"the problems we all live with" di norman rockwell

sabato 12 dicembre 2020

Giudici indipendenti: dal Governo e dalla Piazza

La recente vicenda dell'assoluzione di un uomo dall'accusa di omicidio della moglie ha scatenato reazioni sia dal mondo politico che nell'opinione pubblica.

Come spesso accade siamo di fronte ad un corto circuito della (presunta) informazione, che, sapendo di poter colpire nel segno, ha presentato la decisione con un pericoloso mix di imprecisioni, contribuendo a suscitare la reazione del pubblico (e uso questo termine non a caso al posto della parola cittadini) e la successiva muscolare iniziativa del Ministro della Giustizia, che ha inviato degli ispettori per verificare l'accaduto.

Ma di cosa stiamo parlando?

Ecco, quasi nessuno lo sa. Di carte processuali non se ne trovano e peraltro dubito che sarebbero in molti a leggerle.

Siamo interessati a esprimere i nostri giudizi e non certo a capire e a perdere tempo con oziose questioni sui fatti e sulle regole e sui termini (sofismi da Azzeccagarbugli). Il tempo del giudizio è quello rapido dello scorrimento di una (pseudo) notizia sullo schermo dello smartphone.

L'unico passaggio noto, enfatizzato ad uso mediatico, sarebbe quello per cui i consulenti della difesa e del Pubblico Ministero avrebbero affermato, durante il dibattimento, che l'imputato “era in preda ad un evidente delirio da gelosia che ha stroncato il suo rapporto con la realtà e ha determinato un irrefrenabile impulso omicida”.

L'equazione ipotizzata dai media è che la gelosia sarebbe diventato il motivo dell'assoluzione, così dando la stura a vecchie categorie maschiliste, tese a giustificare la violenza dell'uomo.

A questo punto la notizia passa sullo sfondo. Il fatto è che un uomo è stato assolto dopo aver ucciso la moglie per gelosia: ora dobbiamo schierarci. O ancor meglio, indignarci... perché tutti ci sentiamo più giusti se abbiamo qualcuno o qualcosa da additare come sbagliato, perché così possiamo sfogare la nostra rabbia.

Proviamo a non cadere in questo tranello e cerchiamo di capire se il punto di partenza è corretto. Attenzione, qui non mi preme entrare nel merito della vicenda processuale (cosa che non possiamo fare per i motivi che dirò), ma affermare dei principi di metodo che sono essenziali perché il dibattito pubblico non si trasformi in una rissa o in urla da stadio.

Premessa: è stato pronunciato solo il dispositivo della sentenza, quindi nessuno conosce le motivazioni. Ecco perché dovremmo trattenerci da strepiti e illazioni e, se davvero interessati al caso e non a far risuonare i nostri (pre)giudizi, dovremmo semplicemente e sommessamente aspettare di poterle leggere. La "gelosia" non è certo citata dal dispositivo ma è un'espressione estrapolata da un contesto certamente più ampio e complesso, ovvero il dibattimento.

Detto questo, veniamo al primo vizio di questo modo di dare la notizia: è un'assoluzione perché l'imputato è stato ritenuto incapace di intendere e di volere. Non quindi un'assoluzione sul merito: è stato riconosciuto che il delitto è stato effettivamente commesso dall'accusato, ma questi non può ritenersi imputabile perché non era in grado di comprendere la situazione e determinare le proprie scelte.

Se ci fermiamo a riflettere un'istante, comprendiamo bene quanto sia importante che nel nostro ordinamento si pretenda che la sanzione penale (la più grave prevista dal sistema perché limitativa della libertà personale) può essere applicata solo se l'autore del fatto era imputabile e quindi rimproverabile.

D'altronde, cosa ci potrebbe essere di più ingiusto dal punire qualcuno che non era soggettivamente responsabile di quello che stava facendo? Altro aspetto è poi quello di come gestire il soggetto che sia prosciolto ma dichiarato pericoloso: ecco che consegue una misura di sicurezza, ovvero una misura di durata indefinita e volta a controllare e contenere e prevenire il soggetto fino a che sarà riconosciuto pericoloso. L'esigenza punitiva non prevale sul rispetto della persona e sulla correlazione tra responsabilità e sanzione.

Tutto ciò discende direttamente dai principi costituzionali di responsabilità penale personale e del fine rieducativo della pena: come potremmo perseguire la rieducazione di qualcuno che non era senza sua colpa inconsapevole e non responsabile delle sue azioni?

A questo punto gran parte delle polemiche sarebbero già smontate e la riflessione si sposterebbe al massimo sulla valutazione psichiatrica fatta nel dibattimento. Ma, appunto, nessuno di noi conosce le carte e gli accertamenti fatti dai consulenti e quindi non possiamo certo criticarne le conclusioni.

Ma ormai è partita la corsa sfrenata ad esprimere giudizi e il polverone mediatico spinge il Ministro a reagire e a inviare degli ispettori presso gli uffici giudiziari coinvolti.

Ecco che il corto circuito è completo: un rappresentante del Governo, e quindi del potere esecutivo, invia qualcuno a controllare la decisione dei magistrati, il potere giudiziario.

I magistrati sono soggetti soltanto alla legge (art. 101 Costituzione), eppure dovranno rispondere agli ispettori, non si capisce bene di cosa... il tutto mentre ancora devono essere scritte le motivazioni, ovvero la spiegazione dettagliata della decisione presa.

La decisione dei magistrati non è un totem intoccabile, ma la verifica della corretta applicazione delle norme deve avvenire nell'ambito della giurisdizione, negli eventuali successivi gradi di giudizio, e secondo le regole proprie del processo.

L'esercizio della giurisdizione è l'espressione più alta dell'indipendenza della magistratura da ogni altro potere e tale separazione è un baluardo della democrazia e non un privilegio dei magistrati.

Il gradimento del potere o dell'opinione pubblica non sono categorie degne di un sistema giudiziario liberale e giusto.

"Esistono al mondo Paesi in cui tutte le decisioni dei tribunali incontrano il favore del governo, ma non sono posti dove si desidererebbe vivere" (Lord Bingham)

venerdì 27 novembre 2020

Elogio degli avvocati e della difesa da parte di un PM

"Ma come fai a difendere un criminale?"

Questa è la classica domanda che spesso viene rivolta ad un avvocato o anche soltanto ad uno studente che desidera diventarlo. 

Faccio il magistrato, sono un pubblico ministero e quindi sono il responsabile delle indagini e il titolare dell'azione penale; forse pensereste che anche io me lo chiedo...e invece vi sbagliate. 

Questa domanda è figlia di un grave e diffuso pregiudizio che vede il mestiere del difensore come almeno potenzialmente ambiguo dal punto di vista etico, se non peggio. Il dubbio, anzi, il sospetto nasce da almeno due gravi errori e fraintendimenti di partenza.

Prima di tutto si sta presumendo sin dall'inizio la colpevolezza di colui che viene difeso. Niente di più sbagliato, illiberale e pericoloso. E lo dice la nostra Costituzione: "l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva" (art. 27).

Il giudizio di colpevolezza è l'approdo possibile ed eventuale del processo, non il presupposto o l'esito scontato. Le regole per la raccolta e la valutazione della prova non sono cavilli da Azzeccagarbugli, ma presidi fondamentali delle libertà fondamentali che fanno la differenza tra lo Stato liberale di diritto e i regimi (guardate la vicenda del ricercatore Patrick Zaki in Egitto se avete qualche dubbio su quale sia il sistema migliore in cui vivere).

Tutto il processo penale moderno nasce con l'obiettivo principale proprio di garantire i diritti di difesa dell'individuo di fronte alla forza del potere pubblico e di evitare di condannare persone che non siano responsabili al di là di ogni ragionevole dubbio (non una certezza scientifica, ma uno standard molto alto che non viene richiesto in nessun altro ambito del diritto).

Il secondo pregiudizio che fonda quel sospetto verso gli avvocati dipende invece dal fatto che si tende a identificarli con l'imputato (ingiustamente presunto colpevole, visto che giudicare ci fa sentire più sicuri e forti e invece comprendere e dubitare è attività sempre faticosa e scomoda). 

L'avvocato non difende la presunta condotta illecita, bensì garantisce il rispetto delle regole e dei diritti del suo assistito (e d'altronde i magistrati non giudicano la persona in quanto tale ma solo le sue azioni).

Vi garantisco che, anche se il mio mestiere spesso si traduce spesso nel sostenere un'accusa (anche se prima viene l'obbligo di cercare le prove anche a favore e più in generale la ricerca della verità processuale), io spero sempre di trovarmi di fronte degli avvocati professionali e attenti: so che il processo avrà uno sviluppo migliore, sarà più approfondito e il su o esito sarà più vicino a quell'ideale così irraggiungibile di giustizia che dovremmo cercare di inseguire nelle aule dei tribunali.

Chi vuole un difensore debole o intimidito non ha a cuore l'accertamento della verità e cerca solo mani libere per un comodo (e quindi spesso sbagliato) esercizio del potere di giurisdizione.

In questo periodo sto scoprendo un testo ribalta il sentire giustizialista oggi molto diffuso: "La Resurrezione", di Lev Tolstoj. Il grande romanziere russo dipinge un affresco in cui in prigione finiscono soprattutto le vittime di un sistema ingiusto e diseguale, mentre chi esercita il potere è spesso privo di sensibilità e di pietà. 

Questo il paradosso finale: "....attualmente l'unico posto che si convenga a un uomo onesto in Russia è la prigione!"

Questa frase può essere in parte una provocazione, tuttavia mi ha fatto riflettere molto e credo che sia un monito che da Pubblico Ministero mi porterò dentro: un esercizio cieco e burocrate del potere rischia di tradursi in una perpetuazione di ingiustizia se non sono garantiti i diritti di difesa e se non siamo davvero tutti uguali davanti alla legge. 

L'Italia e l'Europa del 2020 non sono la Russia di fine Ottocento: siamo pur sempre la patria di Beccaria e Calamandrei e le regole della Costituzione e della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo sono, tra gli altri, baluardi dei diritti fondamentali, inclusi quelli di difesa.

Quello però che si rischia è uno scollamento tra il sentimento popolare diffuso e le regole del diritto: quando i principi non vengono più compresi e condivisi si crea una pericolosa frattura che produce un approccio non equilibrato verso i temi della giustizia e semina sfiducia verso le istituzioni e la legalità.

Occorre un dibattito pubblico che cerchi di fare appello alla ragione e non ai peggiori sentimenti che ci abitano (e che ci agitano tanto di più in tempi così precari e difficili come quelli che stiamo vivendo).

Occorre vigilare e contribuire affinché anche sui media e soprattutto sui social la giustizia non sia oggetto di tifo e provocazioni, ma di approfondimento e confronto. Spesso la cronaca e il chiacchiericcio da bar cercano solo capri espiatori, mentre abbiamo bisogno di comprensione per contrastare davvero i fenomeni criminali che guastano la convivenza sociale.

Occorre infine anche che avvocatura e magistratura non siano percepite e non si percepiscano come nemici di cui diffidare. Certamente l'autorità giudiziaria ha un ruolo e delle responsabilità diverse da quelle dei difensori, ma gli avvocati incarnano le garanzie di difesa e indebolirli o attaccarli vorrebbe dire indebolire e attaccare lo stato di diritto. Un Paese con degli avvocati meno liberi è un Paese in cui rischiamo di essere meno liberi tutti.

sabato 31 ottobre 2020

Democrazia e sistemi liberali davanti al Coronavirus: una sfida da non perdere

La pandemia non è soltanto una grande questione sanitaria con enormi conseguenze economiche. Quello che sta accadendo metterà a dura prova la tenuta e la credibilità delle democrazie liberali.

Al momento abbiamo più domande che risposte, ma è chiaro che il non essere riusciti a contenere la seconda ondata è percepito da tutti come una dimostrazione di inefficienza e di inefficacia. Ovviamente non mi riferisco solo all'Italia ma a quasi tutte le grandi democrazie occidentali, che infatti adesso si trovano in molti casi sulla soglia di un altro lockdown, con tutti i suoi terribili costi economici, sociali e psicologici.

Al contrario di molti altri non ho le soluzioni in tasca e non mi riesce facile puntare il dito. 

Ci sono state probabilmente scelte tardive e sono stati commessi errori: è inevitabile discuterne e chiederne conto a coloro che la responsabilità. Tuttavia temo che la ricerca dei capri espiatori ci faccia sfuggire questioni ben più ampie e complesse e che non era ragionevole aspettarsi di risolvere in pochi mesi sotto la pressione dell'urgenza di una situazione mai vista prima.

L'Italia in particolare da troppo tempo ha smesso di investire nella scuola, come se la formazione, l'educazione e l'istruzione superiore non fossero le migliori chance per il nostro sviluppo futuro. Da troppo tempo la sanità è stato solo un costo da tagliare o un business da sfruttare. Da troppo tempo non ci sono strategie di sviluppo sostenibile e tanto meno un tentativo di ripensare la mobilità pubblica (il pil cresce di più facendo crescere la vendita di Suv o aumentando il numero di persone che si muovono con mezzi pubblici e verdi?).

Spero che quanto sta succedendo imponga a tutti noi di contribuire a un dibattito pubblico più serio e lungimirante, perché in ballo c'è un'altra enorme sfida.

Il rischio è che il 2020 - oltre ad alimentare ulteriormente divisioni sociali, diseguaglianze, paure e rabbia - ci faccia credere che le democrazie liberali non sono adatte a gestire queste emergenze. Troppi potrebbero pensare che ci vorrebbe un regime più forte, più decisionista, più repressivo per poter controllare e implementare le regole che possono garantirci salute e tranquillità.

Non è uno scambio accettabile.

Anzitutto perché il presupposto di fatto mi pare discutibile e quanto meno falsato nella percezione. Ho letto diversi reportage e articoli su come la Cina sarebbe riuscita a contenere e gestire l'emergenza ed evitare così la seconda ondata. Tra le ragioni di tale successo del modello cinese ci sarebbe la grande e invasiva capacità di controllo e repressione del regime, oltre che una più radicata disponibilità a sacrificare qualcosa di personale per l'interesse della collettività. Qualcosa di vero potrebbe esserci in tale interpretazione, ma...ho qualche domanda: 

- davvero sappiamo cosa era successo e cosa sta succedendo in quei Paesi in cui il dissenso non è ammesso e nemmeno la libera stampa?

- davvero vorremmo vivere in un regime in cui se un membro della famiglia (anche minorenne) diventa sospetto contagiato viene portato via e messo in una struttura del governo in quarantena per evitare il contagio in famiglia (grande problema della seconda ondata, a leggere gli esperti)? [https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30800-8/fulltext?fbclid=IwAR18sNHcSVhvT7gDD0IynPUA-sQ8nB2SKTxj7LBcNCjFcIiQFuWNwwfKEl0]

- davvero pensiamo che i sistemi liberali non possano coniugarsi con il rispetto delle regole e la solidarietà?

Io credo che le democrazie liberali si possano salvare e possano arginare la deriva verso regimi autoritari solo raccogliendo queste sfide e alzando l'asticella. 

Il dissenso va accettato, ascoltato e incluso nel dibattito, promuovendo però spazi di confronto civili e condivisi ed isolando haters e fake news.

La stampa libera e l'informazione seria, basata sul coraggio dei fatti e sulla conoscenza, vanno sostenute e difese.

Le libertà personali vanno tutelate e non possiamo accettare ricatti dettati dal timore di qualche minaccia, vera o presunta.

Il rispetto delle regole e il senso di comunità e bene comune vanno rimessi al centro della società, superando concezioni miopi e iper-individuali concentrate sul successo personale.

Il progresso ed il benessere saranno per tutti o non ci saranno del tutto.


martedì 15 settembre 2020

La scuola non è un obbligo: è un dono

 

Ruby è una giovanissima bambina nera in un mondo razzista e maschilista. Nel 1963 ci vollero i Federal Marshals per consentirle di andare a scuola a New Orleans, dove l'ignoranza e l'odio delle persone voleva imporre la discriminazione e impedirle di essere anche lei una studente.

Quando mostro questo dipinto di Norman Rockwell ai ragazzi e alle ragazze che incontro, chiedo sempre loro di descrivermi Ruby. Il suo passo è una marcia fiera, piena di dignità. Non si volta a guardare le persone dietro le transenne che la insultano, che la chiamano negra. Il suo vestito è candido come la sua coscienza. La sua forza è quella della ragione, della legalità, della giustizia che consente anche alla persona più fragile e vulnerabile di vedere riconosciuto il suo diritto.

Quante volte siamo andati a scuola a volte trascinandoci contro voglia, come avviati a un patibolo inevitabile, un ostacolo ai nostri sogni di ozio e spensieratezza?

Ecco, aver pensato alla scuola come ad un obbligo, un dovere...ci ha fatto dimenticare che la scuola è anzitutto un diritto, un regalo, un dono di libertà, una porta aperta verso il nostro futuro, la prima e la più grande opportunità per diventare adulti, per crescere consapevoli e quindi indipendenti, capaci di perseguire la nostra strada nel mondo ma anche di difenderci da condizionamenti e falsità-

Chi non può studiare diventa fragile, vulnerabile, manipolabile.

Per questo Ruby si sente così forte andando a scuola. Non la stanno scortando delle guardie del corpo, ma persone normali, come noi, che rappresentano lo stato di diritto, le regole, il vero senso della democrazia, del potere del popolo che è capace di proteggere anche la più piccola di noi dalla prepotenza e dall'abuso da chi si vuole sentire diverso, più forte e più furbo.

Per questo il magistrato Caponnetto diceva che la mafia ha paura della scuola. Per questo Malala ha spaventato quelli che non volevano vedere le cose cambiare in Pakistan, che non volevano consentire alle bambine di studiare ed emanciparsi.

E per questo è così importante e prezioso ogni studente che oggi ha ripreso quel cammino

Dopo tanta attesa e in mezzo a tante sfide, forse oggi in tanti hanno avuto la stessa fierezza e determinazione di Ruby per tornare a scuola.

Studiare, imparare, diventare liberi nella testa per essere liberi nella vita.

Oggi è più facile per tutti sentire che la scuola non è un obbligo: è un dono. E' il bene più prezioso per la società, è il seme più importante, da custodire, proteggere, sostenere. Un seme che ha bisogno di luce e di aria e di poter crescere nel rispetto e nella libertà.

Non sarà semplice. Forse in fondo non lo è stato mai. E Ruby ce lo ricorda.

"LA SCUOLA NON E' RIEMPIRE UN SECCHIO, MA ACCENDERE UN INCENDIO" (Yeats)

venerdì 17 aprile 2020

La Parola ai Giurati: l'Elogio del Ragionevole Dubbio

Ieri sera ho rivisto con i miei figli il capolavoro diretto da Sidney Lumet: "12 angry men" (La Parola ai Giurati, 1957).

Dodici giurati si ritirano per decidere se un giovane ragazzo è colpevole di omicidio e deve essere di conseguenza condannato a morte. Tutto sembra molto ovvio e scontato, ma un uomo si ostina a voler ragionare, a voler decidere solo dopo aver sgombrato i pregiudizi e aver posto tutte le domande per fare luce sui fatti.

Si scontrerà con l'ottusità di chi invece pensa di avere capito tutto e vuole anzi cogliere l'occasione per puntare il dito e giudicare non solo una persona, ma un'intera categoria di persone (in questo caso i giovani sbandati dei bassifondi...).
Lentamente i dubbi avanzano, le domande importanti si fanno strada e i giurati cominciano ad abbandonare i loro comodi pregiudizi per andare oltre l'ovvio e lo scontato.

Un elogio, di straordinaria attualità, del "ragionevole dubbio", dell'importanza di garantire un giusto processo a tutti e di non giudicare mai le persone ma valutare i fatti e le prove con equilibrio e prudenza.
Lavoro nelle aule di tribunale da tanti anni e so quanto sia subdolo il rischio di cominciare un processo avendo già deciso dove si vuole arrivare, per poi andare solo a cercare conferme delle proprie tesi iniziali.
E' un dato di fatto che il nostro cervello tenda a cercare solo ciò che gli da ragione: tutti dovremmo sapere e ricordare di quanto sia facile auto convincerci delle nostre opinioni, per sentirci più forti e rassicurati.

Perché a volte puntare il dito contro qualcuno ci toglie dall'obbligo di fare i conti con le nostre responsabilità.
Perché i dubbi e le domande sono scomodi e non spesso hanno la risposta che vorremmo e che ci farebbe piacere. A volte la risposta non ce l'hanno proprio.


Il film di Lumet non è allora semplicemente una splendida illustrazione di quanto sia complesso e difficile prendere delle decisioni e stabilire la colpevolezza o l'innocenza di qualcuno.
E' un trattato di logica, di rispetto dei diritti, di confronto delle opinioni diverse e in ultima analisi di democrazia.
Non una democrazia che si ferma al primo voto o al primo applauso, ma una democrazia che ci porta attorno a un tavolo e ci fa confrontare con i fatti, ci fa ascoltare le opinioni di tutti e pone la dignità e i diritti di ciascuno al riparo da qualsiasi abuso o strumentalizzazione.

Guardatelo e fatelo vedere ai vostri figli e ai vostri studenti: chissà che non ci aiuti a rendere meno violento e volgare il nostro modo di seguire anche la cronaca giudiziaria e ci insegni ad avere sempre grande prudenza, rispetto e attenzione verso la dignità di tutti.

“It's very hard to keep personal prejudice out of a thing like this. And no matter where you run into it, prejudice obscures the truth.”


PS. il film è tra l'altro disponibile a noleggio sulla piattaforma aperta Rakuten

venerdì 6 marzo 2020

Soluzioni Condivise per uscire da Problemi Collettivi

La lezione di Bauman e di molti altri sociologi è che la soluzione a problemi globali deve essere globale.
Non usciremo da sfide collettive con soluzioni individuali o comunque divisive.
Nemmeno possiamo rispondere alla profonda crisi del ruolo delle istituzioni con risposte improvvisate ed estemporanee, ma solo elaborando e condividendo un percorso di ampio respiro.

Credo che questo principio di buon senso debba guidare anche la magistratura nel rispondere al disorientamento che la crisi epidemiologica sta diffondendo.
Mi sembra inevitabile che sia difficile avere una strategia immediata precisa:
a) Non c’è ancora una conoscenza diffusa e consolidata del problema dal punto di vista scientifico e medico
b) È una situazione totalmente nuova e in continua evoluzione

Dovendo evitare l’eccesso di panico (infondato e dannoso) ma anche superficiali sottovalutazioni (che potrebbero allontanare la soluzione e creare gravi disagi al sistema sanitario), è difficile trovare una linea mediana ragionevole e condivisa. Ognuno ha la sua soluzione, la sua idea, il suo punto di vista, la sua esperienza personale, la sua fonte privilegiata…
In questo senso non trovo irragionevole chiedere una temporanea sospensione delle attività non urgenti per limitare le occasioni di diffusione. D’altra parte capisco anche il senso delle istituzioni di chi dice che fino a che non c’è una scelta delle autorità preposte a livello nazionale bisogna presidiare i nostri uffici e garantire il nostro servizio pubblico essenziale.
Perché contrapporre queste due visioni?
Dividendoci, o polemizzando con gli avvocati  non credo che stiamo dando un contributo a cercare quella soluzione collettiva ad un problema che invece la impone.

Spero che tutti noi cercheremo nelle prossime ore\giorni\settimane di contribuire a un confronto nel quale cercare soluzioni condivise, punti di contatto e di equilibrio tra i diversi beni di rango costituzionale che sono in gioco nella gestione della vicenda.

Personalmente partirei da questi punti:
ü  Temporanea sospensione delle attività non urgenti (da definire in modo dettagliato e possibilmente previo confronto con gli avvocati, così da evitare su questo sterili polemiche che non aiuterebbero a difendere la credibilità del sistema giustizia agli occhi dei cittadini)
ü  Investimento ulteriore ed immediato (anche mediante attività di formazione) in tutte le attività e pratiche che possono essere condotte per via telematica (questa crisi potrebbe finalmente costringerci a entrare nel terzo millennio!)
ü  Prendere spunto da questa situazione per stabilire davvero in modo omogeneo e generalizzato dei protocolli di gestione dell’udienza che si sforzino di evitare al massimo assembramenti inutili, mediante regole precise circa le parti da chiamare, gli orari differenziati, il comportamento da tenere durante le attese e prassi virtuose per comunicare rinvii o impedimenti


lunedì 10 febbraio 2020

La soluzione è semplice (peccato sia sbagliata...)

Il susseguirsi delle riforme fatte e annunciate e i loro correttivi offrono davvero un pessimo spettacolo del modo in cui la politica dimostra di voler affrontare la giustizia.

Si tratta, mi pare, solo di un campo da gioco della lotta di potere, il luogo privilegiato per lo scontro tra propaganda di governo e slogan d'opposizione.

Come nel vecchio gioco delle tre carte, il problema resta sul tavolo ma l'ingenuo avventore di turno è convinto di poter trovare la soluzione, mentre si stanno solo invertendo i fattori senza che la somma finale cambi: qualcuno racimola qualche applauso e del facile consenso mentre la giustizia ci perde e con loro soprattutto i cittadini che sperano in un servizio migliore.

Da questa commedia purtroppo nemmeno noi magistrati e gli avvocati riusciamo a fuggire, finendo in polemiche di basso profilo e figlie dei reciproci pregiudizi, invece di dialogare e fare fronte comune sulle tante cose concrete ed utili che potremmo condividere e spiegare all'opinione pubblica.

Breve riassunto dell'ultimo atto, che ruota attorno alla famigerata prescrizione: di volta in volta malefico strumento in mano ad azzeccagarbugli, oppure feticcio del processo giusto contro il partito dei giustizialisti.

Sì, si potrebbe parlare di scuola e di  ricerca, oppure di come affrontare il problema della precarietà o le sfide dei cambiamenti climatici, oppure ancora di come combattere seriamente la diffusione degli stupefacenti e il disagio giovanile... ma sono cose troppo importanti e complicate e non si prestano a facili soluzioni da offrire al supermarket del consenso.
E allora vai con la prescrizione, il tema che davvero toglie il sonno a lavoratori e madri di famiglia!

Premessa per chi avesse poca dimestichezza con la procedura penale. La prescrizione è un istituto che prevede che se non si perviene ad una condanna definitiva entro un certo lasso di tempo, legato anche alla gravità del reato per cui si procede, il reato stesso è estinto e decade la pretesa punitiva dello Stato.

I Cinquestelle, dovendo difendere il loro ruolo di paladini della legalità e contro i corrotti, vedono la prescrizione come una ghigliottina del processo ad uso di furbi e potenti e cancellarla equivale quindi a dimostrarsi dalla parte del popolo giusto.
La reazione di molta altra parte del mondo politico è stata quella di gridare allo scandalo, perchè in questo modo si sottopone l'accusato (presunto non colpevole) alla pena infinita (o almeno non definita) di un processo interminabile.

In questo derby (perchè questo è, non certo una discussione nel merito) la maggior parte degli avvocati difendono la prescrizione quale baluardo irrinunciabile di civiltà, mentre la magistratura ha in modo maggioritario espresso favore per la riforma, ritenendo che in questo modo il proprio lavoro non andrà disperso e quelli che usano il processo solo per guadagnare tempo saranno disincentivati, salvo aggiungere che l'interruzione del decorso della prescrizione dopo la condanna in primo grado dovrebbe essere solo il primo passo di una complessiva riforma per il giusto processo.

Adesso i mal di pancia all'interno della maggioranza stanno conducendo a nuovi compromessi, con lo spostamento del momento interruttivo dal primo grado all'appello: la carta si muove ancora...

Ma non basta, perchè il problema dei tempi è ancora sul tavolo. 
Prima rischiavamo che la giustizia finisse su un binario morto...la riforma questo lo impedirebbe, ma non garantisce ancora che il treno sia rapido e arrivi in tempo utile e soddisfacente.

E tutti hanno ben chiaro che una giustizia lenta è un'ingiustizia.

Riformare le procedure richiede troppe complicazioni e discussioni e di investimenti in strutture e risorse non se ne possono\vogliono fare: come facciamo a far arrivare prima il treno?
Ma spostando un'altra carta!

Se il processo durerà troppo sarà colpa dei magistrati che non sono stati abbastanza veloci. Semplice, no? 
Ma è ovvio.. com'è che non ci hanno pensato prima? Sicuramente perché la lobby delle toghe voleva mani libere.

Non importa che da anni la Commissione Europea per l'Efficienza della Giustizia (https://www.coe.int/en/web/cepej) dica che i magistrati italiani sono ai vertici nelle classifiche continentali per carico di lavoro e produttività... 
Non importa che la litigiosità sia alle stelle e le procedure siano delle corse a ostacoli piene di bizantinismi...
Non importa che per ogni reato cancellato dall'ordinamento la settimana successiva ne vengano introdotti altri 10, intasando i tribunali e delegando al processo la risoluzione di problemi e conflitti che potrebbero trovare migliore e più rapida soluzione in altri contesti meno formali e impegnativi...
Non importa che da anni si stia delegittimando la magistratura e seminando sfiducia tra la gente, così alimentando il circuito dell'illegalità...

Potrei proseguire, ma credo di avervi annoiato abbastanza con gli argomenti di merito.

Non c'è dubbio che la sfida dell'organizzazione e dell'efficienza resti attuale nella magistratura, ma pensare che i processi diventeranno più veloci minacciando sanzioni ai magistrati è illusorio e pericoloso.
Illusorio perchè i fattori che determinano la lunghezza dei processi sono molteplici e complessi, molti dei quali indipendenti dallo zelo dei magistrati (che comunque da anni sono sotto la lente delle valutazioni quadriennali e di un disciplinare potenziato).
Pericoloso perchè rischia di produrre distorsioni, così come il contenzioso fuori controllo nel settore medico ha prodotto la medicina difensiva...non una medicina migliore.

Avremo dei magistrati forse più preoccupati e sbrigativi, ma non credo che questo significherà anche un miglior servizio giustizia!
Quando il problema è di sistema è ottuso pensare che la soluzione sia puntare il dito contro qualche capro espiatorio.

Smettiamola di litigare su questa famigerata prescrizione (per me un istituto assolutamente sacrosanto) e sforziamoci di fare il possibile per avere un processo giusto in tempi ragionevoli.

Parliamo di notifiche e di difesa effettiva.
Parliamo di ufficio del processo.
Parliamo di riforma dell'accesso alla magistratura: oggi è un concorso incentrato sulla preparazione nozionistica e non consente di selezionare persone che garantiscano anche capacità organizzative.
Parliamo di semplificare le procedure per evitare che ci si difenda dal processo e non nel processo.
Parliamo di pene effettive ma anche e soprattutto di pene alternative, perchè il carcere spesso non risolve nulla.
Parliamo di riti alternativi e incentiviamoli, invece di ridurne lo spazio di utilizzo (come avvenuto di recente, secondo una logica del tutto schizofrenica).

Non cadiamo nei luoghi comuni e nei pregiudizi.
La maggior parte degli avvocati sono persone che cercano di svolgere in modo corretto e fino in fondo la loro fondamentale funzione di difesa dei diritti di chi è sotto accusa.
La maggior parte dei magistrati svolgono il loro mestiere con serietà e sacrifici personali, nell'esclusivo interesse della collettività.
Tutti possiamo e dobbiamo fare ancora meglio, ma ne usciamo insieme e non divisi.. ne usciamo ragionando e non delegittimando o censurando.. 

La giustizia è malata ma le soluzioni semplicistiche e improvvisate non risolveranno nulla.
Invece di cercare colpevoli, proviamo a spiegare i problemi, ad analizzarli, formuliamo proposte e ragioniamo.

E' una strada più lenta e tortuosa, ma l'unica che ci può condurre fuori dal pantano di questi decenni di polemiche sterili e slogan giudiziari, per incamminarci verso un futuro più responsabile ed equilibrato, in cui tutti possano riscoprire un po' per volta di avere fiducia nella fiducia (persino i magistrati e gli avvocati...).

venerdì 13 dicembre 2019

La Pagella del Pm: risposte sbagliate e sfide da affrontare


La proposta delle “pagelle” è in sé risibile, manifestazione per un verso di sfiducia populista verso la magistratura e per altro verso di mancanza di consapevolezza della complessità del processo.
Però terminare qui l’analisi sarebbe troppo comodo.

Magistrati e operatori del diritto sanno benissimo che l’esito di un processo non può essere ridotto a una vittoria o ad una sconfitta del Pubblico Ministero.
Sappiamo che ci sono indagini doverose e ben fatte che conducono a processi assolutamente necessari e che possono infine terminare con un’assoluzione.
Questo argomento credo che però non debba consentirci di eludere il problema della professionalità e della qualità del lavoro.

Facendo il PM da molti anni penso e dico che vorrei (e dovrei...) sapere sempre l’esito dei miei processi (tutti, non solo dei più importanti) e la tenuta della mia impostazione accusatoria nei tre gradi
La realtà è che spesso noi "pubblica accusa" perdiamo il polso della situazione dopo il primo grado, a volte anche di processi di una certa delicatezza…e talvolta per il semplice fatto che ci spostiamo in altro ufficio.

Mi sento come un medico che opera e che poi però spesso non conosce il decorso del malato che ha cercato di curare… come se non fosse più una sua responsabilità
Non è detto che le cose siano andate male perché ho sbagliato qualcosa, certo…però vorrei saperlo per fare un’analisi e per crescere.
Anche nel campo medico un'intervento ben fatto può condurre ad un esito infausto, ma ovviamente l'analisi intelligente delle statistiche sui decorsi dei malati si guardano eccome, perché se il singolo caso non può essere letto in chiave assoluta, le statistiche complessive danno indicazioni importanti.

Se la soluzione diventassero le pagelline o le formule matematiche saremmo di fronte ad una semplificazione mortificante e distorsiva di un lavoro e di un percorso processuale che ha aspetti e significati non tutti riducibili a un pollice in su o in giù…
Se invece volessimo affrontare seriamente il problema, sarei io stesso il primo a voler conoscere la statistica sull'esito delle mie indagini perché potrebbe darmi spunti di riflessione sulla completezza delle mie indagini e sulla qualità del mio lavoro e delle mie scelte.

Naturalmente il numero andrebbe letto, interpretato, contestualizzato… andrebbero viste le motivazioni almeno a campione, ma non conoscere questo dato mi pare espressione di un atteggiamento corporativo e auto-assolutorio che non ci aiuta a difendere la credibilità del nostro lavoro.

Faccio due esempi paradossali per dimostrare che quel dato sarebbe utile nella misura in cui vi fosse la capacità di leggerlo con intelligenza.
1) Se avessi il 100% di condanne sino al terzo grado mi chiederei se forse non sto facendo solo e soltanto i processi facili e sicuri, quelli privi di alcuna difficoltà dal punto di vista probatorio e\o giuridico…
2)  Se mi occupassi di reati contro la pubblica amministrazione saprei benissimo che un tasso maggiore di assoluzioni rispetto ad altri settori è (per quanto frustrante) fisiologico , ma conoscere l’esito mi aiuterebbe a comprendere dove lavorare per impostare in maniera sempre più solida e convincente le mie indagini
...e gli esempi si potrebbero moltiplicare…

Ogni magistrato avrebbe tante cose da dire sul punto e ci sono mille distinguo da fare.
Credo però che non si possa dire che il dato sulla tenuta delle imputazioni non dica qualcosa sulla qualità del lavoro di quelle imputazioni ha formulato.
Così come non credo che si potrebbe dire che il dato sulla tenuta delle decisioni di primo grado non dica qualcosa sulla qualità di quelle sentenze…

Infine, ultimo ma non ultimo, è evidente che qualsiasi ragionamento sui numeri e sulla tenuta nei tre gradi non dovrebbe trascurare il problema delle condizioni di lavoro e del contesto di sistema nel quale interveniamo e che pesantemente condiziona la nostra possibilità di fare effettivamente del nostro meglio.
La prospettiva di fondo dovrebbe essere quella di aiutarci a lavorare meglio e in modo efficace e non di puntare il dito contro qualcuno.

Detto questo, arrivo allora alla riflessione che mi preme di più fare.

Noi magistrati abbiamo troppo spesso fatto gli struzzi.
Siamo rimasti chiusi nella nostra cittadella, senza governare e prevenire adeguatamente le inefficienze, le cadute di professionalità e la sciatteria che talora si manifesta nel nostro ambiente e nella nostra quotidianità.
Come sempre accade e come accadrà sempre di più nel futuro, laddove non abbiamo saputo intervenire noi con intelligenza, rischia di arrivare una soluzione politica all’insegna del populismo, fatta di banalizzazioni e capri espiatori per problemi complessi.

Prendiamocela pure con queste ricette fatte solo per la propaganda e che non risolvono nulla, ma scaricano solo su di noi i problemi veri e presunti del sistema.
Se ci limitiamo però a dire “NO” a queste soluzioni facili e sbagliate, l’ondata populista arriverà comunque e travolgerà anche il nostro lavoro e il nostro autogoverno.
Ci rimetteremmo noi e ci rimetterebbe la qualità della giustizia.

Io penso che la difesa dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura passi proprio dal farsi carico in modo responsabile e intelligente di queste sfide.

mercoledì 4 settembre 2019

Tuffarsi senza saper nuotare

Oggi ho ascoltato un ex ministro (all'opposizione in questa legislatura) lamentare il fatto che il programma del nascente Governo non si occuperebbe delle imprese e infatti perché prevede taglio del cuneo fiscale misure a favore del lavoratore.

Ora, poiché trattasi di affermazione concettualmente errata perché il cuneo fiscale (quello che tutti, nessuno escluso, promettono di tagliare da 20 anni...) è il costo del lavoratore per l'impresa e quindi del taglio gioverebbero in primis gli imprenditori (e poi magari la forza lavoro per un plausibile aumento delle assunzioni), la cosa veramente grave non è (sol)tanto che questa politica (una donna) di primo piano abbia detto una cosa sbagliata e ingannevole parlando sulla radio pubblica... No. 


La cosa che mi indigna di più è che la giornalista non abbia battuto ciglio proseguendo nelle domande come davanti ad una sceneggiatura.
Ma il giornalismo non può limitarsi a raccogliere passivamente le affermazioni di tutti, abdicando a svolgere qualsiasi controllo e stimolo...


Ora, o cominciamo a capire che una cosa sono le opinioni e un'altra sono gli errori e le falsità, oppure sarà impossibile creare i presupposti per un dibattito pubblico serio, che porti a un confronto di punti di vista diversi ma con una  condivisa narrazione della realtà e comprensione dei dati di partenza.

L'alternativa è svuotare la democrazia e farla diventare una battaglia di propaganda, una contesa tra influencer, impegnati a convincere la massa a suon di slogan... 

In un simile scenario il voto e le altre forme di democrazia partecipativa diretta sono vuoti simulacri di un sistema manipolato che invece di fare (o almeno di cercare) il bene collettivo, vuole solo usare il consenso popolare per ottenere il potere.

Il nuovo Governo dice di avere diritto di accesso alla rete tra le sue priorità? 

Bene, ma mi sembra inutile se non c'è prima accesso a una conoscenza critica (e poi un'informazione pluralista, indipendente e autorevole).

Inutile garantire a tutti il diritto di tuffarsi se poi nessuno sa nuotare.



P.s. Non è una questione politica ma di democrazia, di metodo, di presupposti perchè si possa fare buona politica e la democrazia davvero faccia emergere  le diversità come ricchezza, piuttosto che alimentare differenze come elemento di divisone e polemica sterile tra sordi.

venerdì 16 agosto 2019

Time Out: le scuse stanno a zero...

In un Paese come il nostro e in un momento come questo, in cui giornalismo e politica spesso ci dicono solo ciò che vogliamo sentirci dire, il libro di Flavio Tranquillo è una boccata d'ossigeno, una preziosa e rara occasione per cercare di guardare fino in fondo la realtà e quindi mettere le basi per cambiare le cose.

Il racconto della "ascesa e caduta della Mens Sana" (la squadra di basket di Siena che per un decennio ha dominato il panorama italiano) diventa un caleidoscopio attraverso cui riflettere sulle contraddizioni dello sport professionistico italiano... Ma anche in questo caso lo sport è una metafora straordinaria della realtà e delle sue contraddizioni.

E' un racconto senza sconti, senza pregiudizi e senza conclusioni scontate, perché prevale la voglia di comprendere su quella di giudicare (o di voltarsi dall'altra parte, come molti hanno fatto e continuano a fare).

I social mostrano bene come la tentazione diffusa sia quella di un facile giudizio sprezzante oppure l'oblio, salvo poi vederci condannati a rivedere e ripetere sempre i medesimi errori, perché non abbiamo voluto e saputo guardare dentro la scatola.

Lascio esprimere il concetto all'autore:
"[...] tantissime persone non si pongono il problema nei termini corretti. Non sono cattive, non sono stupide, non sono avide e non sono portate a delinquere. Semplicemente, non posseggono gli strumenti culturali per vedere in modo critico la questione."

Ecco che allora il crollo del modello Mens Sana non è lo spunto per puntare il dito contro il banco degli imputati ma per interrogare tutti noi, per capire perché abbiamo scelto di non farci domande...perché ancora adesso facciamo finta di non vedere la schizofrenia di un sistema che non è sostenibile e che da un lato disperde risorse e dall'altro diventa campo di conquista per comportamenti opachi e illegalità (e quindi poi per le organizzazioni criminali).

Il contro-esame più spietato Tranquillo lo riserva a se stesso, rileggendo in modo critico un passato nel quale anche lui si rende conto come non possedere tutti gli strumenti culturali lo esponeva a sottovalutare scelte personali. Ed invece ogni nostra scelta è un'assunzione di responsabilità e diventa in certi contesti un atto "politico".

In questi anni ci hanno bombardato di informazioni su presunte emergenze, alcune anche reali ma spesso strumentalizzate per raccogliere facile consenso.
Ecco perché il libro di Flavio Tranquillo è importante e dovrebbe sollevare un dibattito pubblico e politico (non è una parolaccia...): perché ci mette di fronte ad una realtà disfunzionale, perché ci pone domande scomode, chiedendoci di lasciare da parte il tifo e di ragionare...

"perchè se no si chiude" e "così fan tutti" sono i due grandi falsi e comodi alibi per moltissime condotte illecite e talora criminali; queste scuse sono il passepartout per le scorciatoie e il volano della stragrande maggioranza dei reati fiscali. Reati che non allarmano quasi nessuno e che però producono per il benessere collettivo dei danni enormi e che probabilmente rappresentano il maggior ostacolo per uno sviluppo sano della nostra economia.

Scuse... ma come Flavio Tranquillo sa bene e ricorda sempre, nello sport e nella vite le scuse non reggono. Sono l'alibi del perdente, di chi non vuole prendersi le sue responsabilità, di chi non vuole uscire dalla comfort zone, di chi non vuole capire, perché restare distratti è più facile...
Ma chi ama il basket, chi ama lo sport, chi ama la vita e si appassiona non si ferma agli alibi e alle scuse, vuole capire, perché capendo si diventa liberi.

Questo libro è un passo in avanti per farlo.