Le intercettazioni sono uno mezzo di ricerca della prova molto invasivo e potente; una dolorosa e necessaria violazione della segretezza delle comunicazioni (garantita dalla Costituzione) che è ammissibile solo nel rigoroso rispetto delle regole e per la tutela di beni fondamentali.
Anzitutto le intercettazioni possono essere fatte nel nostro ordinamento soltanto per reati gravi (quelli puniti con superiore a 5 anni, oltre ad alcuni altri specificamente elencati). Ma soprattutto il Giudice per le Indagini Preliminari può autorizzare il Pubblico Ministero a procedere con tale attività di indagine soltanto se vi sono già gravi indizi di reato e se l'intercettazione chiesta è assolutamente indispensabile per la prosecuzione delle indagini.
Questo è il primo grande argine contro qualsiasi abuso: la magistratura deve essere la prima ad applicare con responsabilità ed equilibrio questo strumento, evitando che diventi solo una scorciatoia investigativa quando magari sarebbe possibile (e quindi doveroso) esperire prima altre strade.
Questa necessità di mantenere alta l'attenzione per un uso corretto e mirato delle intercettazioni non può però consentire nessun cedimento circa l'importanza che tale strumento resti e non sia tra l'altro limitato soprattutto a indagini di criminalità organizzata, come talvolta qualcuno ha proposto: in Emilia Romagna, se voglio colpire fenomeni di crimine del potere mi è più utile poter intercettare per riciclaggio e frodi fiscali che per associazione mafiosa...
L'ascolto delle telefonate è spesso il grimaldello principale per scardinare sistemi di corruzione, lo strumento che consente all'autorità giudiziaria di svelare il potere osceno, come lo chiama Roberto Scarpinato ne "Il ritorno del Principe".. ovvero il potere dietro la scena, quello segreto e dietro le quinte che vive troppo di frequente attraverso dinamiche patologiche corruttive, traffici illeciti di influenze, elusione delle regole e asservimento a centri di interessi illeciti e predatori.
Il carattere clandestino della criminalità del potere (compresa quella mafiosa) rende assolutamente indispensabile ricorrere in taluni casi all'intercettazione.
La capacità di controllo di legalità su questi fenomeni di criminalità non comune è fondamentale per realizzare un effettivo bilanciamento dei poteri, in cui la magistratura non sia mero strumento di mantenimento dello status quo nell'interesse dei potenti, ma ordine davvero autonomo e indipendente, capace di indagare le condotte delittuose anche (e vorrei dire soprattutto, pensando all'articolo 54 Cost.) del potere politico ed economico. O siamo capaci di verificare che anche i potenti rispettino le leggi o diventeremo "leoni sotto al trono", utili solo per controllare delinquenti comuni e emarginati, lasciando nell'impunità coloro che inquinano e corrompono la vita democratica ed economica del nostro Paese.
Senza dimenticare che nessun altro in occidente ha i nostri tassi di corruzione uniti alla presenza diffusa e penetrante della criminalità di stampo mafioso.
Se lo strumento di indagine va difeso e applicato con rigore, si tratta invece di trovare un punto di equilibrio tra il diritto\dovere a essere informati e la tutela della riservatezza delle conversazioni private, e con essa della dignità delle persone coinvolte.
Un bavaglio che mirasse a lasciare nell'oscurità il potere osceno sarebbe inaccettabile. Però invece è possibile trovare un bilanciamento trasparente, affidando all'autorità giudiziaria (nel contraddittorio anche con le difese) la responsabilità di determinare quali siano le intercettazioni rilevanti per il processo e quali non lo siano.
Se la conversazione è rilevante allora non se ne potrà vietare la divulgazione, potendosi al limite disporre che questa avvenga solo e soltanto al termine delle indagini, per evitare gogne mediatiche affrettate e valutazioni superficiali.
Se la conversazione è irrilevante, questa deve essere distrutta e qualsiasi pubblicazione andrà vietata e punita, perché violerebbe principi fondamentali non più in ragione della tutela della collettività ma solo per consentire morbose attenzioni che nulla hanno a che vedere con un'informazione consapevole.
Questo delicato equilibrio è possibile già oggi, come dimostra la nota circolare Spataro di cui i giornali hanno parlato diffusamente in queste settimane.
Il senso di responsabilità dei magistrati è fondamentale, ma occorre anche una classe di giornalisti che dimostri la propria serietà e professionalità (e un'ordine vigile).
Ultimo e non ultimo, dobbiamo interrogarci su tutti noi, cittadini e lettori che usufruiscono dei media.
Fino a quando premieremo un giornalismo morboso, fatto di gossip, pregiudizi e gogne, la nostra domanda di fango troverà spesso qualcuno disposto all'offerta.
Cerchiamo un'informazione seria e documentata.
Seguiamo i dibattimenti piuttosto che i pettegolezzi sulle indagini.
Inseguiamo chi pone domande scomode e non chi ci offre facili risposte o capri espiatori per la nostra falsa indignazione.
"Mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi ci governa" (Ennio Flaiano) // "La Costituzione: ciò che ci siamo dati nel momento in cui eravamo sobri, a valere per i momenti in cui siamo sbronzi." (G. Zagrebelsky)
"the problems we all live with" di norman rockwell
giovedì 14 aprile 2016
giovedì 3 marzo 2016
La GRANDE TENTAZIONE: POTERE o LIBERTA'?
La vicenda che vede contrapposta l’Apple e l’FBI sta
facendo discutere molto e credo che valga la pena soffermarvisi perché rappresenta
un ottimo banco di prova per ragionare sul rapporto tra potere e libertà.
I fatti in sintesi: gli investigatori americani hanno
chiesto al colosso di Cuppertino di sbloccare un iphone sequestrato al presunto colpevole di un grave fatto
terroristico. Tim Cook (amministratore delegato di Apple) ha risposto che non
possono aderire a questa richiesta perché creerebbero una sorta di “porta di
servizio” (back door nella vignetta…)
che sarebbe poi utilizzabile e violabile anche per tutti gli altri telefoni che
utilizzano il medesimo software. In sostanza, secondo i tecnici, non sarebbe
possibile fare una breccia nel sistema di quel singolo telefono senza che tale
crepa nel sistema di sicurezza possa essere usato poi di fatto anche in tutti
gli altri centinaia di milioni di apparecchi. Cook sostiene che dovrebbe
consegnare all’FBI una sorta di pass-partout
che metterebbe a repentaglio la sicurezza e la privacy di milioni di cittadini.
E’ un’esagerazione? Stiamo sacrificando la nostra sicurezza
per delle fobie da grande fratello?
Nessun dubbio che se fosse possibile entrare solo in
un telefono, questa operazione sarebbe ben giustificata e legittima per l’autorità
che persegue quel grave delitto.
Ma la questione pare essere proprio questa: resta
giusto aprire quella back door anche
se facendolo si rende possibile la violazione della privacy di tutti e anche ad altri fini che non siano di giustizia?
La risposta è necessariamente (e forse amaramente)
no.
Non è giusto dare un così grande potere che poi
potrebbe essere usato in modo indiscriminato.
Non è giusto perché non esiste alcuna garanzia certa
che un simile potere, così grande e appetibile, sarebbe usato solo per fini
legittimi e limitati e che non finirebbe prima o poi nelle mani sbagliate…
ovvero, seguendo la perfetta allegoria della vignetta, hackers predatori di
dati privati, regimi repressivi interessati a controllare tutti e chissà chi
altro ancora e per che cosa…
Montesquieu elaborò il noto principio della
separazione dei poteri proprio perché si rese conto di una verità sempre valida
per l’uomo: il potere se non trova limiti finisce per abusare di se stesso.
L’accesso alle informazioni private di milioni di
persone è un’attrazione troppo forte e potente per non sollevare il legittimo
timore che le mani sbagliate finirebbero su di un simile pericoloso tesoro.
Forse il paragone vi suonerà esagerato, ma sarebbe
come aver costruito un’enorme arma di distruzione di massa che può colpire
milioni di persone ovunque nel mondo e che può finire in mano a pirati di
internet o polizie segrete di regimi dittatoriali (il pensiero corre veloce e
doloroso all’Egitto in questi giorni).
Sentirete dire un seducente tranello, a volte
ripetuto o invocato in buona fede: “ma in
questo caso il potere sarà utilizzato per un fine giusto!” … no. Non è una
clausola che ci preservi dai rischi di abuso del potere che vi ho detto.
Lo sapeva bene anche Tolkien: il potere dell’anello
era così potente da poter essere portato solo da un essere semplice e umile… e
anche in quel caso comunque il fine doveva essere distruggerlo perché un simile
magnete avrebbe risucchiato ogni buona volontà… Chi conosce la storia si
ricorderà bene che neanche il personaggio più buono e saggio della saga (Gandalf)
osa prendere l’anello, capendo che un tale potere lo avrebbe cambiato.
L’FBI oggi chiede quella chiave con un intento
giusto, che capisco meglio di molti altri perché il mio mestiere è anche quello
di cercare le prove dei reati e vi garantisco che conosco la frustrazione di
sapere dove sarebbe una prova decisiva ma di non poterla carpire per rispettare
la legalità
La legalità è un limite? Certo. Ci lega le mani a
volte… Ma è il baluardo contro gli abusi e ci ricorda che non esiste un fine
che possa giustificare mezzi che contraddicono i diritti e le libertà.
La paura del terrorismo e di un mondo insicuro e
irrazionale ci può spingere verso scelte illiberali per sentirci protetti, ma
non esistono scorciatoie.
Per fare un esempio questa volta storico: pensate a
come le istanze di giustizia e libertà si siano depravate in Robespierre, che
una volta ritrovatosi pieno di potere ne abusò.
La sicurezza è importante, ma una civiltà moderna e
liberale deve trovare vie equilibrate e rispettose dei diritti per garantirla.
E il primo modo per garantire la sicurezza è aumentare la giustizia. Allora
aumenteranno anche le speranze di pace.
lunedì 11 gennaio 2016
CLANDESTINITA': il DIRITTO PENALE NON E' la SOLUZIONE
Uno dei grandi equivoci del dibattito pubblico su molti problemi è che la risposta possa venire da una legge (nuova o da riformare) e in particolare da una norma di diritto penale.
Il diritto penale però è per un verso uno strumento estremamente pesante e grave e per altro verso è molto impegnativo azionarlo perché la sanzione può essere applicata solo all'esito di procedure giustamente molto garantite.
In questi ultimi giorni si dibatte ad esempio della possibilità che venga depenalizzato il c.d. reato di clandestinità e si è quindi anche scatenata una violenta polemica contro chi sostiene tale prospettiva.
Ovviamente è legittimo ed anzi doveroso che il governo prenda misure di tipo amministrativo per regolare e gestire il fenomeno dell'immigrazione, eventualmente anche sanzionando in modo rigoroso chi violasse le norme.
Tuttavia non si può non condividere le opinione espresse dal Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti (e poi anche dall'ANM tra gli altri) sul fatto che tale depenalizzazione sia la scelta migliore.
Il reato di clandestinità è inutile quando non ingiusto, inefficace e dannoso per le indagini contro scafisti e tratta degli essere umani.
E' inutile perché non ha alcuna efficacia deterrente risolvendosi in una mera sanzione pecuniaria (€ 5000) che nessuno pagherà e che nessuna saprebbe comunque riscuotere (il sistema non riesce nemmeno a recuperare le sanzioni pecuniarie contro i cittadini italiani, figuriamoci l'immigrato clandestino senza fissa dimora e senza un soldo in tasca).
E' una minaccia solo virtuale ed esibita che non ferma nessuno dall'imbarcarsi per cercare una vita migliore o di fuggire da contesti di grave pericolo e disagio.
E' ingiusto perché è un reato che colpisce ciò che si è e non quello che si è fatto.
Il diritto penale dovrebbe punire solo i comportamenti, da chiunque posti in essere, che concretamente offendano un bene giuridico tutelato dalla Costituzione (vita, salute, patrimonio, sicurezza, ecc...), mentre in questo caso si colpisce di fatto in modo preventivo chi entra senza rispettare le regole col pregiudizio che poi potrebbe commettere reati.
La mera violazione della regola per entrare nel nostro territorio può essere presidiata da sanzioni, ma amministrative e non penali... tra l'altro assai più semplici da applicare perché meno garantite e quindi anche più immediate.
E' infine un reato dannoso per le indagini contro scafisti e tratta degli essere umani perché fa diventare indagati e poi imputati le persone offese e i testimoni di tali gravissimi crimini, impedendo così quasi sempre che ci possa essere una collaborazione con gli investigatori per risalire ai veri responsabili e ai veri delinquenti che sfruttano la disperazione di queste persone.
Appare poi evidente che di fronte a un fenomeno epocale che riguarda centinaia di milioni di persone del sud del mondo, pensare di poterlo arginare o risolvere con una multa (o anche un arresto) è illusorio ed anzi risibile.
Il diritto penale è un'arma pesante, sofisticata e complicata da usare solo nei casi veramente necessari e per le condotte concretamente offensive e pericolose.
I paesi che usavano (o usano) lo strumento penale per fare prevenzione e per mandare messaggi ai cittadini non sono stati di diritto e paesi liberali e nessuno di noi vorrebbe viverci.
Il diritto penale però è per un verso uno strumento estremamente pesante e grave e per altro verso è molto impegnativo azionarlo perché la sanzione può essere applicata solo all'esito di procedure giustamente molto garantite.
In questi ultimi giorni si dibatte ad esempio della possibilità che venga depenalizzato il c.d. reato di clandestinità e si è quindi anche scatenata una violenta polemica contro chi sostiene tale prospettiva.
Ovviamente è legittimo ed anzi doveroso che il governo prenda misure di tipo amministrativo per regolare e gestire il fenomeno dell'immigrazione, eventualmente anche sanzionando in modo rigoroso chi violasse le norme.
Tuttavia non si può non condividere le opinione espresse dal Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti (e poi anche dall'ANM tra gli altri) sul fatto che tale depenalizzazione sia la scelta migliore.
Il reato di clandestinità è inutile quando non ingiusto, inefficace e dannoso per le indagini contro scafisti e tratta degli essere umani.
E' inutile perché non ha alcuna efficacia deterrente risolvendosi in una mera sanzione pecuniaria (€ 5000) che nessuno pagherà e che nessuna saprebbe comunque riscuotere (il sistema non riesce nemmeno a recuperare le sanzioni pecuniarie contro i cittadini italiani, figuriamoci l'immigrato clandestino senza fissa dimora e senza un soldo in tasca).
E' una minaccia solo virtuale ed esibita che non ferma nessuno dall'imbarcarsi per cercare una vita migliore o di fuggire da contesti di grave pericolo e disagio.
E' ingiusto perché è un reato che colpisce ciò che si è e non quello che si è fatto.
Il diritto penale dovrebbe punire solo i comportamenti, da chiunque posti in essere, che concretamente offendano un bene giuridico tutelato dalla Costituzione (vita, salute, patrimonio, sicurezza, ecc...), mentre in questo caso si colpisce di fatto in modo preventivo chi entra senza rispettare le regole col pregiudizio che poi potrebbe commettere reati.
La mera violazione della regola per entrare nel nostro territorio può essere presidiata da sanzioni, ma amministrative e non penali... tra l'altro assai più semplici da applicare perché meno garantite e quindi anche più immediate.
E' infine un reato dannoso per le indagini contro scafisti e tratta degli essere umani perché fa diventare indagati e poi imputati le persone offese e i testimoni di tali gravissimi crimini, impedendo così quasi sempre che ci possa essere una collaborazione con gli investigatori per risalire ai veri responsabili e ai veri delinquenti che sfruttano la disperazione di queste persone.
Appare poi evidente che di fronte a un fenomeno epocale che riguarda centinaia di milioni di persone del sud del mondo, pensare di poterlo arginare o risolvere con una multa (o anche un arresto) è illusorio ed anzi risibile.
Il diritto penale è un'arma pesante, sofisticata e complicata da usare solo nei casi veramente necessari e per le condotte concretamente offensive e pericolose.
I paesi che usavano (o usano) lo strumento penale per fare prevenzione e per mandare messaggi ai cittadini non sono stati di diritto e paesi liberali e nessuno di noi vorrebbe viverci.
venerdì 8 gennaio 2016
RUQIA e GISELA: EROINE della LIBERTA'
I miei eroi di questi giorni sono due donne: la giornalista curda assassinata dall'Isis (Ruqia Hassan) e il sindaco della cittadina messicana uccisa dai narcos (Gisela Mota).
Coraggio, indipendenza, dignità, libertà... Il meglio che si possa trovare in un essere umano.
Non si sono arrese alla violenza, all'ignoranza. Non si sono rassegnate davanti ai pregiudizi e alle minacce.
Hanno scelto di non vivere in base alla paura ma secondo le loro passioni e i loro ideali, pur sapendo che questa decisione avrebbe potuto essere pagata col prezzo più alto: la loro vita.
Ma proprio il rifiuto di adeguarsi alla violenza, di "chiudersi dentro casa quando viene la sera", è ciò che il potere criminale e la follia integralista non possono accettare. Perché ci mostrano che sconfiggerli è possibile, perché diventano la prova che non esistono alibi o giustificazioni e che possiamo ribellarci a ingiustizie e spezzare la catena dell'odio.Le hanno uccise perché non potevano vincerle e dominarle e così hanno attestato la loro sconfitta. Quella violenza verso delle donne innocenti e indifese è solo la cifra della loro debolezza.
Per questo c'è più vita nelle loro morti che in quei morti viventi che hanno usato violenza contro di loro per paura.
Mi piacerebbe che noi tutti conoscessimo (e raccontassimo ai nostri figli) i loro volti e i loro nomi meglio di qualsiasi supereroe o showgirl: sono Ruqia Hassan e Gisela Mota.
Le loro idee e il loro coraggio ora devono vivere nelle nostre coscienze e hanno bisogno delle nostre gambe per poter continuare il loro cammino verso l'orizzonte di un mondo diverso. Un mondo più giusto.
Non deludiamo le loro speranze e i loro sogni.
venerdì 27 novembre 2015
COSA CHIEDIAMO ai GIUDICI e COSA CI DIFFERENZIA dai TERRORISTI
Riporto alcuni passaggi illuminanti (per così dire...) del ragionamento adottato, che prendono spunto dal fatto che un Giudice per le indagini preliminari ha ritenuto di non convalidare un arresto di presunti jihadisti:
"Il giudice conosce le carte e noi no. Forse ha ragione. I precedenti però non sono incoraggianti"
"Il giudice conosce le carte e noi no. Forse ha ragione. I precedenti però non sono incoraggianti"
Sulla scorta di questa allusiva affermazione si citano dei casi in cui in passato la magistratura si sarebbe dimostrata troppo morbida, danneggiando così la lotta al terrorismo.
Panebianco in altri termini chiede alla magistratura di assumersi una responsabilità ulteriore nei procedimenti che riguardano presunti terroristi: non solo e non tanto l'accertamento dei fatti e delle responsabilità secondo le regole del processo...ma dimostrare una sensibilità diversa così da non rischiare di apparire deboli verso i terroristi.
Il che, per uscire dalla retorica, si tradurrebbe in condannare o applicare misure cautelari anche quando gli standard probatori stabiliti dal legislatore non lo consentirebbero...
Si tratta a mio avviso di una posizione molto pericolosa, seppure espressa e inquadrata con toni apparentemente istituzionali.
In tale visione la giurisdizione è la prosecuzione della prevenzione con altri mezzi, si riduce a strumento del potere politico nella lotta (legittima) al terrorismo.
Ma il processo penale è uno strumento delicato è regolato proprio per evitare che il singolo individuo divento strumento di abusi del potere: le libertà individuali sono sacre nel nostro sistema giuridico (per fortuna) e quindi esse non possono essere sacrificate per mandare messaggi politici o per non indebolire questo o quella lotta dichiarata.
Questa difesa dei diritti del singolo davanti allo Stato è una delle grandi prerogative che ci deve differenziare dai terroristi e dalla loro (in)giustizia brutale e assoluta.
Questa difesa dei diritti del singolo davanti allo Stato è una delle grandi prerogative che ci deve differenziare dai terroristi e dalla loro (in)giustizia brutale e assoluta.
I processi non si fanno col senno di poi ma con quello che si è provato dentro al processo e secondo le regole del processo.
Mi spiego meglio: è ben possibile che successivamente un soggetto si dimostri effettivamente responsabile di un certo delitto, ma questo nulla ci dice sulla correttezza o meno di un provvedimento precedente che lo aveva assolto o che non aveva applicato le misure cautelari. Solo conoscendo le carte si potrebbe verificare se anche in quel primo momento c'erano gli elementi sufficienti per fare quello che deve rappresentare un'eccezione assoluta nel sistema, ovvero la limitazione di libertà personale a carico di un soggetto ancora non condannato definitivamente.
Certamente ci possono essere delle decisioni criticabili, ma si discuta del merito e non si diffonda sfiducia in modo qualunquistico, scaricando sulla giurisdizione responsabilità che spesso stanno altrove.
Certamente ci possono essere delle decisioni criticabili, ma si discuta del merito e non si diffonda sfiducia in modo qualunquistico, scaricando sulla giurisdizione responsabilità che spesso stanno altrove.
Suggerisco un film a Panebianco: "Nel nome del padre", ovvero la storia di una clamorosa ingiustizia giudiziaria perpetrata nel nome della lotta al terrorismo.
Il protagonista di questa storia ispirata a fatti veri dice ad un certo punto che l'inferno è stare in prigione da innocenti (nella foto una scena degli "interrogatori" del sospettato interpretato da Daniel Day Lewis).
Non si combatte il terrorismo piegando all'opportunità politica la funzione giurisdizionale, ma semmai dando risorse a polizia giudiziaria e magistratura perché raccolgano con tempestività e professionalità tutte le prove per dimostrare la colpevolezza degli effettivi responsabili. Non chiedendo che li arrestino e condannino anche quando mancano i presupposti di legge!
L'individuo, anche il più sospetto e sgradito, non può mai essere usato per mandare messaggi comodi alla politica o populisti verso la cittadinanza e il giudice è un baluardo di questo limite al potere sovrano.
mercoledì 21 ottobre 2015
LA CREDIBILITA' DELLA MAGISTRATURA
In queste settimane stanno emergendo sempre più dettagli inquietanti di un grave scandalo che ha coinvolto dei magistrati del Tribunale di Palermo: Beni confiscati, lo scandalo del Tribunale di Palermo (articolo da La Repubblica) .
La vicenda è gravissima e va seguita, sollecitando tutte le azioni tempestive che il CSM può e deve intraprendere... ma ancor di più dovrebbe diventare l'occasione per fare una riflessione complessiva sul modo autoreferenziale e arbitrario con cui troppo spesso noi magistrati gestiamo le nostre scelte organizzative e in particolare l'affidamento degli incarichi a terzi (avvocati, commercialistici, consulenti vari).
Le misure di prevenzione e le procedure concorsuali sono forse i settori più delicati (per le somme che muovono e gli interessi che toccano), ma più in generale il tema delle consulenze è affrontato in modo talvolta amatoriale ed opaco anche quando dietro non si celano accordi illeciti e interessi inconfessabili.
Dovremmo pretendere e offrire la massima trasparenza in tutti quei casi in cui siamo chiamati ad affidare incarichi, soprattutto per quelli più remunerativi o di maggiore "peso specifico".... e questo proprio a tutela della nostra funzione e della credibilità di quello che facciamo, .
La mancanza di criteri trasparenti e di rotazione nella gestione delle consulenze alimenta dietrologie e millantati crediti, mina la fiducia verso l'autorità giudiziaria e inoltre impedisce una sana alternanza e concorrenza tra i vari liberi professionisti cui ci rivolgiamo, impedendo tra l'altro l'emersione di nuovi giovani capaci e fuori dai circuiti del potere.
Sappiamo bene che in certe situazioni è assolutamente necessario ed inevitabile scegliere qualcuno conosciuto e di assoluta fiducia, ma questo non esclude il fatto di poter individuare criteri di rotazione e motivazioni trasparenti nella stragrande maggioranza dei casi, vigilando in ogni caso sulle eccezioni.
Il singolo ufficio, specie se medio piccolo e con ruoli pesanti, può fare fatica a trovare soluzioni...ma questo potrebbe proprio essere uno dei settori in cui il Consiglio Superiore della Magistratura (nostro organo di autogoverno) promuove e diffonde prassi virtuose e trasparenti, pretendendo dai direttivi e dagli aspiranti tali di fornire su questi temi delle soluzioni specifiche e concrete.
Un approccio preventivo, professionale e trasparente non solo restituirebbe fiducia e prestigio, ma diventerebbe il primo argine all'infiltrarsi di fenomeni di corruzione.
La vicenda è gravissima e va seguita, sollecitando tutte le azioni tempestive che il CSM può e deve intraprendere... ma ancor di più dovrebbe diventare l'occasione per fare una riflessione complessiva sul modo autoreferenziale e arbitrario con cui troppo spesso noi magistrati gestiamo le nostre scelte organizzative e in particolare l'affidamento degli incarichi a terzi (avvocati, commercialistici, consulenti vari).
Le misure di prevenzione e le procedure concorsuali sono forse i settori più delicati (per le somme che muovono e gli interessi che toccano), ma più in generale il tema delle consulenze è affrontato in modo talvolta amatoriale ed opaco anche quando dietro non si celano accordi illeciti e interessi inconfessabili.
Dovremmo pretendere e offrire la massima trasparenza in tutti quei casi in cui siamo chiamati ad affidare incarichi, soprattutto per quelli più remunerativi o di maggiore "peso specifico".... e questo proprio a tutela della nostra funzione e della credibilità di quello che facciamo, .
La mancanza di criteri trasparenti e di rotazione nella gestione delle consulenze alimenta dietrologie e millantati crediti, mina la fiducia verso l'autorità giudiziaria e inoltre impedisce una sana alternanza e concorrenza tra i vari liberi professionisti cui ci rivolgiamo, impedendo tra l'altro l'emersione di nuovi giovani capaci e fuori dai circuiti del potere.
Sappiamo bene che in certe situazioni è assolutamente necessario ed inevitabile scegliere qualcuno conosciuto e di assoluta fiducia, ma questo non esclude il fatto di poter individuare criteri di rotazione e motivazioni trasparenti nella stragrande maggioranza dei casi, vigilando in ogni caso sulle eccezioni.
Il singolo ufficio, specie se medio piccolo e con ruoli pesanti, può fare fatica a trovare soluzioni...ma questo potrebbe proprio essere uno dei settori in cui il Consiglio Superiore della Magistratura (nostro organo di autogoverno) promuove e diffonde prassi virtuose e trasparenti, pretendendo dai direttivi e dagli aspiranti tali di fornire su questi temi delle soluzioni specifiche e concrete.
Un approccio preventivo, professionale e trasparente non solo restituirebbe fiducia e prestigio, ma diventerebbe il primo argine all'infiltrarsi di fenomeni di corruzione.
giovedì 8 ottobre 2015
La VIOLENZA contro le DONNE: trovare GIUSTIZIA è POSSIBILE!
L'ennesima drammatica vicenda di violenza contro una donna (e contro le donne...) ci colpisce nello stomaco e rischia di insinuare sfiducia e scoraggiamento... soprattutto nei pensieri delle tante vittime in silenzio, che temono di non poter denunciare, di non poter avere aiuto, di non poter trovare giustizia.
Nel mio lavoro di pubblico ministero mi sono occupato e mi occupo di centinaia di vicende che hanno visto vittima una donna: maltrattamenti in famiglia (572 cp), atti persecutori (stalking 612 bis cp), abusi sessuali... una miriade di dolorose storie personali nelle quali purtroppo dobbiamo osservare come sia ancora diffusa una concezione della donna come oggetto di dominio e possesso.
Per questo la violenza contro una donna spesso è manifestazione di violenza contro le donne.
Ogni storia diversa e unica... eppure troppe storie tra loro simili:
- un maschio (chiamarlo uomo mi sembra francamente troppo) che non accetta la libertà della propria compagna o dell'oggetto comunque dei suoi desideri (e della sua rabbia)
- una donna che vive nel timore di non potersi difendere e di non avere alternative o vie di uscita
- un contesto sociale che talvolta ignora o sottovaluta i segnali della violenza che sta maturando e che prende forma
Purtroppo ho anche spesso osservato come la prima figura a lasciare indifesa la donna sia la vittima stessa che, per timore o malintese eredità culturali, lentamente inizia ad accettare e a ritenere ammissibili e perdonabili comportamenti violenti e prepotenti (ricordo che in sicilia la figlia di una donna oggetto di violente aggressioni da parte del marito mi disse che tutto sommato si trattava di cose normali e che immaginava che anche a me sarebbe capitato di alzare le mani qualche volta...).
Ciò è tanto vero che di frequente vediamo querele ritirate a distanza di tempo, con l'effetto di depotenziare moltissimo la nostra possibilità di perseguire le condotte illecite. Talvolta le rimessioni di querela sono frutto di autentici percorsi di ricongiungimento e di assunzione di responsabilità, ma altre volte si tratta di illusorie tregue figlie solo dei timori per le conseguenze penali o del disperato tentativo di salvare il rapporto.
Di fronte a queste vicende però noi riusciamo a intervenire e ancora di più è quello che potremmo fare se crescesse una diffusa consapevolezza e sensibilità del problema.
Anzitutto per questi delitti il sistema penale offre strumenti utili e nella mia esperienza personale molte volte l'intervento di una misura cautelare (quali il divieto di avvicinamento alla persona offesa o l'obbligo di allontanamento dalla casa famigliare) ha efficacemente interrotto le condotte e messo in sicurezza le vittime... spesso in maniera definitiva!
Questo è il primo messaggio che vorrei mandare: nella stra-grande maggioranza dei casi (facendo tutti il nostro dovere... magistrato, polizia giudiziaria, difensori... e vittima capace di denunciare) lo Stato riesce a farsi presente e dare giustizia, dando tutela concreta.
Nulla si toglie alla sofferenza pregressa, ma l'affermazione giudiziaria della responsabilità può davvero essere il primo passo per un nuovo percorso per la vittima. E, si spera, anche per l'aggressore (a ciò sono volti per esempio i centri anti violenza per gli uomini che vogliono riconoscere e superare questo grave problema).
Grazie a recenti positive riforme, oggi le vittime di questi reati hanno comunque diritto al gratuito patrocinio e vi sono molte strutture di supporto: quindi denunciare si deve e si può!
Oltre a questo è evidente che si debba lavorare e molto sulla prevenzione: spiegando il fenomeno, sensibilizzando tutti e soprattutto affermando il valore e la dignità della donna nella società e nella famiglia.
Cominciamo dai nostri figli e dalle nostre figlie, raccontando e mostrando loro come non possa essere giustificabile alcun tipo di subalternità della donna... e poi proseguiamo sostenendo il lavoro femminile, in Italia ancora molto penalizzato (per ruoli, stipendi e supporti alla maternità).
Non basta scandalizzarci per l'ennesima storia di cronaca nera, lasciando magari che sia solo un'occasione di giornalismo morboso: occorre che ciascuno senta questa offesa alla donna e alle donne come un'offesa inaccettabile a tutti noi.
Occorre che i maschi diventino uomini.
Nel mio lavoro di pubblico ministero mi sono occupato e mi occupo di centinaia di vicende che hanno visto vittima una donna: maltrattamenti in famiglia (572 cp), atti persecutori (stalking 612 bis cp), abusi sessuali... una miriade di dolorose storie personali nelle quali purtroppo dobbiamo osservare come sia ancora diffusa una concezione della donna come oggetto di dominio e possesso.
Per questo la violenza contro una donna spesso è manifestazione di violenza contro le donne.
Ogni storia diversa e unica... eppure troppe storie tra loro simili:
- un maschio (chiamarlo uomo mi sembra francamente troppo) che non accetta la libertà della propria compagna o dell'oggetto comunque dei suoi desideri (e della sua rabbia)
- una donna che vive nel timore di non potersi difendere e di non avere alternative o vie di uscita
- un contesto sociale che talvolta ignora o sottovaluta i segnali della violenza che sta maturando e che prende forma
Purtroppo ho anche spesso osservato come la prima figura a lasciare indifesa la donna sia la vittima stessa che, per timore o malintese eredità culturali, lentamente inizia ad accettare e a ritenere ammissibili e perdonabili comportamenti violenti e prepotenti (ricordo che in sicilia la figlia di una donna oggetto di violente aggressioni da parte del marito mi disse che tutto sommato si trattava di cose normali e che immaginava che anche a me sarebbe capitato di alzare le mani qualche volta...).
Ciò è tanto vero che di frequente vediamo querele ritirate a distanza di tempo, con l'effetto di depotenziare moltissimo la nostra possibilità di perseguire le condotte illecite. Talvolta le rimessioni di querela sono frutto di autentici percorsi di ricongiungimento e di assunzione di responsabilità, ma altre volte si tratta di illusorie tregue figlie solo dei timori per le conseguenze penali o del disperato tentativo di salvare il rapporto.
Di fronte a queste vicende però noi riusciamo a intervenire e ancora di più è quello che potremmo fare se crescesse una diffusa consapevolezza e sensibilità del problema.
Anzitutto per questi delitti il sistema penale offre strumenti utili e nella mia esperienza personale molte volte l'intervento di una misura cautelare (quali il divieto di avvicinamento alla persona offesa o l'obbligo di allontanamento dalla casa famigliare) ha efficacemente interrotto le condotte e messo in sicurezza le vittime... spesso in maniera definitiva!
Questo è il primo messaggio che vorrei mandare: nella stra-grande maggioranza dei casi (facendo tutti il nostro dovere... magistrato, polizia giudiziaria, difensori... e vittima capace di denunciare) lo Stato riesce a farsi presente e dare giustizia, dando tutela concreta.
Nulla si toglie alla sofferenza pregressa, ma l'affermazione giudiziaria della responsabilità può davvero essere il primo passo per un nuovo percorso per la vittima. E, si spera, anche per l'aggressore (a ciò sono volti per esempio i centri anti violenza per gli uomini che vogliono riconoscere e superare questo grave problema).
Grazie a recenti positive riforme, oggi le vittime di questi reati hanno comunque diritto al gratuito patrocinio e vi sono molte strutture di supporto: quindi denunciare si deve e si può!
Oltre a questo è evidente che si debba lavorare e molto sulla prevenzione: spiegando il fenomeno, sensibilizzando tutti e soprattutto affermando il valore e la dignità della donna nella società e nella famiglia.
Cominciamo dai nostri figli e dalle nostre figlie, raccontando e mostrando loro come non possa essere giustificabile alcun tipo di subalternità della donna... e poi proseguiamo sostenendo il lavoro femminile, in Italia ancora molto penalizzato (per ruoli, stipendi e supporti alla maternità).
Non basta scandalizzarci per l'ennesima storia di cronaca nera, lasciando magari che sia solo un'occasione di giornalismo morboso: occorre che ciascuno senta questa offesa alla donna e alle donne come un'offesa inaccettabile a tutti noi.
Occorre che i maschi diventino uomini.
venerdì 11 settembre 2015
non solo ANTIDOTI: abbiamo bisogno di ORIZZONTI
La legalità non conviene.
Mi spiace deludervi o sfatare un mito, ma occorre dirselo ed essere preparati.
Il rispetto delle regole è spesso e innanzitutto una limitazione, un argine.
Siamo viziati e troppo abituati a pensare alla legalità solo in termini di diritti e di vantaggi che ne deriverebbero.
In questo siamo tutti molto bravi a rivendicarli e pretenderli.
Ma la misura della nostra onestà l'abbiamo solo quando sappiamo rinunciare a un vantaggio per rispettare una regola.
Quella regola ci limita ma non lo fa per una repressione fine a se stessa, ma al fine di preservare e garantire un interesse collettivo.
Il mio limite diviene il diritto di un altro.
Se capiamo questo possiamo diventare capaci di rispettare le regole anche quando queste non ci convengono.
Perchè dovrei pretendere la fattura se farlo mi determina solo uno svantaggio?
Perchè quel "sacrificio" è correlato all'interesse collettivo che tutti paghino le tasse, quelle stesse tasse che devono sostenere il costo di scuole e ospedali per tutti.
Quello che sembra il comportamento di un fesso, ovvero rispettare la regola, limitarsi... è in realtà la scelta saggia e consapevole di chi capisce che le regole esistono proprio per garantire l'uguaglianza dei cittadini e tutelare i diritti di tutti, non solo i miei e non solo quando la cosa mi conviene.
Spesso parliamo di antidoti alla mafia e tra questi ci mettiamo la cultura della legalità.
Verissimo, ma questa cultura non potrà bastare se nel momento delle nostre scelte decisive non avremo la consapevolezza e la forza di scegliere quale orizzonte inseguire.
Se il nostro riferimento sono esclusivamente i nostri diritti ovvero il nostro benessere, difficilmente avremo la capacità di resistere alla tentazione di aggirare la regola e di "piegarla" a nostro piacimento.
Se invece avremo recuperato i valori e i principi costituzionali ed il senso di appartenenza ad un destino condiviso, in cui la mia libertà e la mia felicità sono strettamente connesse a quelle degli altri, allora avremo creato davvero la premessa perchè ciascuno sappia resistere alla tentazione della scorciatoia, della furbizia...
Resistere alla tentazioni di non chiedere la fattura, di non sfruttare una raccomandazione impropria, di non approfittare di una posizione di vantaggio indebito... questo ci dirà se e quanto siamo veramente onesti e crediamo che valga la pena stare dalla parte della legalità.
Quando ci saremo trasformati da massa di (presunti) furbi a popolo solidale e consapevole...allora avremo fatto la più grande rivoluzione di questo Paese, che ha vitale bisogno di liberarsi dalla logica dei favori per riaffermare un sistema di diritti e soprattutto di DOVERI.
Qual è l'orizzonte che vogliamo inseguire: l'affermazione del nostro successo personale o la realizzazione di una società migliore, più giusta, libera e solidale?
Mi spiace deludervi o sfatare un mito, ma occorre dirselo ed essere preparati.
Il rispetto delle regole è spesso e innanzitutto una limitazione, un argine.
Siamo viziati e troppo abituati a pensare alla legalità solo in termini di diritti e di vantaggi che ne deriverebbero.
In questo siamo tutti molto bravi a rivendicarli e pretenderli.
Ma la misura della nostra onestà l'abbiamo solo quando sappiamo rinunciare a un vantaggio per rispettare una regola.
Quella regola ci limita ma non lo fa per una repressione fine a se stessa, ma al fine di preservare e garantire un interesse collettivo.
Il mio limite diviene il diritto di un altro.
Se capiamo questo possiamo diventare capaci di rispettare le regole anche quando queste non ci convengono.
Perchè dovrei pretendere la fattura se farlo mi determina solo uno svantaggio?
Perchè quel "sacrificio" è correlato all'interesse collettivo che tutti paghino le tasse, quelle stesse tasse che devono sostenere il costo di scuole e ospedali per tutti.
Quello che sembra il comportamento di un fesso, ovvero rispettare la regola, limitarsi... è in realtà la scelta saggia e consapevole di chi capisce che le regole esistono proprio per garantire l'uguaglianza dei cittadini e tutelare i diritti di tutti, non solo i miei e non solo quando la cosa mi conviene.
Spesso parliamo di antidoti alla mafia e tra questi ci mettiamo la cultura della legalità.
Verissimo, ma questa cultura non potrà bastare se nel momento delle nostre scelte decisive non avremo la consapevolezza e la forza di scegliere quale orizzonte inseguire.
Se il nostro riferimento sono esclusivamente i nostri diritti ovvero il nostro benessere, difficilmente avremo la capacità di resistere alla tentazione di aggirare la regola e di "piegarla" a nostro piacimento.
Se invece avremo recuperato i valori e i principi costituzionali ed il senso di appartenenza ad un destino condiviso, in cui la mia libertà e la mia felicità sono strettamente connesse a quelle degli altri, allora avremo creato davvero la premessa perchè ciascuno sappia resistere alla tentazione della scorciatoia, della furbizia...
Resistere alla tentazioni di non chiedere la fattura, di non sfruttare una raccomandazione impropria, di non approfittare di una posizione di vantaggio indebito... questo ci dirà se e quanto siamo veramente onesti e crediamo che valga la pena stare dalla parte della legalità.
Quando ci saremo trasformati da massa di (presunti) furbi a popolo solidale e consapevole...allora avremo fatto la più grande rivoluzione di questo Paese, che ha vitale bisogno di liberarsi dalla logica dei favori per riaffermare un sistema di diritti e soprattutto di DOVERI.
Qual è l'orizzonte che vogliamo inseguire: l'affermazione del nostro successo personale o la realizzazione di una società migliore, più giusta, libera e solidale?
giovedì 30 luglio 2015
PREROGATIVE e NON PRIVILEGI: il QUARTO GRADO POLITICO NON ESISTE
Non conosco le carte della vicenda Azzolini (come il 99% delle persone che invece ne parlano) e quindi non intendo dare opinioni da quattro soldi su questo procedimento e sulle accuse rivolte al senatore.
Vorrei però che quanto accaduto fosse l'occasione per chiarire i termini della questione e quale significato abbia (o dovrebbe avere) l'autorizzazione a procedere agli arresti di un parlamentare (come stabilita dall'articolo 68 Costituzione).
Prima di Mani Pulite vi era l'autorizzazione a procedere: ovvero la Camera di appartenenza di un parlamentare imputato doveva concedere il suo nulla osta anche semplicemente all'avvio del processo.
L'utilizzo che venne fatto di questo istituto fu scandalosamente a protezione della classe politica (l'autorizzazione era divenuta una sporadica eccezione e questo si risolveva in una generalizzata licenza a delinquere) e sull'onda dell'indignazione (ed anche di un certo giustizialismo populista di piazza...) l'articolo 68 venne modificato e oggi resiste solo un'immunità parziale e relativa ai soli atti limitativi della libertà personale del parlamentare: perquisizioni, intercettazioni e arresti.
E' un punto di equilibrio legittimo in astratto, considerato che ogni democrazia prevede dei filtri nel rapporto tra giudiziario e gli altri poteri, cercando di affermare il principio di legalità ma anche di evitare scontri frontali.
Proprio per questo l'unico vero vaglio richiesto alle Camere nel voto è se vi sia il c.d. fumus persecutionis, ovvero se emerga un quadro accusatorio non basato sui fatti ma mosso da intenti di persecuzione personale e soprattutto politica.
Si tratta di un'eventualità ovviamente eccezionale e se verificata rappresenterebbe un grave j'accuse rispetto a pubblico ministero e gip (e talvolta anche giudici del riesame e della Cassazione) che hanno richiesto e concesso una misura cautelare a carico del parlamentare.
Il voto a cui assistiamo ogni volta invece diventa tutto politico, una scelta della casta di salvare questo o di sacrificare quello... Oppure, cosa ancora più aberrante se possibile, ci tocca sentire dei politici (oggi mi è capitato su sky tg24) dire che dovevano esaminare le esigenze cautelari e quindi in qualche modo hanno ritenuto che questo non fossero sussistenti.
No, questo no...
Le esigenze cautelari sono le condizioni che, in presenza di gravi indizi di colpevolezza, consentono all'autorità giudiziaria di anticipare una limitazione di libertà dell'indagato prima che ne sia accertata la colpevolezza in modo definitivo.
Sono tre rischi eccezionali che vengono in rilievo (naturalmente solo se abbiamo a che fare con ipotesi di reato gravi):
Ma queste sono valutazioni tutte demandate al potere giudiziario.
Non esiste un quarto grado politico che deve vagliare autonomamente questi requisiti giuridici, che valgono appunto per tutti i cittadini.
La legge è uguale anche per loro e la applicano i magistrati.
Si dovrebbe negare l'autorizzazione, lo ribadisco, solo in presenza di una sospetta persecuzione personale\politica.
E' grave che la politica faccia un (ab)uso maldestro di questo istituto costituzionale perché così facendo si semina sfiducia o nella politica o nella magistratura e si crea una frattura dell'ordinamento.
Non sono cavilli... sono in gioco gli equilibri tra i poteri e l'affermazione del principio di legalità.
I parlamentari non sono al di sopra della legge o in posizione privilegiata. Hanno delle legittime prerogative di interesse pubbliche che però non vanno strumentalizzate per garantire privilegi.
Ciascuno si prenda le proprie responsabilità.
La magistratura lo fa con le motivazioni.
La politica lo faccia con un voto trasparente.
I cittadini lo facciano con un'informazione attenta e una critica inflessibile.
Vorrei però che quanto accaduto fosse l'occasione per chiarire i termini della questione e quale significato abbia (o dovrebbe avere) l'autorizzazione a procedere agli arresti di un parlamentare (come stabilita dall'articolo 68 Costituzione).
Prima di Mani Pulite vi era l'autorizzazione a procedere: ovvero la Camera di appartenenza di un parlamentare imputato doveva concedere il suo nulla osta anche semplicemente all'avvio del processo.
L'utilizzo che venne fatto di questo istituto fu scandalosamente a protezione della classe politica (l'autorizzazione era divenuta una sporadica eccezione e questo si risolveva in una generalizzata licenza a delinquere) e sull'onda dell'indignazione (ed anche di un certo giustizialismo populista di piazza...) l'articolo 68 venne modificato e oggi resiste solo un'immunità parziale e relativa ai soli atti limitativi della libertà personale del parlamentare: perquisizioni, intercettazioni e arresti.
E' un punto di equilibrio legittimo in astratto, considerato che ogni democrazia prevede dei filtri nel rapporto tra giudiziario e gli altri poteri, cercando di affermare il principio di legalità ma anche di evitare scontri frontali.
Proprio per questo l'unico vero vaglio richiesto alle Camere nel voto è se vi sia il c.d. fumus persecutionis, ovvero se emerga un quadro accusatorio non basato sui fatti ma mosso da intenti di persecuzione personale e soprattutto politica.
Si tratta di un'eventualità ovviamente eccezionale e se verificata rappresenterebbe un grave j'accuse rispetto a pubblico ministero e gip (e talvolta anche giudici del riesame e della Cassazione) che hanno richiesto e concesso una misura cautelare a carico del parlamentare.
Il voto a cui assistiamo ogni volta invece diventa tutto politico, una scelta della casta di salvare questo o di sacrificare quello... Oppure, cosa ancora più aberrante se possibile, ci tocca sentire dei politici (oggi mi è capitato su sky tg24) dire che dovevano esaminare le esigenze cautelari e quindi in qualche modo hanno ritenuto che questo non fossero sussistenti.
No, questo no...
Le esigenze cautelari sono le condizioni che, in presenza di gravi indizi di colpevolezza, consentono all'autorità giudiziaria di anticipare una limitazione di libertà dell'indagato prima che ne sia accertata la colpevolezza in modo definitivo.
Sono tre rischi eccezionali che vengono in rilievo (naturalmente solo se abbiamo a che fare con ipotesi di reato gravi):
- rischio di inquinamento probatorio
- rischio attuale di fuga
- rischio di reiterazione del reato
Ma queste sono valutazioni tutte demandate al potere giudiziario.
Non esiste un quarto grado politico che deve vagliare autonomamente questi requisiti giuridici, che valgono appunto per tutti i cittadini.
La legge è uguale anche per loro e la applicano i magistrati.
Si dovrebbe negare l'autorizzazione, lo ribadisco, solo in presenza di una sospetta persecuzione personale\politica.
E' grave che la politica faccia un (ab)uso maldestro di questo istituto costituzionale perché così facendo si semina sfiducia o nella politica o nella magistratura e si crea una frattura dell'ordinamento.
Non sono cavilli... sono in gioco gli equilibri tra i poteri e l'affermazione del principio di legalità.
I parlamentari non sono al di sopra della legge o in posizione privilegiata. Hanno delle legittime prerogative di interesse pubbliche che però non vanno strumentalizzate per garantire privilegi.
Ciascuno si prenda le proprie responsabilità.
La magistratura lo fa con le motivazioni.
La politica lo faccia con un voto trasparente.
I cittadini lo facciano con un'informazione attenta e una critica inflessibile.
martedì 21 luglio 2015
LA DIFFERENZA
Mi sento molto inadeguato di fronte all'incessante e immensa domanda di giustizia che si affolla sulla mia scrivania (oltre che dentro a testa e cuore...).
Come e quando riuscirò a riaffermare la legalità? E fino a che punto?
E quante storie di sofferenza e ingiustizia restano irreparabili attorno a noi?
La maggior parte delle ferite non possono essere rimarginate dal diritto, anche se il processo svolge un ruolo fondamentale per restituire dignità alla persona offesa e far prendere consapevolezza a colui che ha spezzato il patto sociale.
E' il mio lavoro, il lavoro che amo e che mi appassiona.
Ma è anche il mio modo per provare a cambiare le cose, per rendere meno distante l'isola che non c'è della solidarietà, della dignità e della libertà.
Leggendo "Ciò che inferno non è" (di Alessandro D'Avenia, ed. Einaudi, che ruota attorno alla figura di Don Puglisi) ho scoperto questa piccola favola che voglio condividere perché può aiutarci a ricordare che anche quando le difficoltà sembrano insormontabili e i nostri sforzi paiono inutili... noi possiamo fare la differenza.
"Un uomo d’affari in vacanza stava camminando lungo una spiaggia quando vide un ragazzino.
Come e quando riuscirò a riaffermare la legalità? E fino a che punto?
E quante storie di sofferenza e ingiustizia restano irreparabili attorno a noi?
La maggior parte delle ferite non possono essere rimarginate dal diritto, anche se il processo svolge un ruolo fondamentale per restituire dignità alla persona offesa e far prendere consapevolezza a colui che ha spezzato il patto sociale.
E' il mio lavoro, il lavoro che amo e che mi appassiona.
Ma è anche il mio modo per provare a cambiare le cose, per rendere meno distante l'isola che non c'è della solidarietà, della dignità e della libertà.
Leggendo "Ciò che inferno non è" (di Alessandro D'Avenia, ed. Einaudi, che ruota attorno alla figura di Don Puglisi) ho scoperto questa piccola favola che voglio condividere perché può aiutarci a ricordare che anche quando le difficoltà sembrano insormontabili e i nostri sforzi paiono inutili... noi possiamo fare la differenza.
"Un uomo d’affari in vacanza stava camminando lungo una spiaggia quando vide un ragazzino.
Lungo la riva c’erano molte stelle di mare che erano state portate
lì dalle onde e sarebbero certamente morte prima del ritorno dell’alta marea.
Il ragazzo
camminava lentamente lungo la spiaggia e ogni tanto si abbassava per prendere e
rigettare nell’oceano una stella marina.
L’uomo
d’affari, sperando d’impartire al ragazzo una lezione di buon senso, si
avvicinò a lui e disse, “Ho osservato ciò che fai, figliolo. Tu hai un buon
cuore, e so che hai buone intenzioni, ma ti rendi conto di quante spiagge ci
sono qui intorno e di quante stelle di mare muoiono su ogni riva ogni giorno?
Certamente, un ragazzo tanto laborioso e generoso come te potrebbe trovare
qualcosa di meglio da fare con il suo tempo. Pensi veramente che ciò che stai
facendo riuscirà a fare la differenza?”
Il ragazzo
alzò gli occhi verso quell'uomo, e poi li posò su una stella di mare che si
trovava ai suoi piedi. Raccolse la stella marina, e mentre la rigettava
gentilmente nell’oceano, disse:
“Fa la differenza per questa.”"
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