"the problems we all live with" di norman rockwell

mercoledì 22 giugno 2011

Bergamo, Padania. Brescia, Europa

ATTO I
dal sito Il Paese Nuovo
18:35 - Bossi: voglio essere giudicato da chi capisce il mio dialetto
Sabato 18 Giugno 2011 17:47
Bergamo - Voglio essere giudicato da chi capisce il mio dialetto: lo ha detto il ministro delle riforme, Umberto Bossi, nel corso della presentazione della nuova sede della scuola superiore della magistratura di Bergamo.
Bossi ha ripercorso le fasi che hanno portato all'istituzione della scuola e ha sottolineato: "le teste dei lombardi devono essere dove ci sono le cose che contano. Questo vale anche per i magistrati e la loro formazione. Qui arriveranno soprattutto quelli della Lombardia. E io mi sento piu' sicuro se mi faccio giudicare da un magistrato che capisce il mio dialetto".
ATTO II
COMUNICATO  STAMPA
ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
Giunta Sezionale di Brescia
La Giunta sezionale dell’A.N.M. di Brescia, con riferimento alle dichiarazioni rese dai Ministri per la Semplificazione Normativa, Roberto Calderoli, e delle Riforme per il Federalismo, Umberto Bossi, che il 17 giugno 2011, in occasione della inaugurazione della sede di Bergamo della Scuola Superiore della Magistratura e alla presenza del Ministro della Giustizia Angelino Alfano, hanno parlato di scuola per i “magistrati padani”, come riportato dalla stampa
precisa
che la Scuola per la Magistratura, istituita con il decreto legislativo n. 26 del 2006 e non ancora avviata, ha, per legge, competenza in via esclusiva in materia di aggiornamento e formazione dei magistrati ed è preposta:
a) all’organizzazione e alla gestione del tirocinio e della formazione degli uditori giudiziari;
b) all’organizzazione dei corsi di aggiornamento professionale e di formazione dei magistrati,
c) alla promozione di iniziative e scambi culturali, incontri di studio e ricerca;
d) all’offerta di formazione di magistrati stranieri, nel quadro degli accordi internazionali di cooperazione tecnica in materia giudiziaria
ricorda
le delibere 31 maggio 2007 e 27 luglio 2010 del Consiglio Superiore della Magistratura in merito ai rischi di una formazione diversificata per aree geografiche, anziché, come auspicato anche dalla magistratura associata, per obiettivi formativi
ribadisce
che le tre sedi, individuate in Bergamo, Firenze e Benevento, sono state istituite per la formazione di tutti i magistrati italiani;
che nessuno può ipotizzare una divisione (o federalizzazione) dei magistrati in “distretti territoriali” senza forzare in modo tanto clamoroso quanto evidente l’assetto costituzionale dello Stato democratico che, per quanto attiene alla magistratura ordinaria, si caratterizza notoriamente per la unitarietà, ancor più nell’attuale contesto, in cui si fa sempre più pressante  la richiesta di una formazione comune dei giudici dei Paesi che fanno parte dell’Unione Europea.
Brescia, 22 giugno 2011
La Giunta sezionale ANM di Brescia

martedì 21 giugno 2011

La Svezia, la fiducia : allargare gli orizzonti

Vorrei condividere con voi almeno qualche spunto dell’esperienza che ho fatto visitando per due settimane gli uffici delle procure svedesi, e in particolare quelle di Stoccolma.
Credo che alcune delle provocazioni che ho raccolto da questo viaggio dovrebbero essere un’occasione per riprendere in mano il coraggio di essere all’avanguardia, di chiedere noi per primi quelle riforme indispensabili per diventare una giustizia moderna nel senso migliore del termine.
Le aggressioni e gli insulti degli ultimi anni hanno comprensibilmente fatto "arroccare" la magistratura per la preoccupazione che  qualsiasi modifica assuma i connotati di una punizione… Questo è possibile e sono il primo a riconoscerlo (vedere la proposta di riforma costituzionale…), ma dobbiamo anche comprendere che se non saremo capaci di essere noi un passo avanti, i cambiamenti arriveranno lo stesso travolgendo anche quello che invece vogliamo difendere e preservare della giustizia e del modello di magistrato che ci consegna la Costituzione.

Anzitutto balza agli occhi quanto il loro sistema sia più snello : solo 50/100 casi all’anno sono decisi dalla Corte Suprema (l’equivalente della nostra Cassazione, che prende circa 400 decisioni al giorno), la quale può respingere gli altri ricorsi senza alcuna motivazione se non l’irrilevanza (vengono decise solo questioni effettivamente nuove o indecise… come se da noi ci fossero solo le Sezioni Unite!)
Ovviamente hanno una criminalità meno complessa e pericolosa (in particolare non conoscono fenomeni mafiosi e la corruzione si riduce a pochi casi isolati), tuttavia hanno investito moltissimo nella specializzazione delle Procure : hanno degli uffici nazionali per reati ambientali, domestici, per quelli economici e per la corruzione; in questo modo hanno creato team estremamente specializzati con forze di polizie addestrate e anche il contributo di altre competenze (hanno dei consulenti economisti ad esempio…). I colleghi sono letteralmente increduli quando gli spiego i pm italiani, salvo quelli delle procure più grandi, si devono occupare di tutto.
Non fanno i processi in contumacia (tanto è vero che Assange è ricercato perché deve rispondere al pm e non perché sia pendente una misura cautelare) e tanto meno quelli contro gli irreperibili ; inoltre non fanno nemmeno il processo se sanno che una persona è già stata condannata per un reato sensibilmente più grave (non cambierebbe di molto la pena e quindi si risparmiano la procedura!).
La prescrizione è breve per esercitare l’azione penale (2/4anni), ma dopo diventa LUNGHISSIMA (10/15 anni di processo… e infatti ha un’incidenza uguale a ZERO, contro le nostre decine di migliaia di processi morti...).
Non conoscono tutte le nostre sanzioni di inutilizzabilità o nullità delle prove : sono sbalorditi dalle nostre regole mentre da loro in sostanza va tutto nelle mani dei giudici che poi valutano. Sono molto preoccupati della sostanza e molto poco attaccati alla forma (mentre da noi sappiamo che è tutta una gara per far sopravvivere la prova…).
Il fascicolo processuale è sempre e sin da subito informatico (compresi tutti gli atti di polizia giudiziaria) e comunque va tenuto presente che la maggior parte dei pubblici ministeri si occupa di non più di 50 indagini in totale: vi lascio immaginare le loro facce quando spiegavo che per noi è normale avere affidate 7/800 indagini (e talvolta sono migliaia…), nonché che siamo responsabili anche di tutte le indagini contro ignoti, oltre al fatto che spesso il peso dei reati che noi trattiamo è assai più consistente.
Potrei continuare con molti altri esempi, ma quello che più di tutti volevo lasciarvi come ultima provocazione riguarda il sistema di reclutamento dei pubblici ministeri (hanno una netta separazione delle carriere e d’altronde nemmeno riescono a immaginarsi i problemi di indipendenza dal potere che noi ben conosciamo).
Non hanno un concorso nazionale, poiché la scrematura iniziale avviene tramite il numero chiuso all’università e i voti: solo i migliori possono accedere a due anni di stage presso i tribunali. A quel punto chi vuol fare il pubblico ministero fa una domanda e la scelta avviene sulla base di colloqui e test di idoneità ; vengono così valutate (da un ufficio del personale interno al procura generale di Stoccolma) molte qualità ritenute indispensabili : equilibrio, capacità di organizzarsi e rapportarsi con gli altri, lavoro sotto stress e altre.
Ora, non dico che tutto possa ridursi a un quiz (come diceva Arbore!), ma se ci fosse la possibilità di sperimentare un sistema di valutazione e selezione che consideri queste qualità… io sarei seriamente a favore ! Sono convinto che spesso un buon pm non sia quello che meglio sa scrivere un trattato di diritto, ma colui che sa coordinare e valorizzare il lavoro delle persone attorno a lui, sopportando stress e pressioni con equilibrio.

Aggiungo, per consolarci, che quasi tutti i colleghi svedesi hanno espresso la loro ammirazione per i pubblici ministeri italiani, immaginandosi le difficili condizioni in cui lavoriamo, sia per i fenomeni criminali che per il contesto istituzionale a loro ben noto. D’altronde è anche evidente che la nostra professionalità nel contrasto a mafia e corruzione e la nostra elaborazione teorica anche con riferimento alle garanzie processuali sono una ricchezza enorme per tutti i paesi europei.

Le differenze sono molte ma quasi tutte si possono ricondurre a un dato culturale di fondo che pervade il sistema svedese ma che qui è totalmente dimenticato : la FIDUCIA.
 Questo è un fattore essenziale per la vita dellle istituzioni che da noi manca per ragioni storiche e culturali ; non mi illudo che cambiando il sistema si possa ritrovare magicamente questo anello, ma allargare i nostri orizzonti ci può fornire tanti spunti di riflessione e di proposte… e avviare un cammino.

At the end of all our exploring we will be where we starter …and know the place for the first time” (T.S. Eliot)
(alla fine di tutto il nostro esplorare, ci ritroveremo dove siamo partiti...e conosceremo quel posto per la prima volta)


martedì 14 giugno 2011

si può fare ?!?

"Si può fare !!!" ...così esclamava il geniale Gene Wilder del cult "Frankestein Junior"...
Ho preferito non scomodare il più impegnativo e retorico "YES WE CAN" di Obama, ma il concetto è quello e non si tratta di una questione di parte o politica in senso basso, ma di un mutamento sociale.
Non devo essere io nel mio ruolo a dare valutazioni al messaggio politico delle amministrative e soprattutto del referendum ; quello che mi pare però davvero epocale è che questa volta, finalmente, i mass media non la fanno da padroni... il quinto potere è stato sconfitto dal sesto potere (diciamo così...) : la rete.
In questo senso sono felice di osservare che sta succedendo qualcosa di simile a quello che ha portato Obama alla poltrona di uomo più potente del mondo : a prescindere dalla eventuali e parziali (e forse inevitabili) delusioni della presidenza di Obama (che però resta un grande segnale di modernità e rinnovamento)... l'analogia sta nel fatto che il consenso ha "by-passato" i grandi media e le lobby, arrivando a travolgere tutto dalla rete.
Da almeno due anni dicevo che l'unica speranza veniva da questo nuovo spazio di conoscenza e incontro : i nuovi cittadini hanno la concreta possibilità (e i giovani anche l'abitudine e l'attitudine) di formarsi un'informazione più indipendente, pluralista e diretta tramite blog, siti, social network, wikileaks, testimonianze dirette su you tube...
Questo è un fatto sociale enorme in un Paese come il nostro, dove tutto sembrava ancora ancorato ai vecchi TG e ai grandi editori.
Se si saprà convogliare questa trasparenza in partecipazione attiva e costruttiva (e non si scadrà in una forma di anti-politica demagogica in cui purtroppo ultimamente pare caduto Beppe Grillo) , potremo veramente prosegire un percorso di rinnovamento sociale e culturale, prima che politico.

SI PUO' FARE !!!

sabato 11 giugno 2011

quel che resta del legittimo impedimento... è comunque troppo

E' ancora importante andare a votare per l'abrogazione delle norme sul legittimo impedimento , anche se la Corte Costituzionale le ha già significativamente modificate...?

La legge n. 51/2010 fu esplicitamente approvata per mettere una pezza alla falla che si era creata con la cancellazione del lodo Alfano, ovvero delle norme che sospendevano i processi per le prime tre cariche dello Stato (tra cui, guarda un pò, quella del Presidente del Consiglio). 

La Corte Costituzionale disse che non si potevano violare il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge senza una norma di rango costituzionale, ovvero votata da un'ampia maggioranza con procedure particolari, volte a garantire il coinvolgimento delle opposizioni e/o il consenso dei cittadini tramite referendum. 

Il rischio di lasciare senza copertura il premier portò in fretta e furia alla legge sul legittimo impedimento , che mirava a dare comunque una possibilità di sospendere "di fatto" i procedimenti sgraditi in attesa di realizzare un lodo Alfano costituzionale (l'unica strada per chiudere del tutto la partita e non rischiare nuove censure dalla Corte).

Mettiamo subito in chiaro che il legittimo impedimento nel nostro ordinamento esiste già : è un istituto che garantisce la partecipazione dell'imputato e del suo difensore al processo, così che se uno di loro documenta un impedimento reale e assoluto il processo non può celebrarsi e deve essere rinviato.

La legge in discussione consentiva però al Presidente del Consiglio (e ai ministri) di ottenere un rinvio del processo facendo certificare dalla Presidenza del Consiglio (o dai rispettivi Ministeri) il fatto che erano impegnati in particolari attività istituzionali : la valutazione della LEGITTIMITA' dell'impedimento era cioè lasciata di fatto all'imputato stesso e non rimessa alla decisione del Giudice.

Questo sistema, che realizzava anche una violazione della divisione tra poteri oltre che del principio di uguaglianza, è stato sostanzialmente "disinnescato" dalla sentenza della Corte Costituzionale, la quale ha correttamente ridato al Giudice il potere di valutare il legittimo impedimento addotto dalla parte e di scegliere se rinviare o meno. 
In poche parole : rispettare le prerogative e gli impegni istituzionali dei membri del Governo non può voler dire sacrificare del tutto la possibilità che la giustizia compia il suo corso.

Oggi quindi è stato ristabilito un equilibrio teoricamente accettabile: perché allora cancellare anche quel che resta del legittimo impedimento ?
Credo che l'importanza e il significato di una vittoria dei "SI'" sarebbero soprattutto simboliche: un messaggio dei cittadini ai loro governanti con il quale si ricorda loro che la legge è uguale per tutti e che gli italiani non sono dei sudditi.
D'altronde se è vero che molti ordinamenti prevedono immunità per gli esponenti del potere legislativo ed esecutivo, è anche vero che nessun altro Paese occidentale conosce i livelli di corruzione e di collusione con la criminalità organizzata del nostro sistema politico (e questo lo ha confermato anche di recente Pisanu, membro del PDL e Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia). 
A ciò si aggiunga che in Italia le autorizzazioni a procedere (quando esistevano ancora) e l'autorizzazione agli arresti (vedi Cosentino) non sono stati degli strumenti per trovare equilibrio tra i poteri ed evitare persecuzioni politiche...ma si sono trasformate di fatto in uno strumento di impunità della classe dirigente.

Leggi come quella sul legittimo impedimento seminano ambiguità, portano disuguaglianza e affermano impunità , mentre l'Italia ha bisogno di trasparenza, credibilità e legalità.

domenica 5 giugno 2011

Politica e giustizia, dubbi post elettorali

1) De Magistris:

Credo che dobbiamo fargli tutti gli auguri, sperando che riesca a rinnovare e ripulire la gestione della cosa pubblica a Napoli. Il suo successo personale non si discute, ma questo non mi toglie il pensiero che rappresenti una anomalia. Anomalo non perché magistrato che fa politica (a me semmai non vanno quei magistrati che dopo aver fatto politica tornano a esercitare la giurisdizione), ma perchè magistrato che arriva alla politica sull’onda del clamore di alcune sue specifiche inchieste (nemmeno concluse). Io ero e resto tra quelli che credono che sia statoostacolato nelle sue indagini perché andava a scomodare poteri forti (e loschi) e che il Csmavrebbe dovuto distinguere tra chi ha condotto inchieste in buona fede commettendo (in ipotesi) errori tecnici, da chi invece emergeva compromesso con poteri locali e collusioni imbarazzanti. Ma resta anomalo e in parte mi preoccupa che la politica possa diventare (parafrasando Von Clausewitz) la continuazione delle indagini con altri mezzi. Forse è una stortura inevitabile e persino utile in un paese in cui la legalità non é scontata? Però mi lascia ugualmente qualche disagio e dovremmo tutti sperare di andare verso un futuro nel quale difendere la legalità sia presupposto di ogni parte politica: ciò sarà possibile forse solo quando avremo ridimensionato (se non sconfitto) corruzionecriminalità organizzata, poiché questi non sono solo fenomeni criminali, ma anche di potere(e diventa quindi difficile che inchieste giudiziarie non abbiano quanto meno una possibile valenza politica, pur non muovendosi con intenti politici).

2) Alfano:

Può un Ministro della Giustizia, con un settore al collasso come il nostro, fare anche ilcoordinatore unico nazionale di un grosso partito, come riferiscono i quotidiani? Sono funzioni compatibili per impegno e per caratterizzazione politica del ruolo? Io credo che il Guardasigilli dovrebbe essere uno dei ministri più “istituzionali” e meno “politici” (nel senso fazioso del termine) del governo. Il che aiuterebbe magari a discutere in maniera seria e serena di riforme. Va bene, lo so, questa è una domanda retorica e poi in Italia non sempre basta il ruolo istituzionale per indurre i protagonisti a comportamenti sobri e congrui, ma a me piace pensare a volte che potremmo diventare un paese normale, dove, ad esempio, il Ministro della Giustizia non incontra i difensori del premier in un processo in corso.

Che ci posso fare se sono un inguaribile e ingenuo idealista?

A certe cose non voglio abituarmi mai.

mercoledì 1 giugno 2011

Politica e Giustizia : dubbi post-elettorali


Politica e giustizia, dubbi post elettorali
1) De Magistris:

Credo che dobbiamo fargli tutti gli auguri, sperando che riesca a rinnovare e ripulire la gestione della cosa pubblica a Napoli. Il suo successo personale non si discute, ma questo non mi toglie il pensiero che rappresenti una anomalia. Anomalo non perché magistrato che fa politica (a me semmai non vanno quei magistrati che dopo aver fatto politica tornano a esercitare la giurisdizione), ma perchè magistrato che arriva alla politica sull’onda del clamore di alcune sue specifiche inchieste (nemmeno concluse). Io ero e resto tra quelli che credono che sia statoostacolato nelle sue indagini perché andava a scomodare poteri forti (e loschi) e che il Csmavrebbe dovuto distinguere tra chi ha condotto inchieste in buona fede commettendo (in ipotesi) errori tecnici, da chi invece emergeva compromesso con poteri locali e collusioni imbarazzanti. Ma resta anomalo e in parte mi preoccupa che la politica possa diventare (parafrasando Von Clausewitz) la continuazione delle indagini con altri mezzi. Forse è una stortura inevitabile e persino utile in un paese in cui la legalità non é scontata? Però mi lascia ugualmente qualche disagio e dovremmo tutti sperare di andare verso un futuro nel quale difendere la legalità sia presupposto di ogni parte politica: ciò sarà possibile forse solo quando avremo ridimensionato (se non sconfitto) corruzionecriminalità organizzata, poiché questi non sono solo fenomeni criminali, ma anche di potere(e diventa quindi difficile che inchieste giudiziarie non abbiano quanto meno una possibile valenza politica, pur non muovendosi con intenti politici).

2) Alfano:

Può un Ministro della Giustizia, con un settore al collasso come il nostro, fare anche ilcoordinatore unico nazionale di un grosso partito, come riferiscono i quotidiani? Sono funzioni compatibili per impegno e per caratterizzazione politica del ruolo? Io credo che ilGuardasigilli dovrebbe essere uno dei ministri più “istituzionali” e meno “politici” (nel senso fazioso del termine) del governo. Il che aiuterebbe magari a discutere in maniera seria e serena di riforme. Va bene, lo so, questa è una domanda retorica e poi in Italia non sempre basta il ruolo istituzionale per indurre i protagonisti a comportamenti sobri e congrui, ma a me piace pensare a volte che potremmo diventare un paese normale, dove, ad esempio, il Ministro della Giustizia non incontra i difensori del premier in un processo in corso.

Che ci posso fare se sono un inguaribile e ingenuo idealista?

A certe cose non voglio abituarmi mai.

mercoledì 25 maggio 2011

L'onesto fuorilegge

"Devi Essere Onesto per Vivere Fuori Legge"

Bob Dylan è un fuorilegge.
...ma se che il fuorilegge poetico e coraggioso, quello che sta dalla parte giusta e che va oltre e in mezzo alle regole per rispondere a principi più alti..., quel fuorilegge deve essere onesto.
Deve avere la fedeltà dell'onesto alla verità.


Noi viviamo tempi in cui dietro la legge e dentro la legge si nasconde invece l'interesse del forte, del furbo e del potente...
E' soprattutto per questo, e non solo perché oggi Dylan compie 70 anni, che abbiamo bisogno di ricordarci le sue parole, la sua poesia, i suoi sogni, le sue accuse, le sue provocazioni.





lunedì 23 maggio 2011

23 maggio 1992 - 2011 : ricordare perché non accada mai più

"Temo che la magistratura torni alla vecchia routine: i mafiosi che fanno il loro mestiere da un lato, i magistrati che fanno più o meno bene il loro dall'altro, e alla resa dei conti, palpabile, l'inefficienza dello Stato"
(Cose di Cosa Nostra, intervista a Giovanni Falcone)

Il 23 maggio di 19 anni fa Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo venivano uccisi dal tritolo della mafia nella terra cui avevano dedicato la loro vita.

Ricordare la storia è un omaggio a chi è morto per fare il suo dovere, ma anche l'unico modo per evitare di ripeterla...

Speriamo che nel futuro ci sia un Paese in cui sono le istituzioni tutte a combattere mafia e illegalità : questo compito non deve essere lasciato solo a pochi "eroi", ma è dovere di tutte le persone perbene.


sabato 21 maggio 2011

MENO FIGLI ...E MENO LAVORO : I CONTI NON TORNANO

Internazionale ha pubblicato una statistica dell'Ocse che fotografa e mette a confronto due dati : il livello di occupazione femminile e il numero di figli per donna.


Il dato interessante è che tendenzialmente i paesi con alte percentuali di occupazione sono anche quelli con un più alto numero di figli... come a dire : l'ostacolo ad avere figli non è l'impegno lavorativo della donna ma la mancanza di sostegno pubblico (asili, permessi, scuola a tempo pieno...).


Ecco alcune cifre


In Norvegia lavora il 74,4 % delle donne e hanno 2 figli ciascuna.
In Svezia sono occupate il 70,2 % delle donne e hanno 1,9 figli in media.
In Italia il tasso di occupazione femminile è un desolante 46,4 %, accompagnato da 1,4 figli per donna.


Sono cifre su cui riflettere, non solo per diventare un paese che davvero valorizza il ruolo della donna nel mondo del lavoro e in generale la sua partecipazione alla vita pubblica... ma anche perché la crescita demografica è un elemento pressoché decisivo per poter pensare di crescere anche economicamente.


La crescita e il ringiovanimento della popolazione sono alcune delle ragioni strutturali che hanno consentito agli Stati Uniti di restare un paese trainante per lungo tempo. 
Il migrante di solito fa più figli ed è particolarmente motivato per migliorare la sua condizione sociale, garantendo sacrifici e impegno per il progresso che molti figli del benessere non hanno alcuna intenzione o interesse a mettere in campo, potendosi "sedere" sulle ricchezze dei padri.


E il ringiovanimento non è solo forza lavoro di basso livello, ma si trasforma anche in capacità di innovazione, altro terreno chiave per le prospettive di ogni paese ed economia.


Ridare dignità e spazio alle donne come SOGGETTI (e non oggetti) è necessario per uscire dal pantano nel quale siamo finiti.



venerdì 20 maggio 2011

Le stragi del 1992 : una storia per un popolo maggiorenne

“Non ebbe la possibilità di portare a compimento le sue potenzialità ed è per questo che la sua memoria insegue e stimola così tanti di noi. Perché voleva che il lavoro fosse portato a termine, perché era spesso impaziente e combattivo.”
                                        (Robert Kennedy e il suo tempo, A.M. Schlesinger)                                       

Queste parole, che in realtà si riferiscono a Robert Kennedy, mi vengono in mente quando penso alle vite delle due figure simbolo della battaglia contro la mafia: Paolo Borsellino e Giovanni Falcone... e mi ricordano perché questi due uomini hanno significato tanto per me, facendomi desiderare di fare il mestiere che faccio, e per tutti coloro che sono mossi dal desiderio e dal sogno di un paese migliore, libero dalla corruzione e dall’illegalità, un paese che offra opportunità a tutti e che non abbia bisogno di eroi ma solo di persone oneste che facciano la loro parte per il bene della collettività.
Falcone e Borsellino vennero uccisi tuttavia perché almeno un capitolo fondamentale del loro lavoro lo avevano portato a compimento: il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione confermava gli ergastoli del processo istruito per anni dal pool di Palermo decretando così il successo della strategia di Paolo e Giovanni, che ebbero la capacità e l’audacia di processare per la prima volta la mafia come sistema unitario, come organizzazione verticistica e di potere, quella raccontata da Buscetta e da tutti gli altri collaboratori che si erano decisi a rispondere alle domande degli inquirenti, forse percependo che la parte sana dello Stato poteva davvero vincere la guerra.
Subito dopo quella storica sentenza Cosa Nostra reagiva uccidendo Salvo Lima, potente senatore andreottiano simbolo di una stagione politica che aveva usato la mafia per raccogliere consenso permettendo a questa di prosperare con i suoi affari. Con l’assassinio di Lima i “corleonesi” stavano dicendo che quell’epoca era terminata, che il patto era sciolto e la partita si riapriva.
A scombinare i piani era stato lo stesso Falcone, che agendo dal suo ufficio all’interno del Ministero della Giustizia fece in modo che il collegio decisivo non fosse presieduto dal giudice Carnevale, assolto nel 2002 dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa dopo una condanna a 6 anni in appello.

Ma torniamo al 1992 e facciamo un breve cronistoria.
Ø Il 30 gennaio la Corte di Cassazione conferma gli ergastoli alla cupola di Cosa Nostra
Ø Il 12 marzo Salvo Lima viene ucciso a Palermo
Ø Il 5 aprile le elezioni politiche decretano il successo del Partito Socialista, l’avanzata della Lega Nord, e la regressione della DC, sotto al 30%, anche per lo perdita del bacino di voti assicurato dalla mafia
Ø Il 23 maggio una carica di tritolo degna di una paese in guerra uccide Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti di scorta
Ø L’emozione e lo shock generati dalla strage di Capaci sbloccano la situazione politica e il 26 maggio viene eletto a sorpresa Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro
Ø Il 19 luglio un’autobomba uccide Paolo Borsellino e la sua scorta in via D’Amelio

Non è possibile adesso ripercorrere in maniera esaustiva la storia di questi eventi e delle indagini che sono seguite e quindi mi limiterò a sollevare due questioni per la nostra riflessione:
1.      la prima:
Falcone e Borsellino non vennero uccisi solo per quello che avevano fatto, ovvero il maxiprocesso, ma anche per quello che volevano ancora fare… ovvero la guerra al terzo livello, alla borghesia mafiosa, alla struttura di potere ed economica che teneva (e tiene) i fili della grande criminalità organizzata e della corruzione in Italia, manovrando appalti, spostando voti alle elezioni, inquinando il libero mercato attraverso il riciclaggio di denaro sporco…
2.     la seconda:
Sebbene le due stragi siano intimamente connesse, le indagini hanno fatto comprendere come l’attentato di via D’Amelio non sia stato solo e semplicemente il secondo capitolo della vendetta iniziata a Capaci.
Vi sono troppi interrogativi rimasti aperti, troppe tracce parlano del coinvolgimento di parti dello stato che potrebbero aver usato Cosa Nostra per fare un lavoro gradito e utile non soltanto a Cosa Nostra. Per non parlare della scomparsa dell’agenda su cui Paolo Borsellino annotava gli appunti più riservati e delicati delle sue investigazioni.

Le stragi del 1992 non possono essere relegate nella sola storia criminale di questo Paese, o raccontate esclusivamente nelle pagine di cronaca giudiziaria… oppure ridotte a fenomeno meridionale.
Nel 1993 gli attentati di Roma, Milano e Firenze, che oggi sappiamo essere stati opera di Cosa Nostra, riportarono in Italia un clima che si pensava appartenere al passato, e ciò accadeva proprio mentre le indagini di Mani Pulite, esplose nel 1992, svelavano l’oscena corruzione del potere politico in Italia decapitando un’intera classe dirigente.
La concomitanza di questi eventi, qualche anno dopo il crollo del muro di Berlino, non era causale e non rappresentava soltanto la drammatica fine di una fase storica: in quegli anni e con il sangue delle stragi di Capaci e via D’Amelio si stavano decidendo gli assetti di potere futuri e in particolare il rapporto tra mafia e potere politico.

La morte di Falcone e Borsellino e l’omicidio di Lima, pur nei loro significati opposti, erano tutti sintomatici di una sfida lanciata ai massimi livelli: i corleonesi, che in quel momento guidavano la cupola con Riina, volevano dimostrare la loro forza e al contempo far capire ai vecchi referenti politici che la situazione stava cambiando.
Si rivelò una strategia folle, e che infatti in seguito Provenzano abbandonò: lo Stato, che da sempre aveva volentieri stretto taciti e inconfessabili accordi con la mafia sottobanco con reciproco beneficio, non poteva non dare segni di reazione di fronte a eventi così clamorosi: si giunse così a una nuova legislazione antimafia (dall’inasprimento del 41bis alle norme sulla confisca dei beni) e alla straordinaria stagione del pool di Palermo diretto da Caselli, che conseguì risultati eccezionali.
Ecco la fotografia che di questo passaggio fece il Procuratore Aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato in una relazione letta a Palermo il 19 febbraio 2005:
Nella crisi degli assetti della classe dirigente della prima Repubblica, si apriva agli inizi degli anni Novanta una parentesi storica […] durante la quale il sistema di potere nazionale perdeva  temporaneamente il controllo di alcuni sottosistemi strategici, quale quello dell’ amministrazione della giustizia.
Per la prima volta nella storia del paese, la magistratura operava come una variabile indipendente dal sistema politico, inverando nella prassi il dettato costituzionale dell’indipendenza dell’Ordine giudiziario, rimasto sino ad allora  virtuale affermazione di principio.
Per alcuni anni […] il pianeta mafia ruotando su se stesso ha mostrato pienamente per la prima volta entrambe le sue facce – quella della mafia militare e quella della mafia borghese , che si sono rivelate l’una il rovescio dell’altra, componenti dello stesso sistema di potere.

Ma proprio quando ci si incominciava ad avvicinare alle stanze dei bottoni, il clima sociale e politico cambiava nuovamente.
Il Paese ebbe una sorta di crisi di rigetto e quella stagione di successi giudiziari e di rinascita morale che poteva preludere a un vero ricambio della classe dirigente si interruppe: gli entusiasmi verso le indagini divennero diffidenza, il sostegno per le procure si trasformò in sospetto, la fiducia nella magistratura fu spazzata via da una stagione di violenta e volgare delegittimazione che ancora oggi pare non aver terminato il suo lavoro di erosione ed isolamento dell’ordine giudiziario.

Ricordiamoci di questo: la consapevolezza e la presa di posizione dell’opinione pubblica a favore della legalità sono condizioni necessarie perché il disegno della nostra Carta Costituzionale si realizzi pienamente e la magistratura sia davvero soggetta solo alla legge e non subordinata o intimidita o limitata da un potere politico che vuole le mani libere e quindi non sopporta che si indaghi sul fenomeno della corruzione nella pubblica amministrazione, sulle ruberie delle ricchezze pubbliche o sulla connivenza della classe dirigente politica ed economica con la criminalità organizzata.
Quando è la gente per prima a non voler più cercare la verità, a non pretendere più giustizia uguale per tutti, allora la magistratura si ripiega in sé stessa e la sua possibilità di fare luce e fare giustizia è fortemente ridotta.
La giustizia italiana necessita riforme così come la magistratura, ma un Paese democratico deve avere la forza e la lucidità per riformare il sistema preservando quel bene fondamentale per la collettività (e non solo per i magistrati) che è rappresentato dall’indipendenza del potere giudiziario. E soprattutto delle Procure, vero motore della giurisdizione e del controllo di legalità.

Alla vigilia delle elezioni del 27 marzo 1994, vinte da Berlusconi e dalla formazione politica creata in pochi mesi da Dell’Utri, Cosa Nostra era sul punto di entrare direttamente in politica, anche approfittando delle praterie lasciate libere da Mani Pulite, con un partito di tipo secessionista sul modello della Lega Nord.
Questo progetto fu poi abbandonato ma solo per tornare allo schema più classico, ovvero quello della ricerca di uno (o più) referenti politici a cui affidare gli equilibri di potere e gli enormi interessi economici della mafia.
È in questo quadro inquietante che si inserisce la vicenda non ancora chiarita delle trattative segrete che vi sarebbero state tra Cosa Nostra e parti delle istituzioni, iniziate ancor prima probabilmente della strage di via D’Amelio, cui si sarebbe giunti anche perché il Procuratore Borsellino non ostacolasse questa possibilità di accordo.

Il  personaggio interpretato da Gian Maria Volontè nel film “Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” usa una frase suggestiva per spiegare che la massa non può e non deve sapere tutto: “il popolo è minorenne” …

Vogliamo essere un popolo di minorenni, vivere da cittadini inconsapevoli che credono ci sia democrazia e libertà solo perché di tanto in tanto possiamo andare a votare, magari senza nemmeno poter esprimere una preferenza ?
Oppure vogliamo davvero scoprire cosa è accaduto tra il 1992 e il 1994, così che il futuro della nostra democrazia e delle nostre istituzioni non rischi di poggiare le sue fondamenta in un terreno corrotto e inquinato ?

Non si tratta di tifare per questa o quella indagine: la magistratura, come tutte le istituzioni, ha bisogno di fiducia e rispetto, non di supporters… Bisogna restare cauti e andare avanti, sapendo che  quando lo Stato torna forte e autorevole è più facile andare fino in fondo.

Ma, come dicevo all’inizio, le stragi del 1992/1993 non sono soltanto storie criminali; non si tratta soltanto di gravissimi reati… sono vicende che hanno determinato gli assetti del potere e la vita delle istituzioni democratiche : per questo le risposte non possono e non devono essere cercate solo nelle indagini giudiziarie.
La storia, il giornalismo e la politica devono assumersi le loro responsabilità.
Il popolo deve chiedere e pretendere di diventare maggiorenne ed essere trattato come tale.