspetti tecnici di applicazione della Severino.
In questa intervista egli infatti spiega come potrebbe essere formalmente corretto che De Luca debba prima insediarsi e solo dopo potrebbe essere sospeso: come si fa, tuttavia, a non comprendere come tali distinguo non colgano assolutamente l'esigenza di chiarezza e coerenza che viene dall'articolo 54, dalla legge Severino, dal codice etico e soprattutto dai cittadini sfiduciati dalla corruzione???
Il caso specifico verrà discusso e valutato dalle autorità competenti, ma mi pare evidente che vicende come questa siano destinate ad allargare ulteriormente il fossato che separa il popolo (sovrano?) e la politica... pur non dimenticando che queste vicende vengono al pettine proprio perché i c.d. impresentabili non sono considerati invotabili dagli elettori, che anzi spesso li premiano e li sostengono.
Quello che preoccupa, infine, è che possa passare il messaggio per cui democrazia e legalità siano potenzialmente in conflitto.. il che non deve essere e non è, perché la legalità è semplicemente un presupposto per potersi impegnare in politica.
L'onestà e la massima trasparenza sono pre-condizoni per assumere responsabilità pubbliche e non cavilli legali o etici che frenano la libera espressione popolare.
La strada verso la legalità e una piena affermazione dell'articolo 54 della Costituzione è ancora molta lunga e in questo percorso le scorciatoie possono solo allontanare dalla meta...
martedì 26 maggio 2015
UNA RONDINE IN TRIBUNALE
Con il consenso della collega Elisabetta Morosini, magistrato del Tribunale di Pesaro, condivido qui il suo bellissimo racconto.
Sarebbe piaciuto molto a Marcovaldo...
È una storia accaduta poco fa in Tribunale, nel Tribunale di Pesaro.
Il Palazzo di Giustizia è un palazzo molto bello, soprattutto all’interno, costruito su progetto dell’architetto Carlo De Carlo.
Colori caldi, vetrate ampie anche sul tetto da cui entra la luce del sole, un giardino interno verde verde, un altro giardino, esterno, pensile.
Oggi, nel primo pomeriggio, improvvisamente, è spuntata una rondine, più precisamente un rondone, che volava dentro il Tribunale.
Volava, volava, senza stancarsi mai.
Eravamo pochi nel palazzo di Giustizia, nessuno riusciva a portare avanti il suo lavoro.
Quel volo ci attirava, ci ipnotizzava. Stavamo lì, con la faccia all’insù a osservare il rondone che volava, volava, dopo un’ora, dopo due ore.
Abbiamo aperto tutto il possibile, purtroppo ci sono tante vetrate, ma pochissime finestre, ragioni di sicurezza. Le finestre sono negli uffici e il rondone non ne voleva sapere di passare sotto una porta.
I vigili del fuoco non arrivavano, solo dopo diverso tempo abbiamo scoperto che erano dovuti intervenire altrove per una grossa frana in atto.
Ci viene detto che per prenderlo bisogna farlo stancare, aspettare che sia indebolito dalla fame e dalla sete, ci vorranno almeno 24 ore. Questo era un grosso problema, sia per me, che non potevo pensare di affamare e assetare un animale, sia per la sicurezza che non avrebbe potuto inserire l’allarme in Tribunale.
Finalmente l’idea che si è rivelata vincente.
Chiamo Mauro, un ispettore della Forestale in pensione, un grande uomo con un grande cuore, sempre disponibile ad ascoltarmi quando devo risolvere problemi con gli animali.
L’ispettore mi mette in contatto con il Cras della Provincia di Pesaro e Urbino – centro recupero animali selvatici.
Arrivano subito due uomini del centro: Roberto e un suo giovane collega (che chiamerò Andrea).
Danno uno sguardo al posto, sono un po’ perplessi: il rondone vola in alto, al centro del palazzo, è difficile prenderlo.
Comunque non si danno per vinti, prendono un grosso retino, salgono al terzo piano e provano a intrappolare l’estraneo.
Il rondone non ha intenzione di farsi beccare, è furbo, evita la rete, compiendo agili evoluzioni.
Ad un certo punto Roberto si pone sopra una passerella, che conduce al 4° piano, il piano sospeso al centro del palazzo, quello dove c’è la biblioteca.
Il rondone passa proprio di lì, trattengo il fiato, non guardo.
Roberto lo prende al volo, stando attento a farlo cadere sul pavimento vicino a lui e non di sotto.
Poi lo estrae dalla rete e lo prende in mano, me lo fa vedere: è così bello e anche tanto spaventato; il cuore gli batte fortissimo, quasi volesse uscirgli dal petto.
Con un po’ di apprensione domando a Andrea:
“Adesso che cosa gli fate?”
Il ragazzo allarga il viso in un sorriso e mi risponde: “dottoressa, cosa vuole che facciamo? Lo liberiamo!”
Ho chiesto: “Gli posso dare un nome?”.
Oggi è il 23 maggio, 23 anni fa alle ore 17,58, a Capaci, la strada si è aperta e ha inghiottito la vita di Giovanni. Con lui sono morti Francesca, Antonio, Rocco e Vito.
Oggi c’era un rondone a Pesaro, in Tribunale. Io lo guardavo e sapevo già che nome dargli. Sono le 17,58 e quel rondone sta volando libero nel cielo, insieme ai suoi amici.
Sarebbe piaciuto molto a Marcovaldo...
È una storia accaduta poco fa in Tribunale, nel Tribunale di Pesaro.
Il Palazzo di Giustizia è un palazzo molto bello, soprattutto all’interno, costruito su progetto dell’architetto Carlo De Carlo.
Colori caldi, vetrate ampie anche sul tetto da cui entra la luce del sole, un giardino interno verde verde, un altro giardino, esterno, pensile.
Oggi, nel primo pomeriggio, improvvisamente, è spuntata una rondine, più precisamente un rondone, che volava dentro il Tribunale.
Volava, volava, senza stancarsi mai.
Eravamo pochi nel palazzo di Giustizia, nessuno riusciva a portare avanti il suo lavoro.
Quel volo ci attirava, ci ipnotizzava. Stavamo lì, con la faccia all’insù a osservare il rondone che volava, volava, dopo un’ora, dopo due ore.
Abbiamo aperto tutto il possibile, purtroppo ci sono tante vetrate, ma pochissime finestre, ragioni di sicurezza. Le finestre sono negli uffici e il rondone non ne voleva sapere di passare sotto una porta.
I vigili del fuoco non arrivavano, solo dopo diverso tempo abbiamo scoperto che erano dovuti intervenire altrove per una grossa frana in atto.
Ci viene detto che per prenderlo bisogna farlo stancare, aspettare che sia indebolito dalla fame e dalla sete, ci vorranno almeno 24 ore. Questo era un grosso problema, sia per me, che non potevo pensare di affamare e assetare un animale, sia per la sicurezza che non avrebbe potuto inserire l’allarme in Tribunale.
Finalmente l’idea che si è rivelata vincente.
Chiamo Mauro, un ispettore della Forestale in pensione, un grande uomo con un grande cuore, sempre disponibile ad ascoltarmi quando devo risolvere problemi con gli animali.
L’ispettore mi mette in contatto con il Cras della Provincia di Pesaro e Urbino – centro recupero animali selvatici.
Arrivano subito due uomini del centro: Roberto e un suo giovane collega (che chiamerò Andrea).
Danno uno sguardo al posto, sono un po’ perplessi: il rondone vola in alto, al centro del palazzo, è difficile prenderlo.
Comunque non si danno per vinti, prendono un grosso retino, salgono al terzo piano e provano a intrappolare l’estraneo.
Il rondone non ha intenzione di farsi beccare, è furbo, evita la rete, compiendo agili evoluzioni.
Ad un certo punto Roberto si pone sopra una passerella, che conduce al 4° piano, il piano sospeso al centro del palazzo, quello dove c’è la biblioteca.
Il rondone passa proprio di lì, trattengo il fiato, non guardo.
Roberto lo prende al volo, stando attento a farlo cadere sul pavimento vicino a lui e non di sotto.
Poi lo estrae dalla rete e lo prende in mano, me lo fa vedere: è così bello e anche tanto spaventato; il cuore gli batte fortissimo, quasi volesse uscirgli dal petto.
Con un po’ di apprensione domando a Andrea:
“Adesso che cosa gli fate?”
Il ragazzo allarga il viso in un sorriso e mi risponde: “dottoressa, cosa vuole che facciamo? Lo liberiamo!”
Ho chiesto: “Gli posso dare un nome?”.
Oggi è il 23 maggio, 23 anni fa alle ore 17,58, a Capaci, la strada si è aperta e ha inghiottito la vita di Giovanni. Con lui sono morti Francesca, Antonio, Rocco e Vito.
Oggi c’era un rondone a Pesaro, in Tribunale. Io lo guardavo e sapevo già che nome dargli. Sono le 17,58 e quel rondone sta volando libero nel cielo, insieme ai suoi amici.
sabato 23 maggio 2015
Ecoreati e corruzione: tra passi avanti, slogan e occasioni mancate
Si sono allora scatenati i due partiti del Paese: i tifosi della propaganda e quelli che si lamentano sempre e comunque, un po' per diffidenza, un po' per l'esperienza del passato e un po' perché lamentarci ci consente di salire in cattedra e sentirci migliori degli altri.
Non pretendo qui di commentare in modo esaustivo queste nuove leggi, della cui efficacia sarà giudice soltanto il tempo.
Però una riflessione è giusto farla, tanto più nel giorno in cui tutti diciamo di ricordare Giovanni Falcone. Intendiamoci: non so cosa ne penserebbe Falcone e non voglio estrapolare una sua frase per portare acqua a questo o quel mulino, come molti si sono divertiti a fare. Una cosa di Falcone però la sappiamo: è stato un uomo delle istituzioni, che pur conoscendo quanta corruzione e illegalità si annidiasse nello Stato, non ha mai smesso di credere nella Costituzione e nella legalità, tanto da esporsi alla scelta di andare al Ministero con Martelli nella convinzione di poter combattere la mafia proprio lavorando nei palazzi del potere e non rassegnandosi mai.
Cominciamo dai nuovi delitti contro l'ambiente, richiesti da decenni a gran voce per tutelare uno dei beni più fondamentali e più a rischio nel nostro Paese.
Il disegno di legge introduce numerose nuove incriminazioni, tra le quali :
- il delitto di inquinamento ambientale che punisce con la reclusione da due a sei anni "chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili: a) delle acque o dell'aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo; b) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna";
- il delitto di morte o lesioni come conseguenza del delitto di inquinamento ambientale che introduce un'ipotesi speciale di lesioni colpose e omicidio colposo quale conseguenza della condotta di inquinamento ambientale;
- il delitto di disastro ambientale che punisce con la reclusione da cinque a quindici anni chiunque "abusivamente cagiona un disastro ambientale".
La perplessità principale riguarda proprio quest'ultima figura delittuosa, approvata anche sull'onda dell'indignazione per la sentenza che ha dichiarato prescritti i reati contestati all'Eternit e lasciando così per ora senza giustizia i morti di Casale Monferrato e non solo...).
Le critiche si concentrano su quell'avverbio: ABUSIVAMENTE.
Come ho già avuto modo di spiegare (disastro legalizzato) il rischio è quello che di restare inermi ed impotenti di fronte ai disastri ambientali commessi "a regola d'arte", ovvero nel formale rispetto delle regole e delle autorizzazioni pur nella consapevolezza di cagionare gravissimi danni. Normalmente questo non dovrebbe essere un rischio effettivo, ma l'Italia è un luogo dove è accaduto che regole (e a volte anche leggi...) fossero cucite su misura della cricca. A volte con la scusa della necessità di dare lavoro, a volte senza nemmeno quell'alibi.
Ben vengano questi nuovi delitti, ma non aver tolto quel benedetto avverbio rischia di una essere una piccola crepa che mette a rischio l'intera diga eretta contro l'inquinamento.
Veniamo all'ennesima riforma anticorruzione (ormai si contano tante leggi anticorruzione quante sono state le inaugurazioni della Salerno Reggio Calabria... però la corruzione in Italia sembra ancora non essersene accorta, così come gli automobilisti di quel tratto).
Il provvedimento anzitutto aumenta le pene previste per alcuni reati contro la pubblica amministrazione; per la corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio si prevede la pena della reclusione da 6 a 10 anni (oggi da 4 a 8 anni); per la corruzione in atti giudiziari reclusione da 6 a 12 anni (oggi da 4 a 10 anni), per l'induzione indebita a dare o promettere utilità reclusione da 6 a 10 anni e 6 mesi (oggi da 3 a 8 anni).
Il provvedimento introduce poi una nuova circostanza attenuante per la collaborazione processuale che consente una diminuzione della pena per colui che, responsabile di specifici delitti contro la pubblica amministrazione "si sia efficacemente adoperato per evitare che l'attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, per assicurare le prove dei reati e per l'individuazione degli altri responsabili [...]".
Inoltre viene subordinato l'accesso alla sospensione condizionale della pena "al pagamento di una somma equivalente al profitto del reato [...]" e il patteggiamento sarà possibile solo in caso di restituzione integrale del prezzo o del profitto del reato.
Vengono poi significativamente inasprite le pene per l'associazione di tipo mafioso di cui all'art. 416 bis c.p.: la pena per il partecipe sarà la reclusione da dieci a quindici anni (oggi da sette a dodici); quella per chi promuove, dirige o organizza l'associazione sarà la reclusione da dodici a diciotto anni (sinora era da nove a quattordici anni).
Torna ad essere punito come delitto il falso in bilancio, per il quale è prevista la reclusione da uno a cinque anni e da tre a otto anni (per le società quotate), mentre vi saranno pene ridotte (da 6 mesi a 3 anni) "se i fatti sono di lieve entità".
Dal punto di vista strategico le norme più importanti mi sembrano quelle che incentivano la collaborazione e il ripristino di un reato di falso in bilancio seriamente punito. Entrambe queste novità potranno tradursi in una rinnovata capacità della magistratura di scoprire e perseguire fenomeni corruttivi, che tipicamente si avvalgono dell'omertà dei complici e che si nascondono grazie a contabilità false.
Si poteva fare di più? Certo, sempre... ma quello che ancora manca davvero, più che una formulazione diversa di questo o di quel reato, è un processo che renda questi strumenti effettivi.
Nessun nuovo reato può essere uno strumento efficace di prevenzione e repressione se il sistema giustizia nel suo complesso è in gravissima crisi, con tempi irragionevoli, numeri di processi ingestibili, procedure irrazionali, metodi di lavoro antiquati, organici di magistrati inadeguati e personale amministrativo ridotto all'osso...
Non ci serve la Ferrari se poi dobbiamo viaggiare su una strada sterrata piena di buche... così come non riusciamo a essere minacciosi nemmeno con la bomba atomica se poi abbiamo la fionda per lanciarla.
Sono riforme comunque importanti e soprattutto quella sul falso in bilancio risana una ferita aperta da troppo tempo.
Ci impegneremo nel farle rispettare e funzionare... ma Governo e Parlamento devono fare ancora moltissimo in termini di investimenti e riforme per restituire efficienza e credibilità alla giustizia.
C'è poi, e qui mi fermo, il tema della cultura della legalità...
Se non cambiano i valori e i costumi degli italiani e di coloro che hanno responsabilità pubbliche avremo solo fatto un'operazione di propaganda e non di sostanza per la legalità.
...e su questo fronte ogni giorno leggiamo notizie che non lasciano troppo spazio alla fiducia, come dimostra la vicenda dei candidati impresentabili.
Si cambia tutto per non cambiare nulla (Il Gattopardo docet...)?
Dipenderà da ciascuno di noi.
Diventiamo quel cambiamento. Un rinnovamento vero.
sabato 11 aprile 2015
MORIRE di GIUSTIZIA
Pubblico, con il permesso del collega, questa testimonianza di quanto accaduto nel palazzo di Giustizia di Milano in ricordo del giudice Ciampi, ed in memoria naturalmente anche delle altre vittime: l'avvocato Appiani e Giorgio Erba.
E' una ferita per tutti coloro che lavorano nei palazzi di giustizia e per chi crede nelle istituzioni e nella legalità.
Che queste morti siano per noi occasione di riflessione per moltiplicare il nostro impegno nel fare fino in fondo il dovere a cui siamo chiamati.
-----------------------
E' una ferita per tutti coloro che lavorano nei palazzi di giustizia e per chi crede nelle istituzioni e nella legalità.
Che queste morti siano per noi occasione di riflessione per moltiplicare il nostro impegno nel fare fino in fondo il dovere a cui siamo chiamati.
-----------------------
Aveva finito da poco la camera di consiglio mattutina,
poche cose, ma come al solito due gatte da pelare, una ordinanza in sede di
reclamo e una ricusazione.
Una ricusazione posta da uno dei più noti folli del
Tribunale, che tutti ricusa da anni, nei suoi molti giudizi in sede civile e
penale; anche io lo giudicai questo fanatico della ricusazione e lo assolsi se
non erro dal reato di oltraggio; in effetti anche Fernando che doveva giudicare
sulla ricusazione del presidente della sezione 13, era stato in altre occasioni
ricusato da questo, il quale voleva in tutti i modi presenziare alla udienza
sulla ricusazione, ma non gli è stato consentito, trattandosi di camera di
consiglio.
Decisioni prese, presiedeva Fernando, il collegio, non la
sezione, perchè dopo otto anni di presidenza di sezione ufficiale - fra cui la
mia la ottava civile - era "scaduto" e tornato a fare il giudice
semplice, seppure fosse il più anziano; ora si chiedono i colleghi, come
depositeremo le ordinanze? Il codice dice come si può fare in caso di
impossibilità del presidente, ma non dice con quale cuore.
Anche la ricusazione, diciamocelo, era una presa in giro,
una presa in giro che viene da lontano. Ricordo un dibattimento penale con
imputati eccellenti in cui venimmo - fra collegio e presidente - ricusati sette
volte, da prima che arrivasse il fascicolo dal GIP a poco prima di entrare in
camera di consiglio.
Una moda, un malvezzo, irrispettoso della giustizia e di
chi la amministra? Non direi, era qualcosa di più, qualcosa che è ha fatto poi
scuola. Siamo stati compatti nel combattere o anche solo nello stigmatizzare
questo "malvezzo"? Non mi pare, almeno ai tempi e così anche questa
persecuzione delle ricusazioni continua.
Comunque Fernando ha sopportato in allegria, anche ieri,
parlava del nipote,del sole, scherzava; ha salutato i colleghi che andavano a
prendere un caffè, lui non ne beveva ed è andato in stanza, a combattere con il
computer. Perchè a 70 anni suonati gli era toccato il telematico; ogni tanto mi
fermava perchè gli chiarissi questo o quel punto degli
applicativi: apprendeva poco prima di andare in pensione
un modo nuovo di lavorare, tra lo scettico e il divertito.
Talvolta gli davo chiarimenti, era stato mio presidente
ai tempi proprio di questa causa che gli è costata la vita, vedevo la sua aria
di rimbrotto "cosa mi fai fare proprio a fine carriera!", ma vedevo
anche la apertura ai tempi nuovi, come ai tempi del processo societario in cui
aveva creduto fermamente, almeno all'inizio. Però stavo lontano dal suo ufficio
ormai alcuni piani, ero un po' fuori portata, così chiedeva spesso alla collega
Silvia ed anche stamane le aveva chiesto di spiegargli alcune cose sulla
consolle.
Silvia sarebbe andata dopo il caffè.
Ma dopo il caffè Fernando era morto; da lui c'era, quando
Giardiello gli ha sparato, la Cancelliera, forse per cercare di spiegargli
qualcosa sul computer o per vedere i fascicoli. Di certo stava lavorando.
Era morto perchè aveva lavorato, perchè lavorava; se
avesse preso il caffè forse sarebbe morto lo stesso al ritorno in stanza, ma
forse ci sarebbero stati altri morti. L'assassino fuggendo è èassato davanti
all'ufficio di Alessandra, che pure aveva giudicato quelle cause.
Due piani sopra un avvocato era morto poco prima, perchè
aveva testimoniato, perchè si offriva alla verità: Lorenzo Claris Appiani.
Morto nella faida orrenda un ex socio e ferito un altro.
Due piani più sopra ancora stavo sentendo una testimonianza:
quattro legali, due parti, altri testi fuori dalla porta, una stagista, l'unica
che sente gli spari. I primi allarmi vanno per mail e siccome faccio udienza
con il computer davanti per verbalizzare, la mail dal titolo "spari in
Tribunale" la leggo, esco e mi dicono che la vittima era Fernando, col
quale avevo diviso liti e pensieri in camera di consiglio:
il lavoro di decidere i casi giudiziari, la sorte degli
uomini, di cercare se possibile la pace, di gettare un ponte fra opposte
fazioni.
Si decide di chiuderci dentro, in corridoio c'era ancora
qualcuno,
entrano: alla fine siamo in sedici nella stanza, uomini e
donne alla ricerca di notizie, chiusi a chiave, poi anche barricati con un
tavolo, già che ci siamo. Una teste si sente male, ma non molto per fortuna.
Notizie zero. Mio figlio mi uozzappa e vedo che ne sa più
lui che sta ad Edimburgo di me che sono qui chiuso ed isolato.
Internet ci manda notizie, i telefoni del palazzo nulla;
qualcuno è stato sfollato fuori e vuole notizie da dentro, ma noi stiamo qui
chiusi dentro un microcosmo sicuro.
I ruoli si sciolgono, non più giudice, non più avvocati o
testimoni, solo uomini e donne a riflettere sulla morte sul lavoro sulla
giustizia e la ingiustizia, per passione, abitudine, non più per lavoro.
Telefonate discrete, mai urlate, molto educate a figli,
mariti, mogli, non si sa anche amanti, colleghi di studio: "guarda ritardo
.." "ma lo so benissimo che in Tribunale si è sparato"
Il figlio di una donna le dice assolutamente di non
uscire, lei lo segue e consulta felice di avere una guida che ritiene
affidabile.
I più coraggiosi origliano, fuori è silenzio per
parecchio tempo, un'ora forse.
La mail del presidente del Tribunale dice di chiudersi in
stanza: già fatto, obbediamo convinti.
Si ricorda Fernando, io cerco di illudermi che non sia
morto, poi internet dice che non è così. Cordoglio, cordoglio di uomini e
donne, le parti non sono più contrapposte, il ponte è gettato.
Esce il nome del colpevole, mi dice qualcosa, cerco nella
fida consolle e lo trovo, ho fatto io la sentenza, che ormai poco interessava
dopo il fallimento della società, ma lui aveva insistito a chiedere danni; i
soci lo accusavano di aver intascato fondi sociaell prelevati dal
"nero"
lui diceva che in realtà si era ripreso soldi che aveva
messo prima nella società, chiede danni agli altri. Poi la società è fallita,
facile che ne sia nato il processo di bancarotta di cui parla la rete. Io spero
di non essere il prossimo della lista, visto che ancora non lo hanno preso, non
so se dirlo a chi è con me, non vorrei che la signora che si sente male o
quella che si consulta con il figlio si prendessero paura.
Nel frattempo ho segnalato per vie traverse a una eroica
funzionaria, che pare coordinare le operazioni, che siamo in 16 e una signora
accusa malessere. Non so se sia stata lei, ma dopo poco arriva qualcuno la
polizia; poco prima si era saputo che era stato preso nell'hinterland a
Vimercate e mi sento scemo per essermi chiuso in stanza per paura di un
fuggiasco lontano da tempo.
Usciamo, finisco il verbale rinviando tutto. Arriva
l'avvocato della causa dopo, da dove? "Ero chiuso in Cancelleria" e
quasi sorride "non faccio mai giudiziale, che fortuna oggi".
Tipo simpatico, dopo quel che abbiamo vissuto il clima è
quasi amichevole, mi dice che una possibilità di transazione forse esisterebbe,
ma chissà dove si è rifugiato il collega di controparte?
Telefona: era lì vicino ma è andato via, chi potrebbe
rimproverarlo?
Alla fine rinvio: ci vediamo fra un mese, senza testi, si
cerca un accordo, la causa è per me nuova, il provvedimento istruttorio era di
ammissione di tutte le prove genericamente e mi pare da rivedere.
Si torna al lavoro, alla normalità spero di no, spero che
sia una normalità diversa, di non perdere il clima di quella stanza, non per la
paura - non ne avevamo tanta - ma per il ponte gettato.
Che non sia una normalità di lotta e di spari, veri o
metaforici, che i controlli siano controlli. Nella esperienza di molti giudici
ci sono liti, aggresisoni avvenute anche nei nostri uffici, ricordiamo Varese,
Reggio emilia, ma molt di noi hanno ricevuto visite poco piacevoli di parti
irragionevoli.
Questo non deve essere più la normalità.
Al pomeriggio sento il Presidente della Repubblica che
dice che non bisogna gettare discredito sulla magistratura e lo strano è che ci
sia bisogno di ricordarlo.
Ma è così dal discredito alla aggressione il passo è
breve.
Strano perchè in quella stanza nessuno si sognava di
farlo; avevo dimenticato quel che è stato nei mesi scorsi, meglio molto meglio
dimenticarlo.
Passo davanti alla stanza di Fernando e vedo i sigilli
dei Carabinieri, in croce.
E' morto Fernando, mentre faceva il giudice perchè aveva
fatto il giudice, bene o male che lo abbia fatto non importa più, era lo Stato
quando faceva il giudice e per questo solo già merita rispetto. So che a
qualcuno questo rispetto sarà costato, ma è dovuto comunque perchè è dovuto
allo Stato, alla cosa comune, alla giustizia che rappresenta. e noi tutti
abbiamo il dovere di esigerlo.
E' morto, senza aver del tutto digerito il processo
telematico, è morto a pochi mesi dalla pensione che forse non voleva, è morto
senza aver preso il caffè e dopo la ennesima ricusazione di chi non capisce
cosa è un giudice.
E' morto, ma mi ha regalato la esperienza della stanza
divisa in sedici; lo ricorderò sempre, con affetto.
Ciao Fernando
Enrico Consolandi - già giudice della ottava sezione
civile del Tribunale di Milano, già presieduta da Fernando Ciampi
giovedì 9 aprile 2015
CAPRI ESPIATORI
Rabbia e dolore di fronte alla follia di quanto accaduto oggi nel palazzo di giustizia (?!) di Milano.
Rabbia e dolore per la vita perduta di persone che svolgevano il loro dovere (di magistrato, di avvocato, di testimone).
Rabbia e dolore perché una simile follia omicida si è potuta perpetuare in un luogo che deve essere simbolo di legalità e sicurezza, anzitutto per chi vi lavora esponendosi ogni giorno: giudici, pm, avvocati, personale amministrativo.
Gli interrogativi sono molti e confidiamo che venga fatta chiarezza su dinamica e responsabilità di quanto accaduto.
Occorre però da subito riflettere su quanto si è seminato negli ultimi decenni, con un dibattito politico che ha delegittimato, accusato, irriso la magistratura, le istituzioni e la giustizia intera.
Sono state indebolite le fondamenta della convivenza democratica, si è giocato al tanto peggio tanto meglio facendo propaganda e non risolvendo i problemi dei cittadini, la cui frustrazione e il cui isolamento viene sfruttato per raccogliere facili consensi e non per lavorare a soluzioni possibili.
I magistrati, ma anche gli avvocati in altro modo e tutti gli operatori dei palazzi di giustizia, si sono così trovati soli, capri espiatori esposti in un sistema allo sfascio.
La magistratura continuerà a fare il suo dovere, ma spero che da oggi qualcuno in più capisca che la nostra sicurezza e indipendenza non sono privilegi ma requisiti essenziali per fare giurisdizione. Allo stesso tempo bisogna finalmente fare ciò che serve per dare giustizia e per recuperare autorevolezza e fiducia.
Come magistrato, che ogni giorno scontenta decine di persone (molte delle quali sull'orlo di una crisi di nervi, per non dire altro), non sono interessato a ipocrita solidarietà ma nemmeno credo sia il momento di alzare i toni e fare polemiche strumentali.
Dobbiamo restare uniti e comprendere che la solidità delle istituzioni è causa e conseguenza della fiducia che queste devono avere (e meritare).
Chiediamo tutti sicurezza, rispetto, ascolto, serietà e volontà di dialogo.
Il dovere di ciascuno sarà il mezzo per i diritti di tutti.
Lo chiediamo perché la legalità è il cemento della democrazia e il baluardo della libertà.
Lo chiediamo per tutti coloro che provano ogni giorno a fare il loro dovere nei palazzi di giustizia.
Iscriviti a:
Post (Atom)










