"Mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi ci governa" (Ennio Flaiano) // "La Costituzione: ciò che ci siamo dati nel momento in cui eravamo sobri, a valere per i momenti in cui siamo sbronzi." (G. Zagrebelsky)
"the problems we all live with" di norman rockwell
giovedì 28 ottobre 2021
Riconciliarsi col Processo
giovedì 5 agosto 2021
Riforma della Giustizia Penale: andare oltre i capri espiatori
Vero: le possibili riforme utili potevano essere molte altre:
- rimuovere il divieto di reformatio in peius (che garantisce a chi appella di non avere esiti peggiori del primo grado se non c'è, come non c'è e non può esserci sempre, l'appello incidentale del PM), misura che avrebbe fortemente disincentivato appelli pretestuosi fatti solo per ottenere qualche attenuante ovvero per ritardare il passaggio in giudicato
- allargare lo spazio di operatività del patteggiamento, oggi assurdamente limitato alle pene sino a 5 anni, costringendo a fare processi comunque delicati nei quali non vi è nulla di più da accertare o approfondire
- semplificare le regole sulla competenza territoriale, che oggi - in nome del principio astratto del giudice naturale - finiscono per disintegrare indagini connesse e moltiplicare i dibattimenti e i costi da sostenere
- puntare sul processo in presenza e a quel punto semplificare tutte le notifiche successive alla prima
- innovare il sistema sanzionatorio, rendendolo più adatto alle specifiche responsabilità e alle finalità educative
- depenalizzare e semplificare, così da investire nel dibattimento solo per vicende davvero meritevoli
...la lista dei desideri da inviare a Babbo Natale è sempre facile da scrivere e riempire, ma naturalmente bisogna fare i conti con i necessari (stavo per dire inevitabili) negoziati della politica, che finiscono per essere guidati da logiche di parte e di consenso e non da un confronto equilibrato su come far funzionare meglio i processi.
Perché certamente il problema della giustizia troppo lenta o a velocità troppo diverse a seconda dei casi e dei luoghi non è un problema da poco e da tempo mina la credibilità del sistema, che invece può reggersi solo sulla fiducia.
Oggi quella fiducia il sistema l'ha in gran parte perduta e purtroppo è gravemente (e ahimè giustamente) incrinato anche il prestigio della magistratura.
Ci sono molte spiegazioni e molti fattori da considerare per comprendere le ragioni dell'irragionevole durata di troppi processi: gli organici degli uffici, le scoperture, la mancanza di personale amministrativo e di risorse, la procedura a volte inutilmente bizantina, i carichi di lavoro particolarmente elevati specie in alcune zone...
Tutto vero anche questo.
Tuttavia sono convinto che le cose potrebbero (e dovrebbero) migliorare anzitutto attraverso la diffusione e l'implementazione delle più virtuose organizzative (negli uffici collettivamente e da parte dei singoli magistrati) nonché recuperando professionalità.
Voglio dire che se è vero che noi magistrati noi siamo nè gli unici nè probabilmente i principali responsabili delle lentezze e delle inefficienze del sistema, è però vero anche che avremmo le capacità e le possibilità di risolvere o perlomeno gestire e contenere moltissimo i grandi problemi che affliggono la giustizia penale (questa conosco e di questa parlo, non potendomi esprimere sul settore del tutto separato della giustizia civile).
Ciò non avviene sempre per molte ragioni
- spesso indipendenza e autonomia nella giurisdizione vengono intese anche come arbitrarietà e autarchia dal punto di vista organizzativo: non c'è bisogno di vedere la giustizia come un'azienda per capire che l'organizzazione collettiva e personale è alla base della gestione di un sistema così complesso e sovraccarico e i casi virtuosi di uffici che sono usciti dalle difficoltà grazie a dirigenti, magistrati e personale illuminato sono lì a testimoniarlo
- le valutazioni periodiche di professionalità dei magistrati sono un'attività seria e complessa ma che purtroppo non si sta rivelando capace di evidenziare le situazioni critiche e soprattutto i comportamenti sciatti; è, cioè, un sistema capace di sanzionare le cadute specifiche o clamorose, ma che non si rivela efficace nel prevenire e risolvere i non trascurabili casi di livello medio basso, che galleggiano appena nel grigiore dell'irresponsabilità
In tutto questo dovrebbe essere ben chiaro che i tempi della giustizia, il buon funzionamento del processo e l'indipendenza dei magistrati non sono di interesse di questa o quella categoria, ma sono beni fondamentali dell'intera collettività. Per questo è avvilente vedere che anche su questi temi vincono le posizioni ideologiche e gli slogan, ma che anche nel mondo dei giuristi le guerre di posizione, volte a cercare capri espiatori per non rimanere col cerino in mano, prevalgono.
Non dobbiamo cercare colpevoli, ma trovare soluzioni.
Altrimenti finiamo per elaborare soluzioni non ottimali o persino in parte peggiori del problema che volevamo risolvere: penso ad esempio alla pessima idea di affidare al Parlamento la decisioni sui criteri di priorità delle indagini. Si tratta di una scelta in contraddizione con il principio di obbligatorietà dell'azione penale, che è attributo necessario di un ordinamento che voglia sul serio impegnarsi ad affermare in concreto l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
In questo quadro credo che la magistratura debba per prima cosa rimboccarsi le maniche e guadarsi allo specchio con coraggio, rivendicando i propri meriti e non nascondendo le debolezze e le opacità. Penso ai dirigenti degli uffici illuminati, ai tanti singoli e ai gruppi che si prodigano per gestire carichi di lavoro difficile, penso ai pubblici ministeri capaci di investire in modo intelligente nelle indagini, facendo davvero filtro e portando in dibattimento solo fascicoli tendenzialmente completi, così da incentivare riti alternativi e abbreviare i tempi.
Non siamo sempre ineccepibili s questi fronti. Se a ciò aggiungiamo gli scandali dell'autogoverno, diventa difficile ergersi sulla cattedra e pretendere che la politica ci ascolti per produrre una riforma complessiva e razionale.
Continuo a credere nella magistratura, nelle istituzioni, nel modello di giustizia disegnato dalla Costituzione. Tuttavia, l'amarezza accumulata in questi anni mi spinge a sentirmi soprattutto responsabile per me stesso e per quello che faccio, nel lavoro, nell'ufficio e anche nell'autogoverno, responsabilità di tutti i magistrati.
E' più che mai il momento di fare il proprio dovere fino in fondo e partecipare al dibattito con proposte costruttive, cercando anche condivisione nelle voci in buona fede che sono certo si trovino in tutti gli schieramenti e in tutte le categorie. Nella misura in cui sapremo farlo sono convinto che riusciremo a ovviare a molti dei problemi che affliggono la giustizia penale: non per noi stessi, ma per i cittadini tutti...e per evitare cattive soluzioni anche sul piano costituzionale e democratico.
sabato 12 dicembre 2020
Giudici indipendenti: dal Governo e dalla Piazza
La recente vicenda dell'assoluzione di un uomo dall'accusa di omicidio della moglie ha
scatenato reazioni sia dal mondo politico che nell'opinione pubblica.
Come spesso accade siamo di fronte ad un corto
circuito della (presunta) informazione, che, sapendo di poter colpire nel
segno, ha presentato la decisione con un pericoloso mix di
imprecisioni, contribuendo a suscitare la reazione del pubblico (e uso
questo termine non a caso al posto della parola cittadini) e la
successiva muscolare iniziativa del Ministro della Giustizia, che ha
inviato degli ispettori per verificare l'accaduto.
Ma di cosa stiamo parlando?
Ecco, quasi nessuno lo sa. Di carte
processuali non se ne trovano e peraltro dubito che sarebbero in molti a
leggerle.
Siamo interessati a esprimere i nostri giudizi e
non certo a capire e a
perdere tempo con oziose questioni sui fatti e sulle regole e sui termini
(sofismi da Azzeccagarbugli). Il tempo del giudizio è quello rapido dello
scorrimento di una (pseudo) notizia sullo schermo dello smartphone.
L'unico passaggio noto, enfatizzato ad uso
mediatico, sarebbe quello per cui i consulenti della difesa e del Pubblico
Ministero avrebbero affermato, durante il dibattimento, che l'imputato “era
in preda ad un evidente delirio da gelosia che
ha stroncato il suo rapporto con la realtà e ha determinato un irrefrenabile
impulso omicida”.
L'equazione ipotizzata dai media è che la gelosia
sarebbe diventato il motivo dell'assoluzione, così dando la stura a vecchie
categorie maschiliste, tese a giustificare la violenza dell'uomo.
A questo punto la notizia passa sullo sfondo. Il
fatto è che un uomo è stato assolto dopo aver ucciso la moglie per gelosia: ora
dobbiamo schierarci. O ancor meglio, indignarci... perché tutti ci
sentiamo più giusti se abbiamo qualcuno o qualcosa da additare come sbagliato,
perché così possiamo sfogare la nostra rabbia.
Proviamo a non cadere in questo tranello e
cerchiamo di capire se il punto di partenza è corretto. Attenzione, qui non mi
preme entrare nel merito della vicenda processuale (cosa che non possiamo fare
per i motivi che dirò), ma affermare dei principi di metodo che sono essenziali
perché il dibattito pubblico non si trasformi in una rissa o in urla da stadio.
Premessa: è stato pronunciato solo il
dispositivo della sentenza, quindi nessuno conosce le motivazioni. Ecco
perché dovremmo trattenerci da strepiti e illazioni e, se davvero interessati
al caso e non a far risuonare i nostri (pre)giudizi, dovremmo semplicemente e
sommessamente aspettare di poterle leggere. La "gelosia" non è
certo citata dal dispositivo ma è un'espressione estrapolata da un contesto
certamente più ampio e complesso, ovvero il dibattimento.
Detto questo, veniamo al primo vizio di
questo modo di dare la notizia: è un'assoluzione perché l'imputato è stato ritenuto incapace di intendere e di
volere. Non quindi un'assoluzione sul merito: è stato riconosciuto che
il delitto è stato effettivamente commesso dall'accusato, ma questi non può
ritenersi imputabile perché non era in grado di comprendere la situazione e
determinare le proprie scelte.
Se ci fermiamo a riflettere un'istante,
comprendiamo bene quanto sia importante che nel nostro ordinamento si pretenda
che la sanzione penale (la più grave prevista dal sistema
perché limitativa della libertà personale) può essere applicata solo se
l'autore del fatto era imputabile e quindi rimproverabile.
D'altronde, cosa ci potrebbe essere di
più ingiusto dal punire qualcuno che non era soggettivamente responsabile di
quello che stava facendo? Altro aspetto è poi quello di come gestire
il soggetto che sia prosciolto ma dichiarato pericoloso: ecco che consegue
una misura di sicurezza, ovvero una misura di durata indefinita e volta a
controllare e contenere e prevenire il soggetto fino a che sarà riconosciuto
pericoloso. L'esigenza punitiva non prevale sul rispetto della persona e sulla
correlazione tra responsabilità e sanzione.
Tutto ciò discende direttamente dai principi
costituzionali di responsabilità penale personale e del fine
rieducativo della pena: come potremmo perseguire la rieducazione di
qualcuno che non era senza sua colpa inconsapevole e non responsabile delle sue
azioni?
A questo punto gran parte delle polemiche
sarebbero già smontate e la riflessione si sposterebbe al massimo sulla
valutazione psichiatrica fatta nel dibattimento. Ma, appunto, nessuno di noi
conosce le carte e gli accertamenti fatti dai consulenti e quindi non possiamo
certo criticarne le conclusioni.
Ma ormai è partita la corsa sfrenata ad esprimere
giudizi e il polverone mediatico spinge il Ministro a reagire e a inviare degli
ispettori presso gli uffici giudiziari coinvolti.
Ecco che il corto circuito è completo: un
rappresentante del Governo, e quindi del potere esecutivo, invia qualcuno a
controllare la decisione dei magistrati, il potere giudiziario.
I magistrati sono soggetti soltanto alla legge (art. 101 Costituzione), eppure dovranno
rispondere agli ispettori, non si capisce bene di cosa... il tutto mentre ancora
devono essere scritte le motivazioni, ovvero la spiegazione dettagliata
della decisione presa.
La decisione dei magistrati non è un totem
intoccabile, ma la verifica della corretta applicazione delle norme deve
avvenire nell'ambito della giurisdizione, negli eventuali successivi gradi di
giudizio, e secondo le regole proprie del processo.
L'esercizio della giurisdizione è l'espressione
più alta dell'indipendenza della magistratura da ogni altro potere e tale separazione
è un baluardo della democrazia e non un privilegio dei magistrati.
Il gradimento del potere o dell'opinione pubblica
non sono categorie degne di un sistema giudiziario liberale e giusto.
"Esistono al mondo Paesi in cui tutte le decisioni dei tribunali incontrano il favore del governo, ma non sono posti dove si desidererebbe vivere" (Lord Bingham)
venerdì 27 novembre 2020
Elogio degli avvocati e della difesa da parte di un PM
"Ma come fai a difendere un criminale?"
Questa è la classica domanda che spesso viene rivolta ad un avvocato o anche soltanto ad uno studente che desidera diventarlo.
Faccio il magistrato, sono un pubblico ministero e quindi sono il responsabile delle indagini e il titolare dell'azione penale; forse pensereste che anche io me lo chiedo...e invece vi sbagliate.
Questa domanda è figlia di un grave e diffuso pregiudizio che vede il mestiere del difensore come almeno potenzialmente ambiguo dal punto di vista etico, se non peggio. Il dubbio, anzi, il sospetto nasce da almeno due gravi errori e fraintendimenti di partenza.
Prima di tutto si sta presumendo sin dall'inizio la colpevolezza di colui che viene difeso. Niente di più sbagliato, illiberale e pericoloso. E lo dice la nostra Costituzione: "l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva" (art. 27).
Il giudizio di colpevolezza è l'approdo possibile ed eventuale del processo, non il presupposto o l'esito scontato. Le regole per la raccolta e la valutazione della prova non sono cavilli da Azzeccagarbugli, ma presidi fondamentali delle libertà fondamentali che fanno la differenza tra lo Stato liberale di diritto e i regimi (guardate la vicenda del ricercatore Patrick Zaki in Egitto se avete qualche dubbio su quale sia il sistema migliore in cui vivere).
Tutto il processo penale moderno nasce con l'obiettivo principale proprio di garantire i diritti di difesa dell'individuo di fronte alla forza del potere pubblico e di evitare di condannare persone che non siano responsabili al di là di ogni ragionevole dubbio (non una certezza scientifica, ma uno standard molto alto che non viene richiesto in nessun altro ambito del diritto).
Il secondo pregiudizio che fonda quel sospetto verso gli avvocati dipende invece dal fatto che si tende a identificarli con l'imputato (ingiustamente presunto colpevole, visto che giudicare ci fa sentire più sicuri e forti e invece comprendere e dubitare è attività sempre faticosa e scomoda).
L'avvocato non difende la presunta condotta illecita, bensì garantisce il rispetto delle regole e dei diritti del suo assistito (e d'altronde i magistrati non giudicano la persona in quanto tale ma solo le sue azioni).
Vi garantisco che, anche se il mio mestiere spesso si traduce spesso nel sostenere un'accusa (anche se prima viene l'obbligo di cercare le prove anche a favore e più in generale la ricerca della verità processuale), io spero sempre di trovarmi di fronte degli avvocati professionali e attenti: so che il processo avrà uno sviluppo migliore, sarà più approfondito e il su o esito sarà più vicino a quell'ideale così irraggiungibile di giustizia che dovremmo cercare di inseguire nelle aule dei tribunali.
Chi vuole un difensore debole o intimidito non ha a cuore l'accertamento della verità e cerca solo mani libere per un comodo (e quindi spesso sbagliato) esercizio del potere di giurisdizione.
In questo periodo sto scoprendo un testo ribalta il sentire giustizialista oggi molto diffuso: "La Resurrezione", di Lev Tolstoj. Il grande romanziere russo dipinge un affresco in cui in prigione finiscono soprattutto le vittime di un sistema ingiusto e diseguale, mentre chi esercita il potere è spesso privo di sensibilità e di pietà.
Questo il paradosso finale: "....attualmente l'unico posto che si convenga a un uomo onesto in Russia è la prigione!"
Questa frase può essere in parte una provocazione, tuttavia mi ha fatto riflettere molto e credo che sia un monito che da Pubblico Ministero mi porterò dentro: un esercizio cieco e burocrate del potere rischia di tradursi in una perpetuazione di ingiustizia se non sono garantiti i diritti di difesa e se non siamo davvero tutti uguali davanti alla legge.
L'Italia e l'Europa del 2020 non sono la Russia di fine Ottocento: siamo pur sempre la patria di Beccaria e Calamandrei e le regole della Costituzione e della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo sono, tra gli altri, baluardi dei diritti fondamentali, inclusi quelli di difesa.
Quello però che si rischia è uno scollamento tra il sentimento popolare diffuso e le regole del diritto: quando i principi non vengono più compresi e condivisi si crea una pericolosa frattura che produce un approccio non equilibrato verso i temi della giustizia e semina sfiducia verso le istituzioni e la legalità.
Occorre un dibattito pubblico che cerchi di fare appello alla ragione e non ai peggiori sentimenti che ci abitano (e che ci agitano tanto di più in tempi così precari e difficili come quelli che stiamo vivendo).
Occorre vigilare e contribuire affinché anche sui media e soprattutto sui social la giustizia non sia oggetto di tifo e provocazioni, ma di approfondimento e confronto. Spesso la cronaca e il chiacchiericcio da bar cercano solo capri espiatori, mentre abbiamo bisogno di comprensione per contrastare davvero i fenomeni criminali che guastano la convivenza sociale.
Occorre infine anche che avvocatura e magistratura non siano percepite e non si percepiscano come nemici di cui diffidare. Certamente l'autorità giudiziaria ha un ruolo e delle responsabilità diverse da quelle dei difensori, ma gli avvocati incarnano le garanzie di difesa e indebolirli o attaccarli vorrebbe dire indebolire e attaccare lo stato di diritto. Un Paese con degli avvocati meno liberi è un Paese in cui rischiamo di essere meno liberi tutti.
sabato 31 ottobre 2020
Democrazia e sistemi liberali davanti al Coronavirus: una sfida da non perdere
La pandemia non è soltanto una grande questione sanitaria con enormi conseguenze economiche. Quello che sta accadendo metterà a dura prova la tenuta e la credibilità delle democrazie liberali.
Al momento abbiamo più domande che risposte, ma è chiaro che il non essere riusciti a contenere la seconda ondata è percepito da tutti come una dimostrazione di inefficienza e di inefficacia. Ovviamente non mi riferisco solo all'Italia ma a quasi tutte le grandi democrazie occidentali, che infatti adesso si trovano in molti casi sulla soglia di un altro lockdown, con tutti i suoi terribili costi economici, sociali e psicologici.
Al contrario di molti altri non ho le soluzioni in tasca e non mi riesce facile puntare il dito.
Ci sono state probabilmente scelte tardive e sono stati commessi errori: è inevitabile discuterne e chiederne conto a coloro che la responsabilità. Tuttavia temo che la ricerca dei capri espiatori ci faccia sfuggire questioni ben più ampie e complesse e che non era ragionevole aspettarsi di risolvere in pochi mesi sotto la pressione dell'urgenza di una situazione mai vista prima.
L'Italia in particolare da troppo tempo ha smesso di investire nella scuola, come se la formazione, l'educazione e l'istruzione superiore non fossero le migliori chance per il nostro sviluppo futuro. Da troppo tempo la sanità è stato solo un costo da tagliare o un business da sfruttare. Da troppo tempo non ci sono strategie di sviluppo sostenibile e tanto meno un tentativo di ripensare la mobilità pubblica (il pil cresce di più facendo crescere la vendita di Suv o aumentando il numero di persone che si muovono con mezzi pubblici e verdi?).
Spero che quanto sta succedendo imponga a tutti noi di contribuire a un dibattito pubblico più serio e lungimirante, perché in ballo c'è un'altra enorme sfida.
Il rischio è che il 2020 - oltre ad alimentare ulteriormente divisioni sociali, diseguaglianze, paure e rabbia - ci faccia credere che le democrazie liberali non sono adatte a gestire queste emergenze. Troppi potrebbero pensare che ci vorrebbe un regime più forte, più decisionista, più repressivo per poter controllare e implementare le regole che possono garantirci salute e tranquillità.
Non è uno scambio accettabile.
Anzitutto perché il presupposto di fatto mi pare discutibile e quanto meno falsato nella percezione. Ho letto diversi reportage e articoli su come la Cina sarebbe riuscita a contenere e gestire l'emergenza ed evitare così la seconda ondata. Tra le ragioni di tale successo del modello cinese ci sarebbe la grande e invasiva capacità di controllo e repressione del regime, oltre che una più radicata disponibilità a sacrificare qualcosa di personale per l'interesse della collettività. Qualcosa di vero potrebbe esserci in tale interpretazione, ma...ho qualche domanda:
- davvero sappiamo cosa era successo e cosa sta succedendo in quei Paesi in cui il dissenso non è ammesso e nemmeno la libera stampa?
- davvero vorremmo vivere in un regime in cui se un membro della famiglia (anche minorenne) diventa sospetto contagiato viene portato via e messo in una struttura del governo in quarantena per evitare il contagio in famiglia (grande problema della seconda ondata, a leggere gli esperti)? [https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30800-8/fulltext?fbclid=IwAR18sNHcSVhvT7gDD0IynPUA-sQ8nB2SKTxj7LBcNCjFcIiQFuWNwwfKEl0]
- davvero pensiamo che i sistemi liberali non possano coniugarsi con il rispetto delle regole e la solidarietà?
Io credo che le democrazie liberali si possano salvare e possano arginare la deriva verso regimi autoritari solo raccogliendo queste sfide e alzando l'asticella.
Il dissenso va accettato, ascoltato e incluso nel dibattito, promuovendo però spazi di confronto civili e condivisi ed isolando haters e fake news.
La stampa libera e l'informazione seria, basata sul coraggio dei fatti e sulla conoscenza, vanno sostenute e difese.
Le libertà personali vanno tutelate e non possiamo accettare ricatti dettati dal timore di qualche minaccia, vera o presunta.
Il rispetto delle regole e il senso di comunità e bene comune vanno rimessi al centro della società, superando concezioni miopi e iper-individuali concentrate sul successo personale.
Il progresso ed il benessere saranno per tutti o non ci saranno del tutto.
martedì 15 settembre 2020
La scuola non è un obbligo: è un dono
Ruby è una giovanissima bambina nera in un mondo razzista e maschilista. Nel 1963 ci vollero i Federal Marshals per consentirle di andare a scuola a New Orleans, dove l'ignoranza e l'odio delle persone voleva imporre la discriminazione e impedirle di essere anche lei una studente.
Quando mostro questo dipinto di Norman Rockwell ai ragazzi e alle ragazze che incontro, chiedo sempre loro di descrivermi Ruby. Il suo passo è una marcia fiera, piena di dignità. Non si volta a guardare le persone dietro le transenne che la insultano, che la chiamano negra. Il suo vestito è candido come la sua coscienza. La sua forza è quella della ragione, della legalità, della giustizia che consente anche alla persona più fragile e vulnerabile di vedere riconosciuto il suo diritto.
Quante volte siamo andati a scuola a volte trascinandoci contro voglia, come avviati a un patibolo inevitabile, un ostacolo ai nostri sogni di ozio e spensieratezza?
Ecco, aver pensato alla scuola come ad un obbligo, un dovere...ci ha fatto dimenticare che la scuola è anzitutto un diritto, un regalo, un dono di libertà, una porta aperta verso il nostro futuro, la prima e la più grande opportunità per diventare adulti, per crescere consapevoli e quindi indipendenti, capaci di perseguire la nostra strada nel mondo ma anche di difenderci da condizionamenti e falsità-
Chi non può studiare diventa fragile, vulnerabile, manipolabile.
Per questo Ruby si sente così forte andando a scuola. Non la stanno scortando delle guardie del corpo, ma persone normali, come noi, che rappresentano lo stato di diritto, le regole, il vero senso della democrazia, del potere del popolo che è capace di proteggere anche la più piccola di noi dalla prepotenza e dall'abuso da chi si vuole sentire diverso, più forte e più furbo.
Per questo il magistrato Caponnetto diceva che la mafia ha paura della scuola. Per questo Malala ha spaventato quelli che non volevano vedere le cose cambiare in Pakistan, che non volevano consentire alle bambine di studiare ed emanciparsi.
E per questo è così importante e prezioso ogni studente che oggi ha ripreso quel cammino.
Dopo tanta attesa e in mezzo a tante sfide, forse oggi in tanti hanno avuto la stessa fierezza e determinazione di Ruby per tornare a scuola.
Studiare, imparare, diventare liberi nella testa per essere liberi nella vita.
Oggi è più facile per tutti sentire che la scuola non è un obbligo: è un dono. E' il bene più prezioso per la società, è il seme più importante, da custodire, proteggere, sostenere. Un seme che ha bisogno di luce e di aria e di poter crescere nel rispetto e nella libertà.
Non sarà semplice. Forse in fondo non lo è stato mai. E Ruby ce lo ricorda.
"LA SCUOLA NON E' RIEMPIRE UN SECCHIO, MA ACCENDERE UN INCENDIO" (Yeats)
venerdì 17 aprile 2020
La Parola ai Giurati: l'Elogio del Ragionevole Dubbio
venerdì 6 marzo 2020
Soluzioni Condivise per uscire da Problemi Collettivi
lunedì 10 febbraio 2020
La soluzione è semplice (peccato sia sbagliata...)
Si tratta, mi pare, solo di un campo da gioco della lotta di potere, il luogo privilegiato per lo scontro tra propaganda di governo e slogan d'opposizione.
Come nel vecchio gioco delle tre carte, il problema resta sul tavolo ma l'ingenuo avventore di turno è convinto di poter trovare la soluzione, mentre si stanno solo invertendo i fattori senza che la somma finale cambi: qualcuno racimola qualche applauso e del facile consenso mentre la giustizia ci perde e con loro soprattutto i cittadini che sperano in un servizio migliore.
Da questa commedia purtroppo nemmeno noi magistrati e gli avvocati riusciamo a fuggire, finendo in polemiche di basso profilo e figlie dei reciproci pregiudizi, invece di dialogare e fare fronte comune sulle tante cose concrete ed utili che potremmo condividere e spiegare all'opinione pubblica.
Breve riassunto dell'ultimo atto, che ruota attorno alla famigerata prescrizione: di volta in volta malefico strumento in mano ad azzeccagarbugli, oppure feticcio del processo giusto contro il partito dei giustizialisti.
Sì, si potrebbe parlare di scuola e di ricerca, oppure di come affrontare il problema della precarietà o le sfide dei cambiamenti climatici, oppure ancora di come combattere seriamente la diffusione degli stupefacenti e il disagio giovanile... ma sono cose troppo importanti e complicate e non si prestano a facili soluzioni da offrire al supermarket del consenso.
E allora vai con la prescrizione, il tema che davvero toglie il sonno a lavoratori e madri di famiglia!
Premessa per chi avesse poca dimestichezza con la procedura penale. La prescrizione è un istituto che prevede che se non si perviene ad una condanna definitiva entro un certo lasso di tempo, legato anche alla gravità del reato per cui si procede, il reato stesso è estinto e decade la pretesa punitiva dello Stato.
I Cinquestelle, dovendo difendere il loro ruolo di paladini della legalità e contro i corrotti, vedono la prescrizione come una ghigliottina del processo ad uso di furbi e potenti e cancellarla equivale quindi a dimostrarsi dalla parte del popolo giusto.
La reazione di molta altra parte del mondo politico è stata quella di gridare allo scandalo, perchè in questo modo si sottopone l'accusato (presunto non colpevole) alla pena infinita (o almeno non definita) di un processo interminabile.
In questo derby (perchè questo è, non certo una discussione nel merito) la maggior parte degli avvocati difendono la prescrizione quale baluardo irrinunciabile di civiltà, mentre la magistratura ha in modo maggioritario espresso favore per la riforma, ritenendo che in questo modo il proprio lavoro non andrà disperso e quelli che usano il processo solo per guadagnare tempo saranno disincentivati, salvo aggiungere che l'interruzione del decorso della prescrizione dopo la condanna in primo grado dovrebbe essere solo il primo passo di una complessiva riforma per il giusto processo.
Adesso i mal di pancia all'interno della maggioranza stanno conducendo a nuovi compromessi, con lo spostamento del momento interruttivo dal primo grado all'appello: la carta si muove ancora...
Ma non basta, perchè il problema dei tempi è ancora sul tavolo.
Prima rischiavamo che la giustizia finisse su un binario morto...la riforma questo lo impedirebbe, ma non garantisce ancora che il treno sia rapido e arrivi in tempo utile e soddisfacente.
E tutti hanno ben chiaro che una giustizia lenta è un'ingiustizia.
Riformare le procedure richiede troppe complicazioni e discussioni e di investimenti in strutture e risorse non se ne possono\vogliono fare: come facciamo a far arrivare prima il treno?
Ma spostando un'altra carta!
Se il processo durerà troppo sarà colpa dei magistrati che non sono stati abbastanza veloci. Semplice, no?
Ma è ovvio.. com'è che non ci hanno pensato prima? Sicuramente perché la lobby delle toghe voleva mani libere.
Non importa che da anni la Commissione Europea per l'Efficienza della Giustizia (https://www.coe.int/en/web/cepej) dica che i magistrati italiani sono ai vertici nelle classifiche continentali per carico di lavoro e produttività...
Non importa che la litigiosità sia alle stelle e le procedure siano delle corse a ostacoli piene di bizantinismi...
Non importa che per ogni reato cancellato dall'ordinamento la settimana successiva ne vengano introdotti altri 10, intasando i tribunali e delegando al processo la risoluzione di problemi e conflitti che potrebbero trovare migliore e più rapida soluzione in altri contesti meno formali e impegnativi...
Non importa che da anni si stia delegittimando la magistratura e seminando sfiducia tra la gente, così alimentando il circuito dell'illegalità...
Potrei proseguire, ma credo di avervi annoiato abbastanza con gli argomenti di merito.
Non c'è dubbio che la sfida dell'organizzazione e dell'efficienza resti attuale nella magistratura, ma pensare che i processi diventeranno più veloci minacciando sanzioni ai magistrati è illusorio e pericoloso.
Illusorio perchè i fattori che determinano la lunghezza dei processi sono molteplici e complessi, molti dei quali indipendenti dallo zelo dei magistrati (che comunque da anni sono sotto la lente delle valutazioni quadriennali e di un disciplinare potenziato).
Pericoloso perchè rischia di produrre distorsioni, così come il contenzioso fuori controllo nel settore medico ha prodotto la medicina difensiva...non una medicina migliore.
Avremo dei magistrati forse più preoccupati e sbrigativi, ma non credo che questo significherà anche un miglior servizio giustizia!
Quando il problema è di sistema è ottuso pensare che la soluzione sia puntare il dito contro qualche capro espiatorio.
Smettiamola di litigare su questa famigerata prescrizione (per me un istituto assolutamente sacrosanto) e sforziamoci di fare il possibile per avere un processo giusto in tempi ragionevoli.
Parliamo di notifiche e di difesa effettiva.
Parliamo di ufficio del processo.
Parliamo di riforma dell'accesso alla magistratura: oggi è un concorso incentrato sulla preparazione nozionistica e non consente di selezionare persone che garantiscano anche capacità organizzative.
Parliamo di semplificare le procedure per evitare che ci si difenda dal processo e non nel processo.
Parliamo di pene effettive ma anche e soprattutto di pene alternative, perchè il carcere spesso non risolve nulla.
Parliamo di riti alternativi e incentiviamoli, invece di ridurne lo spazio di utilizzo (come avvenuto di recente, secondo una logica del tutto schizofrenica).
Non cadiamo nei luoghi comuni e nei pregiudizi.
La maggior parte degli avvocati sono persone che cercano di svolgere in modo corretto e fino in fondo la loro fondamentale funzione di difesa dei diritti di chi è sotto accusa.
La maggior parte dei magistrati svolgono il loro mestiere con serietà e sacrifici personali, nell'esclusivo interesse della collettività.
Tutti possiamo e dobbiamo fare ancora meglio, ma ne usciamo insieme e non divisi.. ne usciamo ragionando e non delegittimando o censurando..
La giustizia è malata ma le soluzioni semplicistiche e improvvisate non risolveranno nulla.
Invece di cercare colpevoli, proviamo a spiegare i problemi, ad analizzarli, formuliamo proposte e ragioniamo.
E' una strada più lenta e tortuosa, ma l'unica che ci può condurre fuori dal pantano di questi decenni di polemiche sterili e slogan giudiziari, per incamminarci verso un futuro più responsabile ed equilibrato, in cui tutti possano riscoprire un po' per volta di avere fiducia nella fiducia (persino i magistrati e gli avvocati...).







