Il susseguirsi delle riforme fatte e annunciate e i loro correttivi offrono davvero un pessimo spettacolo del modo in cui la politica dimostra di voler affrontare la giustizia.
Si tratta, mi pare, solo di un campo da gioco della lotta di potere, il luogo privilegiato per lo scontro tra propaganda di governo e slogan d'opposizione.
Come nel vecchio gioco delle tre carte, il problema resta sul tavolo ma l'ingenuo avventore di turno è convinto di poter trovare la soluzione, mentre si stanno solo invertendo i fattori senza che la somma finale cambi: qualcuno racimola qualche applauso e del facile consenso mentre la giustizia ci perde e con loro soprattutto i cittadini che sperano in un servizio migliore.
Da questa commedia purtroppo nemmeno noi magistrati e gli avvocati riusciamo a fuggire, finendo in polemiche di basso profilo e figlie dei reciproci pregiudizi, invece di dialogare e fare fronte comune sulle tante cose concrete ed utili che potremmo condividere e spiegare all'opinione pubblica.
Breve riassunto dell'ultimo atto, che ruota attorno alla famigerata prescrizione: di volta in volta malefico strumento in mano ad azzeccagarbugli, oppure feticcio del processo giusto contro il partito dei giustizialisti.
Sì, si potrebbe parlare di scuola e di ricerca, oppure di come affrontare il problema della precarietà o le sfide dei cambiamenti climatici, oppure ancora di come combattere seriamente la diffusione degli stupefacenti e il disagio giovanile... ma sono cose troppo importanti e complicate e non si prestano a facili soluzioni da offrire al supermarket del consenso.
E allora vai con la prescrizione, il tema che davvero toglie il sonno a lavoratori e madri di famiglia!
Premessa per chi avesse poca dimestichezza con la procedura penale. La prescrizione è un istituto che prevede che se non si perviene ad una condanna definitiva entro un certo lasso di tempo, legato anche alla gravità del reato per cui si procede, il reato stesso è estinto e decade la pretesa punitiva dello Stato.
I Cinquestelle, dovendo difendere il loro ruolo di paladini della legalità e contro i corrotti, vedono la prescrizione come una ghigliottina del processo ad uso di furbi e potenti e cancellarla equivale quindi a dimostrarsi dalla parte del popolo giusto.
La reazione di molta altra parte del mondo politico è stata quella di gridare allo scandalo, perchè in questo modo si sottopone l'accusato (presunto non colpevole) alla pena infinita (o almeno non definita) di un processo interminabile.
In questo derby (perchè questo è, non certo una discussione nel merito) la maggior parte degli avvocati difendono la prescrizione quale baluardo irrinunciabile di civiltà, mentre la magistratura ha in modo maggioritario espresso favore per la riforma, ritenendo che in questo modo il proprio lavoro non andrà disperso e quelli che usano il processo solo per guadagnare tempo saranno disincentivati, salvo aggiungere che l'interruzione del decorso della prescrizione dopo la condanna in primo grado dovrebbe essere solo il primo passo di una complessiva riforma per il giusto processo.
Adesso i mal di pancia all'interno della maggioranza stanno conducendo a nuovi compromessi, con lo spostamento del momento interruttivo dal primo grado all'appello: la carta si muove ancora...
Ma non basta, perchè il problema dei tempi è ancora sul tavolo.
Prima rischiavamo che la giustizia finisse su un binario morto...la riforma questo lo impedirebbe, ma non garantisce ancora che il treno sia rapido e arrivi in tempo utile e soddisfacente.
E tutti hanno ben chiaro che una giustizia lenta è un'ingiustizia.
Riformare le procedure richiede troppe complicazioni e discussioni e di investimenti in strutture e risorse non se ne possono\vogliono fare: come facciamo a far arrivare prima il treno?
Ma spostando un'altra carta!
Se il processo durerà troppo sarà colpa dei magistrati che non sono stati abbastanza veloci. Semplice, no?
Ma è ovvio.. com'è che non ci hanno pensato prima? Sicuramente perché la lobby delle toghe voleva mani libere.
Non importa che da anni la Commissione Europea per l'Efficienza della Giustizia (https://www.coe.int/en/web/cepej) dica che i magistrati italiani sono ai vertici nelle classifiche continentali per carico di lavoro e produttività...
Non importa che la litigiosità sia alle stelle e le procedure siano delle corse a ostacoli piene di bizantinismi...
Non importa che per ogni reato cancellato dall'ordinamento la settimana successiva ne vengano introdotti altri 10, intasando i tribunali e delegando al processo la risoluzione di problemi e conflitti che potrebbero trovare migliore e più rapida soluzione in altri contesti meno formali e impegnativi...
Non importa che da anni si stia delegittimando la magistratura e seminando sfiducia tra la gente, così alimentando il circuito dell'illegalità...
Potrei proseguire, ma credo di avervi annoiato abbastanza con gli argomenti di merito.
Non c'è dubbio che la sfida dell'organizzazione e dell'efficienza resti attuale nella magistratura, ma pensare che i processi diventeranno più veloci minacciando sanzioni ai magistrati è illusorio e pericoloso.
Illusorio perchè i fattori che determinano la lunghezza dei processi sono molteplici e complessi, molti dei quali indipendenti dallo zelo dei magistrati (che comunque da anni sono sotto la lente delle valutazioni quadriennali e di un disciplinare potenziato).
Pericoloso perchè rischia di produrre distorsioni, così come il contenzioso fuori controllo nel settore medico ha prodotto la medicina difensiva...non una medicina migliore.
Avremo dei magistrati forse più preoccupati e sbrigativi, ma non credo che questo significherà anche un miglior servizio giustizia!
Quando il problema è di sistema è ottuso pensare che la soluzione sia puntare il dito contro qualche capro espiatorio.
Smettiamola di litigare su questa famigerata prescrizione (per me un istituto assolutamente sacrosanto) e sforziamoci di fare il possibile per avere un processo giusto in tempi ragionevoli.
Parliamo di notifiche e di difesa effettiva.
Parliamo di ufficio del processo.
Parliamo di riforma dell'accesso alla magistratura: oggi è un concorso incentrato sulla preparazione nozionistica e non consente di selezionare persone che garantiscano anche capacità organizzative.
Parliamo di semplificare le procedure per evitare che ci si difenda dal processo e non nel processo.
Parliamo di pene effettive ma anche e soprattutto di pene alternative, perchè il carcere spesso non risolve nulla.
Parliamo di riti alternativi e incentiviamoli, invece di ridurne lo spazio di utilizzo (come avvenuto di recente, secondo una logica del tutto schizofrenica).
Non cadiamo nei luoghi comuni e nei pregiudizi.
La maggior parte degli avvocati sono persone che cercano di svolgere in modo corretto e fino in fondo la loro fondamentale funzione di difesa dei diritti di chi è sotto accusa.
La maggior parte dei magistrati svolgono il loro mestiere con serietà e sacrifici personali, nell'esclusivo interesse della collettività.
Tutti possiamo e dobbiamo fare ancora meglio, ma ne usciamo insieme e non divisi.. ne usciamo ragionando e non delegittimando o censurando..
La giustizia è malata ma le soluzioni semplicistiche e improvvisate non risolveranno nulla.
Invece di cercare colpevoli, proviamo a spiegare i problemi, ad analizzarli, formuliamo proposte e ragioniamo.
E' una strada più lenta e tortuosa, ma l'unica che ci può condurre fuori dal pantano di questi decenni di polemiche sterili e slogan giudiziari, per incamminarci verso un futuro più responsabile ed equilibrato, in cui tutti possano riscoprire un po' per volta di avere fiducia nella fiducia (persino i magistrati e gli avvocati...).
"Mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi ci governa" (Ennio Flaiano) // "La Costituzione: ciò che ci siamo dati nel momento in cui eravamo sobri, a valere per i momenti in cui siamo sbronzi." (G. Zagrebelsky)
"the problems we all live with" di norman rockwell
lunedì 10 febbraio 2020
venerdì 13 dicembre 2019
La Pagella del Pm: risposte sbagliate e sfide da affrontare
La proposta delle “pagelle” è in sé risibile, manifestazione
per un verso di sfiducia populista verso la magistratura e per altro verso di
mancanza di consapevolezza della complessità del processo.
Però terminare qui l’analisi sarebbe troppo comodo.
Magistrati e operatori del diritto sanno benissimo che l’esito di un processo non può
essere ridotto a una vittoria o ad una sconfitta del Pubblico Ministero.
Sappiamo che ci sono indagini doverose e ben fatte che
conducono a processi assolutamente necessari e che possono infine terminare con
un’assoluzione.
Questo argomento credo che però non debba consentirci di
eludere il problema della professionalità e della qualità del lavoro.
Facendo il PM da molti anni penso e dico che vorrei (e dovrei...) sapere sempre
l’esito dei miei processi (tutti, non solo dei più importanti) e la tenuta
della mia impostazione accusatoria nei tre gradi.
La realtà è che spesso noi "pubblica accusa" perdiamo il polso della situazione dopo il primo grado, a
volte anche di processi di una certa delicatezza…e talvolta per il semplice
fatto che ci spostiamo in altro ufficio.
Mi sento come un medico che opera e che poi però spesso non
conosce il decorso del malato che ha cercato di curare… come se non fosse più
una sua responsabilità.
Non è detto che le cose siano andate male perché ho
sbagliato qualcosa, certo…però vorrei saperlo per fare un’analisi e per
crescere.
Anche nel campo medico un'intervento ben fatto può condurre ad un esito infausto, ma ovviamente l'analisi intelligente delle statistiche sui decorsi dei malati si guardano eccome, perché se il singolo caso non
può essere letto in chiave assoluta, le statistiche complessive danno
indicazioni importanti.
Se la soluzione diventassero le pagelline o le formule
matematiche saremmo di fronte ad una semplificazione mortificante e distorsiva
di un lavoro e di un percorso processuale che ha aspetti e significati non
tutti riducibili a un pollice in su o in giù…
Se invece volessimo affrontare seriamente il problema, sarei
io stesso il primo a voler conoscere la statistica sull'esito delle mie
indagini perché potrebbe darmi spunti di riflessione sulla completezza delle
mie indagini e sulla qualità del mio lavoro e delle mie scelte.
Naturalmente il numero andrebbe letto, interpretato,
contestualizzato… andrebbero viste le motivazioni almeno a campione, ma non
conoscere questo dato mi pare espressione di un atteggiamento corporativo e
auto-assolutorio che non ci aiuta a difendere la credibilità del nostro lavoro.
Faccio due esempi paradossali per dimostrare che quel dato
sarebbe utile nella misura in cui vi fosse la capacità di leggerlo con
intelligenza.
1) Se avessi il 100% di condanne sino al terzo
grado mi chiederei se forse non sto facendo solo e soltanto i processi facili e
sicuri, quelli privi di alcuna difficoltà dal punto di vista probatorio e\o
giuridico…
2) Se mi occupassi di reati contro la pubblica
amministrazione saprei benissimo che un tasso maggiore di assoluzioni rispetto
ad altri settori è (per quanto frustrante) fisiologico , ma conoscere l’esito
mi aiuterebbe a comprendere dove lavorare per impostare in maniera sempre più
solida e convincente le mie indagini
...e gli esempi si potrebbero moltiplicare…
Ogni magistrato avrebbe tante cose da dire sul punto e ci
sono mille distinguo da fare.
Credo però che non si possa dire che il dato sulla tenuta
delle imputazioni non dica qualcosa sulla qualità del lavoro di quelle
imputazioni ha formulato.
Così come non credo che si potrebbe dire che il dato sulla
tenuta delle decisioni di primo grado non dica qualcosa sulla qualità di quelle
sentenze…
Infine, ultimo ma non ultimo, è evidente che qualsiasi
ragionamento sui numeri e sulla tenuta nei tre gradi non dovrebbe trascurare il
problema delle condizioni di lavoro e del contesto di sistema nel quale
interveniamo e che pesantemente condiziona la nostra possibilità di fare
effettivamente del nostro meglio.
La prospettiva di fondo dovrebbe essere quella di aiutarci a
lavorare meglio e in modo efficace e non di puntare il dito contro qualcuno.
Detto questo, arrivo allora alla riflessione che mi preme di
più fare.
Noi magistrati abbiamo troppo spesso fatto gli struzzi.
Siamo rimasti chiusi nella nostra cittadella, senza
governare e prevenire adeguatamente le inefficienze, le cadute di
professionalità e la sciatteria che talora si manifesta nel nostro ambiente e
nella nostra quotidianità.
Come sempre accade e come accadrà sempre di più nel futuro,
laddove non abbiamo saputo intervenire noi con intelligenza, rischia di
arrivare una soluzione politica all’insegna del populismo, fatta di
banalizzazioni e capri espiatori per problemi complessi.
Prendiamocela pure con queste ricette fatte solo per la
propaganda e che non risolvono nulla, ma scaricano solo su di noi i problemi
veri e presunti del sistema.
Se ci limitiamo però a dire “NO” a queste soluzioni facili e
sbagliate, l’ondata populista arriverà comunque e travolgerà anche il nostro
lavoro e il nostro autogoverno.
Ci rimetteremmo noi e ci rimetterebbe la qualità della
giustizia.
Io penso che la difesa dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura passi proprio dal farsi carico in modo responsabile e intelligente di
queste sfide.
mercoledì 4 settembre 2019
Tuffarsi senza saper nuotare
Oggi ho ascoltato un ex ministro (all'opposizione in questa legislatura) lamentare il fatto che il programma del nascente Governo non si occuperebbe delle imprese e infatti perché prevede taglio del cuneo fiscale misure a favore del lavoratore.
Ora, poiché trattasi di affermazione concettualmente errata perché il cuneo fiscale (quello che tutti, nessuno escluso, promettono di tagliare da 20 anni...) è il costo del lavoratore per l'impresa e quindi del taglio gioverebbero in primis gli imprenditori (e poi magari la forza lavoro per un plausibile aumento delle assunzioni), la cosa veramente grave non è (sol)tanto che questa politica (una donna) di primo piano abbia detto una cosa sbagliata e ingannevole parlando sulla radio pubblica... No.
La cosa che mi indigna di più è che la giornalista non abbia battuto ciglio proseguendo nelle domande come davanti ad una sceneggiatura.
Ma il giornalismo non può limitarsi a raccogliere passivamente le affermazioni di tutti, abdicando a svolgere qualsiasi controllo e stimolo...
Ora, o cominciamo a capire che una cosa sono le opinioni e un'altra sono gli errori e le falsità, oppure sarà impossibile creare i presupposti per un dibattito pubblico serio, che porti a un confronto di punti di vista diversi ma con una condivisa narrazione della realtà e comprensione dei dati di partenza.
L'alternativa è svuotare la democrazia e farla diventare una battaglia di propaganda, una contesa tra influencer, impegnati a convincere la massa a suon di slogan...
In un simile scenario il voto e le altre forme di democrazia partecipativa diretta sono vuoti simulacri di un sistema manipolato che invece di fare (o almeno di cercare) il bene collettivo, vuole solo usare il consenso popolare per ottenere il potere.
Il nuovo Governo dice di avere diritto di accesso alla rete tra le sue priorità?
Bene, ma mi sembra inutile se non c'è prima accesso a una conoscenza critica (e poi un'informazione pluralista, indipendente e autorevole).
Inutile garantire a tutti il diritto di tuffarsi se poi nessuno sa nuotare.
P.s. Non è una questione politica ma di democrazia, di metodo, di presupposti perchè si possa fare buona politica e la democrazia davvero faccia emergere le diversità come ricchezza, piuttosto che alimentare differenze come elemento di divisone e polemica sterile tra sordi.
Ora, poiché trattasi di affermazione concettualmente errata perché il cuneo fiscale (quello che tutti, nessuno escluso, promettono di tagliare da 20 anni...) è il costo del lavoratore per l'impresa e quindi del taglio gioverebbero in primis gli imprenditori (e poi magari la forza lavoro per un plausibile aumento delle assunzioni), la cosa veramente grave non è (sol)tanto che questa politica (una donna) di primo piano abbia detto una cosa sbagliata e ingannevole parlando sulla radio pubblica... No.
La cosa che mi indigna di più è che la giornalista non abbia battuto ciglio proseguendo nelle domande come davanti ad una sceneggiatura.
Ma il giornalismo non può limitarsi a raccogliere passivamente le affermazioni di tutti, abdicando a svolgere qualsiasi controllo e stimolo...
Ora, o cominciamo a capire che una cosa sono le opinioni e un'altra sono gli errori e le falsità, oppure sarà impossibile creare i presupposti per un dibattito pubblico serio, che porti a un confronto di punti di vista diversi ma con una condivisa narrazione della realtà e comprensione dei dati di partenza.
L'alternativa è svuotare la democrazia e farla diventare una battaglia di propaganda, una contesa tra influencer, impegnati a convincere la massa a suon di slogan...
In un simile scenario il voto e le altre forme di democrazia partecipativa diretta sono vuoti simulacri di un sistema manipolato che invece di fare (o almeno di cercare) il bene collettivo, vuole solo usare il consenso popolare per ottenere il potere.
Il nuovo Governo dice di avere diritto di accesso alla rete tra le sue priorità?
Bene, ma mi sembra inutile se non c'è prima accesso a una conoscenza critica (e poi un'informazione pluralista, indipendente e autorevole).
Inutile garantire a tutti il diritto di tuffarsi se poi nessuno sa nuotare.
P.s. Non è una questione politica ma di democrazia, di metodo, di presupposti perchè si possa fare buona politica e la democrazia davvero faccia emergere le diversità come ricchezza, piuttosto che alimentare differenze come elemento di divisone e polemica sterile tra sordi.
venerdì 16 agosto 2019
Time Out: le scuse stanno a zero...
In un Paese come il nostro e in un momento come questo, in cui giornalismo e politica spesso ci dicono solo ciò che vogliamo sentirci dire, il libro di Flavio Tranquillo è una boccata d'ossigeno, una preziosa e rara occasione per cercare di guardare fino in fondo la realtà e quindi mettere le basi per cambiare le cose.
Il racconto della "ascesa e caduta della Mens Sana" (la squadra di basket di Siena che per un decennio ha dominato il panorama italiano) diventa un caleidoscopio attraverso cui riflettere sulle contraddizioni dello sport professionistico italiano... Ma anche in questo caso lo sport è una metafora straordinaria della realtà e delle sue contraddizioni.
E' un racconto senza sconti, senza pregiudizi e senza conclusioni scontate, perché prevale la voglia di comprendere su quella di giudicare (o di voltarsi dall'altra parte, come molti hanno fatto e continuano a fare).
I social mostrano bene come la tentazione diffusa sia quella di un facile giudizio sprezzante oppure l'oblio, salvo poi vederci condannati a rivedere e ripetere sempre i medesimi errori, perché non abbiamo voluto e saputo guardare dentro la scatola.
Lascio esprimere il concetto all'autore:
"[...] tantissime persone non si pongono il problema nei termini corretti. Non sono cattive, non sono stupide, non sono avide e non sono portate a delinquere. Semplicemente, non posseggono gli strumenti culturali per vedere in modo critico la questione."
Ecco che allora il crollo del modello Mens Sana non è lo spunto per puntare il dito contro il banco degli imputati ma per interrogare tutti noi, per capire perché abbiamo scelto di non farci domande...perché ancora adesso facciamo finta di non vedere la schizofrenia di un sistema che non è sostenibile e che da un lato disperde risorse e dall'altro diventa campo di conquista per comportamenti opachi e illegalità (e quindi poi per le organizzazioni criminali).
Il contro-esame più spietato Tranquillo lo riserva a se stesso, rileggendo in modo critico un passato nel quale anche lui si rende conto come non possedere tutti gli strumenti culturali lo esponeva a sottovalutare scelte personali. Ed invece ogni nostra scelta è un'assunzione di responsabilità e diventa in certi contesti un atto "politico".
In questi anni ci hanno bombardato di informazioni su presunte emergenze, alcune anche reali ma spesso strumentalizzate per raccogliere facile consenso.
Ecco perché il libro di Flavio Tranquillo è importante e dovrebbe sollevare un dibattito pubblico e politico (non è una parolaccia...): perché ci mette di fronte ad una realtà disfunzionale, perché ci pone domande scomode, chiedendoci di lasciare da parte il tifo e di ragionare...
"perchè se no si chiude" e "così fan tutti" sono i due grandi falsi e comodi alibi per moltissime condotte illecite e talora criminali; queste scuse sono il passepartout per le scorciatoie e il volano della stragrande maggioranza dei reati fiscali. Reati che non allarmano quasi nessuno e che però producono per il benessere collettivo dei danni enormi e che probabilmente rappresentano il maggior ostacolo per uno sviluppo sano della nostra economia.
Scuse... ma come Flavio Tranquillo sa bene e ricorda sempre, nello sport e nella vite le scuse non reggono. Sono l'alibi del perdente, di chi non vuole prendersi le sue responsabilità, di chi non vuole uscire dalla comfort zone, di chi non vuole capire, perché restare distratti è più facile...
Ma chi ama il basket, chi ama lo sport, chi ama la vita e si appassiona non si ferma agli alibi e alle scuse, vuole capire, perché capendo si diventa liberi.
Questo libro è un passo in avanti per farlo.
Il racconto della "ascesa e caduta della Mens Sana" (la squadra di basket di Siena che per un decennio ha dominato il panorama italiano) diventa un caleidoscopio attraverso cui riflettere sulle contraddizioni dello sport professionistico italiano... Ma anche in questo caso lo sport è una metafora straordinaria della realtà e delle sue contraddizioni.
E' un racconto senza sconti, senza pregiudizi e senza conclusioni scontate, perché prevale la voglia di comprendere su quella di giudicare (o di voltarsi dall'altra parte, come molti hanno fatto e continuano a fare).
I social mostrano bene come la tentazione diffusa sia quella di un facile giudizio sprezzante oppure l'oblio, salvo poi vederci condannati a rivedere e ripetere sempre i medesimi errori, perché non abbiamo voluto e saputo guardare dentro la scatola.
Lascio esprimere il concetto all'autore:
"[...] tantissime persone non si pongono il problema nei termini corretti. Non sono cattive, non sono stupide, non sono avide e non sono portate a delinquere. Semplicemente, non posseggono gli strumenti culturali per vedere in modo critico la questione."
Ecco che allora il crollo del modello Mens Sana non è lo spunto per puntare il dito contro il banco degli imputati ma per interrogare tutti noi, per capire perché abbiamo scelto di non farci domande...perché ancora adesso facciamo finta di non vedere la schizofrenia di un sistema che non è sostenibile e che da un lato disperde risorse e dall'altro diventa campo di conquista per comportamenti opachi e illegalità (e quindi poi per le organizzazioni criminali).
Il contro-esame più spietato Tranquillo lo riserva a se stesso, rileggendo in modo critico un passato nel quale anche lui si rende conto come non possedere tutti gli strumenti culturali lo esponeva a sottovalutare scelte personali. Ed invece ogni nostra scelta è un'assunzione di responsabilità e diventa in certi contesti un atto "politico".
In questi anni ci hanno bombardato di informazioni su presunte emergenze, alcune anche reali ma spesso strumentalizzate per raccogliere facile consenso.
Ecco perché il libro di Flavio Tranquillo è importante e dovrebbe sollevare un dibattito pubblico e politico (non è una parolaccia...): perché ci mette di fronte ad una realtà disfunzionale, perché ci pone domande scomode, chiedendoci di lasciare da parte il tifo e di ragionare...
"perchè se no si chiude" e "così fan tutti" sono i due grandi falsi e comodi alibi per moltissime condotte illecite e talora criminali; queste scuse sono il passepartout per le scorciatoie e il volano della stragrande maggioranza dei reati fiscali. Reati che non allarmano quasi nessuno e che però producono per il benessere collettivo dei danni enormi e che probabilmente rappresentano il maggior ostacolo per uno sviluppo sano della nostra economia.
Scuse... ma come Flavio Tranquillo sa bene e ricorda sempre, nello sport e nella vite le scuse non reggono. Sono l'alibi del perdente, di chi non vuole prendersi le sue responsabilità, di chi non vuole uscire dalla comfort zone, di chi non vuole capire, perché restare distratti è più facile...
Ma chi ama il basket, chi ama lo sport, chi ama la vita e si appassiona non si ferma agli alibi e alle scuse, vuole capire, perché capendo si diventa liberi.
Questo libro è un passo in avanti per farlo.
venerdì 2 agosto 2019
Resistere al degrado
"I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore" (articolo 54 Costituzione)
...e non sai se ridere o piangere.
Lo spettacolo che va in scena ogni giorno deturpa le istituzioni: volgarità, battute sarcastiche, mancanza di decoro (onore mi pare parola eccessiva da scomodare)...e in questa triste rassegna di oscenità è evidentemente coinvolta anche la magistratura, con lo scandalo del Csm e le sue squallide intercettazioni (ora non mi interessa la rilevanza penale, ancora da dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio, delle condotte, ma il degrado etico e professionale che emerge).
Decoro, disciplina ed onore sono evidentemente cose diverse dall'onestà ma ne rappresentano una necessaria premessa ed anzi la testimonianza e la credibilità degli uomini pubblici assolve inevitabilmente anche ad una funzione culturale...o meglio (peggio), di degrado culturale se le condotte e il linguaggio sono quelle cui assistiamo.
Ci stupiamo poi che le giovani generazioni perdano fiducia o assumano comportamenti arroganti e prepotenti? Ci stupiamo che il singolo cittadino alle prese con le difficoltà sia disposto scorciatoie e sotterfugi senza spesso nemmeno rendersi conto (ve lo assicuro...) del disvalore etico di quanto commette? Ci stupiamo se tante persone si sentono legittimate a insultare e vomitare odio sui social anche (e soprattutto) quando non sanno di cosa si sta parlando? Ci stupiamo che pubblici ufficiali si dimentichino i principi fondamentali di legalità e di rispetto dei diritti e delle libertà personali?
La miscela di arroganza, rabbia e ignoranza con cui stiamo inquinando le istituzioni democratiche e il confronto pubblico finirà per avvelenare i pozzi (e le menti) di questa povera Patria...
Proviamo a respirare aria pulita, proviamo a leggere, riflettere, ascoltare. Proviamo a dubitare invece che a tifare. E facendolo forse aiuteremo i giovani e i più piccoli a fare lo stesso.
Non è una questione politica.
È un'emergenza culturale e umana.
O fai parte della resistenza a questo degrado, o ti unisci al degrado stesso (basta restare indifferenti per diventarne complici)
...e non sai se ridere o piangere.
Lo spettacolo che va in scena ogni giorno deturpa le istituzioni: volgarità, battute sarcastiche, mancanza di decoro (onore mi pare parola eccessiva da scomodare)...e in questa triste rassegna di oscenità è evidentemente coinvolta anche la magistratura, con lo scandalo del Csm e le sue squallide intercettazioni (ora non mi interessa la rilevanza penale, ancora da dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio, delle condotte, ma il degrado etico e professionale che emerge).
Decoro, disciplina ed onore sono evidentemente cose diverse dall'onestà ma ne rappresentano una necessaria premessa ed anzi la testimonianza e la credibilità degli uomini pubblici assolve inevitabilmente anche ad una funzione culturale...o meglio (peggio), di degrado culturale se le condotte e il linguaggio sono quelle cui assistiamo.
Ci stupiamo poi che le giovani generazioni perdano fiducia o assumano comportamenti arroganti e prepotenti? Ci stupiamo che il singolo cittadino alle prese con le difficoltà sia disposto scorciatoie e sotterfugi senza spesso nemmeno rendersi conto (ve lo assicuro...) del disvalore etico di quanto commette? Ci stupiamo se tante persone si sentono legittimate a insultare e vomitare odio sui social anche (e soprattutto) quando non sanno di cosa si sta parlando? Ci stupiamo che pubblici ufficiali si dimentichino i principi fondamentali di legalità e di rispetto dei diritti e delle libertà personali?
La miscela di arroganza, rabbia e ignoranza con cui stiamo inquinando le istituzioni democratiche e il confronto pubblico finirà per avvelenare i pozzi (e le menti) di questa povera Patria...
Proviamo a respirare aria pulita, proviamo a leggere, riflettere, ascoltare. Proviamo a dubitare invece che a tifare. E facendolo forse aiuteremo i giovani e i più piccoli a fare lo stesso.
Non è una questione politica.
È un'emergenza culturale e umana.
O fai parte della resistenza a questo degrado, o ti unisci al degrado stesso (basta restare indifferenti per diventarne complici)
sabato 1 giugno 2019
Magistratura: etica e indipendenza
L'articolo 54 della Costituzione, dopo aver affermato che tutti abbiamo il dovere di essere fedeli alla Repubblica e osservarne le leggi, si rivolge alle persone cui sono affidate funzioni pubbliche...e a loro chiede qualcosa di più.
Quelle funzioni svolte nell'interesse della collettività devono essere adempiute con disciplina ed onore.
Non basta osservare le leggi e non incappare in sanzioni e tanto meno può essere sufficiente non venire condannati per dei delitti: questo è il minimo ed è richiesto a tutti, ovviamente!
Se invece si hanno responsabilità pubbliche è chiesta una particolare credibilità e autorevolezza, perché la persona incaricata di queste funzioni diviene di fatto il volto dello Stato e nel suo lavoro rappresenta l'istituzione per cui lavora.
L'onorevole che cade in condotte indegne sta danneggiando anche il Parlamento intero.
Il magistrato che si dimostra poco professionale o poco laborioso o addirittura poco indipendente e credibile danneggia l'immagine dell'intera magistratura.
Il punto è che la credibilità delle istituzioni democratiche non è un interesse di chi le incarna, ma un bene prezioso per la tenuta democratica, un presupposto necessario perché si possa lavorare per realizzare e difendere ogni giorno il disegno costituzionale di un Paese più libero e giusto.
Negli ultimi giorni i giornali raccontano vicende molto gravi; al netto della prudenza che ci vuole quando non si conoscono le carte ufficiali, e nel rispetto del principio di non colpevolezza, non possiamo sottrarci da una riflessione su quello che sta emergendo.
Il punto non è il procedimento penale in corso e l'affermazione giudiziaria di eventuali responsabilità.
Rispetto a questo dovremo attendere il corso della giustizia.
Quella che invece non può attendere è la presa di consapevolezza del fatto che la vera emergenza è la fotografia impietosa di un sistema di gestione dell'autogoverno della magistratura.
Quello che non può attendere è un duro esame di coscienza da parte dell'intera magistratura, perché l'emergenza è etica.
Noi magistrati siamo sicuramente tra coloro a cui l'articolo 54 chiede di svolgere le nostre funzioni con disciplina ed onore.
Mi verrebbe da dire che la disciplina attiene alla professionalità e all'indipendenza con cui si lavora, mentre l'onore è la capacità di farlo risultando sempre credibili e autorevoli anche verso i cittadini.
Come credere alla giustizia se chi la amministra non è credibile?
Come giustificare la pretesa punitiva dello Stato se chi deve indagare e poi se del caso condannare non dimostra di attenersi lui per primo ai più alti standard di trasparenza e onestà?
In politica spesso ce la prendiamo poi con quelli che si comprano i voti per le proprie ambizioni personali, dimenticandoci di riflettere sul vuoto etico e culturale di chi quel voto è disposto a venderlo.
Allo stesso modo, nel micro cosmo dell'autogoverno della magistratura, sarebbe ipocrita e insufficiente prendersela con chi ha responsabilità di vertice, se poi non segue anche e soprattutto una riflessione critica sulla base, che evidentemente chiede e sfrutta certe logiche di condizionamento delle scelte.
O la smettiamo di cercare l'amico, l'appoggio, la spintarella... O la finiamo di riempirci di paroloni e poi di prendere il telefono quando invece ci sono di mezzo i nostri personali interessi... Oppure questi fenomeni di degenerazione continueranno ad esserci e a inquinare la magistratura e di conseguenza l'intero equilibrio democratico del Paese.
Da questo punto di vista ho l'impressione che la categoria cui appartengo stia attraversando una crisi etica e culturale molto simile a quella che vive l'intera collettività.
Il confine tra giusto e sbagliato sembra sbiadire sempre di più e tempo che molte delle persone coinvolte nei vari scandali di questi anni, incluso quest'ultimo, avessero scarsa consapevolezza del disvalore etico del loro comportamento.
Questa riflessione l'ho maturata negli ultimi anni, occupandomi di molte indagini su delitti commessi da professionisti e colletti bianchi, persone dal casellario giudiziale illibato che di fronte all'opportunità di avvantaggiarsi illecitamente non si facevano scrupoli, con la tranquillità (e a volte l'arroganza) di chi pensa di essere nel giusto, perché misura la giustizia su se stesso e sui propri bisogni.
Ecco perché torno ancora col pensiero alla lezione di Gherardo Colombo: l'obbedienza non basta più, perché è tra le pieghe delle regole che si insinua l'interesse personale e viene deturpato quello pubblico...perché la vera misura non è il rispetto formale della regolina di turno, ma l'adempimento con dignità e onore delle funzioni pubbliche e in generale dei principi costituzionali...
Solo se ripartiamo dai valori fondanti sapremo spezzare certe relazioni pericolose.
Solo guardando agli alti valori della Costituzione potremo uscire dalla palude in cui ci troviamo.
Quelle funzioni svolte nell'interesse della collettività devono essere adempiute con disciplina ed onore.
Non basta osservare le leggi e non incappare in sanzioni e tanto meno può essere sufficiente non venire condannati per dei delitti: questo è il minimo ed è richiesto a tutti, ovviamente!
Se invece si hanno responsabilità pubbliche è chiesta una particolare credibilità e autorevolezza, perché la persona incaricata di queste funzioni diviene di fatto il volto dello Stato e nel suo lavoro rappresenta l'istituzione per cui lavora.
L'onorevole che cade in condotte indegne sta danneggiando anche il Parlamento intero.
Il magistrato che si dimostra poco professionale o poco laborioso o addirittura poco indipendente e credibile danneggia l'immagine dell'intera magistratura.
Il punto è che la credibilità delle istituzioni democratiche non è un interesse di chi le incarna, ma un bene prezioso per la tenuta democratica, un presupposto necessario perché si possa lavorare per realizzare e difendere ogni giorno il disegno costituzionale di un Paese più libero e giusto.
Negli ultimi giorni i giornali raccontano vicende molto gravi; al netto della prudenza che ci vuole quando non si conoscono le carte ufficiali, e nel rispetto del principio di non colpevolezza, non possiamo sottrarci da una riflessione su quello che sta emergendo.
Il punto non è il procedimento penale in corso e l'affermazione giudiziaria di eventuali responsabilità.
Rispetto a questo dovremo attendere il corso della giustizia.
Quella che invece non può attendere è la presa di consapevolezza del fatto che la vera emergenza è la fotografia impietosa di un sistema di gestione dell'autogoverno della magistratura.
Quello che non può attendere è un duro esame di coscienza da parte dell'intera magistratura, perché l'emergenza è etica.
Noi magistrati siamo sicuramente tra coloro a cui l'articolo 54 chiede di svolgere le nostre funzioni con disciplina ed onore.
Mi verrebbe da dire che la disciplina attiene alla professionalità e all'indipendenza con cui si lavora, mentre l'onore è la capacità di farlo risultando sempre credibili e autorevoli anche verso i cittadini.
Come credere alla giustizia se chi la amministra non è credibile?
Come giustificare la pretesa punitiva dello Stato se chi deve indagare e poi se del caso condannare non dimostra di attenersi lui per primo ai più alti standard di trasparenza e onestà?
In politica spesso ce la prendiamo poi con quelli che si comprano i voti per le proprie ambizioni personali, dimenticandoci di riflettere sul vuoto etico e culturale di chi quel voto è disposto a venderlo.
Allo stesso modo, nel micro cosmo dell'autogoverno della magistratura, sarebbe ipocrita e insufficiente prendersela con chi ha responsabilità di vertice, se poi non segue anche e soprattutto una riflessione critica sulla base, che evidentemente chiede e sfrutta certe logiche di condizionamento delle scelte.
O la smettiamo di cercare l'amico, l'appoggio, la spintarella... O la finiamo di riempirci di paroloni e poi di prendere il telefono quando invece ci sono di mezzo i nostri personali interessi... Oppure questi fenomeni di degenerazione continueranno ad esserci e a inquinare la magistratura e di conseguenza l'intero equilibrio democratico del Paese.
Da questo punto di vista ho l'impressione che la categoria cui appartengo stia attraversando una crisi etica e culturale molto simile a quella che vive l'intera collettività.
Il confine tra giusto e sbagliato sembra sbiadire sempre di più e tempo che molte delle persone coinvolte nei vari scandali di questi anni, incluso quest'ultimo, avessero scarsa consapevolezza del disvalore etico del loro comportamento.
Questa riflessione l'ho maturata negli ultimi anni, occupandomi di molte indagini su delitti commessi da professionisti e colletti bianchi, persone dal casellario giudiziale illibato che di fronte all'opportunità di avvantaggiarsi illecitamente non si facevano scrupoli, con la tranquillità (e a volte l'arroganza) di chi pensa di essere nel giusto, perché misura la giustizia su se stesso e sui propri bisogni.
Ecco perché torno ancora col pensiero alla lezione di Gherardo Colombo: l'obbedienza non basta più, perché è tra le pieghe delle regole che si insinua l'interesse personale e viene deturpato quello pubblico...perché la vera misura non è il rispetto formale della regolina di turno, ma l'adempimento con dignità e onore delle funzioni pubbliche e in generale dei principi costituzionali...
Solo se ripartiamo dai valori fondanti sapremo spezzare certe relazioni pericolose.
Solo guardando agli alti valori della Costituzione potremo uscire dalla palude in cui ci troviamo.
sabato 29 dicembre 2018
Riprendiamoci lo Sport
Credo che il problema dello Sport in Italia sia molto più ampio e profondo dei singoli beceri episodi di cori razzisti o del singolo grave delitto.
È il problema di un Paese che si è arreso da anni all'ignoranza e alla volgarità, che è indulgente verso l'intolleranza, che non conosce più il rispetto e il garbo, in cui non esiste quasi più confronto e dialogo sui fatti ma solo polemica.
È un Paese che spesso scambia la faziosità estremista con il tifo.
La faziosità è la pregiudiziale proiezione di chi, debole di idee, trova solo nella contrapposizione un simulacro di identità.
Il tifo è passione e tradizione, una specie di infatuazione perenne e di amore per la competizione e per un simbolo a cui ci leghiamo, ma che non ci impedisce di riconoscere i nostri limiti e di apprezzare i meriti altrui.
Un Paese dove chi perde ha sempre sbagliato, mentre la sconfitta è parte necessaria di ogni percorso sportivo e momento imprescindibile per imparare e per riconoscere il valore del nostro avversario.
Non è (sol)tanto un problema delle curve o di ordine pubblico ma una questione di civiltà, di educazione ed un termometro dello stato di equilibrio e serenità di un popolo.
La febbre è alta perché abbiamo perso il senso della passione, perché l'insulto prevale sull'incoraggiamento, perché siamo svuotati di valori e allora ci attacchiamo alle bandiere facendole diventare motivo di scontro invece che celebrazione gioiosa della diversità.
Lo sport deve tornare ad essere un'occasione di educazione al rispetto dell'avversario e delle regole, allo stare in gruppo, all'etica del lavoro.
Non è un nodo che si possa sciogliere con una regola in più o qualche dimostrazione muscolare di fermezza: occorre un profondo ripensamento collettivo.
Ripensamento? Profondità? Collettività?
Tre concetti dimenticati nella nostra povera Italia che oggi pare dominata solo da slogan, ignoranza e personalismi.
Lo Sport può essere immagine del sogno costituzionale, in cui tutti hanno l'opportunità di realizzarsi e contribuire al percorso collettivo di un benessere condiviso, di una libertà solidale.
Cominciamo da subito.
Cominciamo da noi.
È il problema di un Paese che si è arreso da anni all'ignoranza e alla volgarità, che è indulgente verso l'intolleranza, che non conosce più il rispetto e il garbo, in cui non esiste quasi più confronto e dialogo sui fatti ma solo polemica.
È un Paese che spesso scambia la faziosità estremista con il tifo.
La faziosità è la pregiudiziale proiezione di chi, debole di idee, trova solo nella contrapposizione un simulacro di identità.
Il tifo è passione e tradizione, una specie di infatuazione perenne e di amore per la competizione e per un simbolo a cui ci leghiamo, ma che non ci impedisce di riconoscere i nostri limiti e di apprezzare i meriti altrui.
Un Paese dove chi perde ha sempre sbagliato, mentre la sconfitta è parte necessaria di ogni percorso sportivo e momento imprescindibile per imparare e per riconoscere il valore del nostro avversario.
Non è (sol)tanto un problema delle curve o di ordine pubblico ma una questione di civiltà, di educazione ed un termometro dello stato di equilibrio e serenità di un popolo.
La febbre è alta perché abbiamo perso il senso della passione, perché l'insulto prevale sull'incoraggiamento, perché siamo svuotati di valori e allora ci attacchiamo alle bandiere facendole diventare motivo di scontro invece che celebrazione gioiosa della diversità.
Lo sport deve tornare ad essere un'occasione di educazione al rispetto dell'avversario e delle regole, allo stare in gruppo, all'etica del lavoro.
Non è un nodo che si possa sciogliere con una regola in più o qualche dimostrazione muscolare di fermezza: occorre un profondo ripensamento collettivo.
Ripensamento? Profondità? Collettività?
Tre concetti dimenticati nella nostra povera Italia che oggi pare dominata solo da slogan, ignoranza e personalismi.
Lo Sport può essere immagine del sogno costituzionale, in cui tutti hanno l'opportunità di realizzarsi e contribuire al percorso collettivo di un benessere condiviso, di una libertà solidale.
Cominciamo da subito.
Cominciamo da noi.
martedì 6 novembre 2018
La PRESCRIZIONE e l'INGANNO delle SCORCIATOIE
La proposta avanzata dal M5S di bloccare definitivamente il decorso della prescrizione dopo la decisione di primo grado è per un verso troppo e per altro verso troppo poco per risolvere i tanti gravi problemi che affliggono la giustizia italiana.
La prescrizione è un istituto giuridico che determina, nel caso del processo penale, l'estinzione del reato decorso un determinato numero di anni.
Questo effetto è collegato al fatto che lo Stato dopo un certo numero di anni perde interesse alla sua pretesa punitiva e per altro verso garantisce il diritto all'oblio del cittadino, che altrimenti rischia di vedersi indagato prima e imputato poi per un numero indefinito e potenzialmente abnorme di anni.
Va fatta una premessa: per molti reati gravi il rischio di prescrizione è oggi in realtà assai contenuto.
Violenza sessuale, rapina, bancarotta, riciclaggio, corruzione, omicidio anche colposo... sono tutti delitti che in gergo si dice che non si prescrivono mai, perché il termine è collegato alla pena massima prevista più un aumento di un quarto e questo mette al riparo salvo gravissimi ritardi e inefficienze.
Inoltre è anche vero che la maggior parte dei reati si prescrive in fase di indagini, vanificando quindi l'effetto della norma che si vorrebbe introdurre.
Tuttavia non mancano casi di prescrizione in corso di giudizio e anche nei gradi successivi al primo e questo è oggettivamente un fatto patologico che va affrontato perché vuol dire vanificare anni di indagini e processo.
Interrompere la prescrizione mi pare tuttavia una scorciatoia ingannevole e sbagliata, ancor più se intrapresa mediante un emendamento e senza una riflessione più ampia che consenta una riforma organica.
Il vero obiettivo di tutti dovrebbe essere quello di garantire una durata ragionevole del processo ma ciò non si può ottenere con la leva della prescrizione, che anzi rischia di giustificare rinvii ancora più lunghi.
L'interruzione definitiva della prescrizione è troppo perché nel sistema attuale crea il concreto rischio che i cittadini restino indagati e sospesi alla pretesa punitiva dello Stato per anni... e ciò è in contrasto non solo con la ragionevole durata del processo ma anche con la pretesa di effettività e rieducazione della pena.
Pensate a un uomo sposato e che lavora e che si vede condannare magari 15/20 anni dopo per reati commessi quando era un ragazzo da poco maggiorenne (attenzione, vi ricordo che i reati più gravi hanno comunque una prescrizione davvero lunga; per esempio la violenza sessuale non aggravata si prescrive in 12 anni e mezzo, la rapina in 25, il riciclaggio in 15...).
L'interruzione definitiva della prescrizione è troppo poco perché non aiuta in concreto a dare una risposta di giustizia effettiva ed efficace, perché anche la collettività e le vittime di un delitto possono sentirsi tutelate davvero solo se la risposta dell'ordinamento arriva in tempi ragionevoli. La complessità del processo e la delicatezza delle sue conseguenze non possono certo consentire frettolosità o superficialità, ma va trovato un punto di equilibrio .
Ancora una volta la politica cerca la scorciatoia, lo slogan facile, le tre righe con cui far credere di aver risolto i problemi.
Occorrono invece riforme complessive, meditate, condivise, precedute da un vero confronto tra gli operatori e la politica.
Faccio qualche esempio su cui quotidianamente riscontro spesso molti punti di possibile accordo con gli avvocati:
. Riforma delle notifiche (per esempio richiedendone una formale e di persona all'inizio e poi stabilendo come obbligatoria la partecipazione al processo dell'imputato, limitando le notifiche solo a quelle telematiche al difensore dopo la prima)
. Riforma delle impugnazioni (consentire la riforma anche in peius in appello, evitando così le impugnazioni fatte solo per sperare in uno sconto di pena o nel rimandare il passaggio in giudicato, impedire il ricorso in Cassazione contro i patteggiamenti, ecc...)
. Riforma dei riti alternativi (aumentare i limiti con cui si può accedere ai patteggiamenti - oggi il massimo è 5 anni, differenziando anche lo sconto di pena tra abbreviato e patteggiamento stesso)
. Mutare la regola per cui il cambiamento di un solo giudice (su tre) possa condurre a dover rifare tutto il processo, però anche al tempo stesso chiedere a noi magistrati di garantire una maggiore stabilità e continuità negli uffici.
. Garantire un ufficio del magistrato che consenta a pubblici ministeri e giudici di lavorare meglio ed anche con una qualità più alta. Per esperienza posso dire che se un'indagine è fatta bene si evitano spesso lungaggini: perché magari approfondendo si capisce di dover archiviare evitando processi inutili e costosi; perché se le indagini sono complete la parte è indotta a confessare, collaborare, patteggiare o chiedere abbreviato; perché sarà più effettiva la risposta del sistema alle condotte illegali...
. Mirare a un diritto penale minimo, ovvero dedicato solo ai fatti davvero più gravi, lasciando al diritto civile e a quello amministrativo le condotte meno gravi.
Faccio notare che se escludiamo la proposta del c.d. "ufficio del magistrato" ho citato tutte riforme a costo zero e che anzi garantirebbero un risparmio di tempi e di costi.
E' sempre più urgente che magistrati, avvocati e giuristi tutti si ascoltino e trovino un terreno comune per ridare credibilità al sistema giudiziario.
L'effetto culturale delle inefficienze della giustizia è il senso di impunità per chi delinque e il senso di impotenza per le vittime: quel trionfo del furbo che tanti scoraggia e tanti corrompe.
La prescrizione è un istituto giuridico che determina, nel caso del processo penale, l'estinzione del reato decorso un determinato numero di anni.
Questo effetto è collegato al fatto che lo Stato dopo un certo numero di anni perde interesse alla sua pretesa punitiva e per altro verso garantisce il diritto all'oblio del cittadino, che altrimenti rischia di vedersi indagato prima e imputato poi per un numero indefinito e potenzialmente abnorme di anni.
Va fatta una premessa: per molti reati gravi il rischio di prescrizione è oggi in realtà assai contenuto.
Violenza sessuale, rapina, bancarotta, riciclaggio, corruzione, omicidio anche colposo... sono tutti delitti che in gergo si dice che non si prescrivono mai, perché il termine è collegato alla pena massima prevista più un aumento di un quarto e questo mette al riparo salvo gravissimi ritardi e inefficienze.
Inoltre è anche vero che la maggior parte dei reati si prescrive in fase di indagini, vanificando quindi l'effetto della norma che si vorrebbe introdurre.
Tuttavia non mancano casi di prescrizione in corso di giudizio e anche nei gradi successivi al primo e questo è oggettivamente un fatto patologico che va affrontato perché vuol dire vanificare anni di indagini e processo.
Interrompere la prescrizione mi pare tuttavia una scorciatoia ingannevole e sbagliata, ancor più se intrapresa mediante un emendamento e senza una riflessione più ampia che consenta una riforma organica.
Il vero obiettivo di tutti dovrebbe essere quello di garantire una durata ragionevole del processo ma ciò non si può ottenere con la leva della prescrizione, che anzi rischia di giustificare rinvii ancora più lunghi.
L'interruzione definitiva della prescrizione è troppo perché nel sistema attuale crea il concreto rischio che i cittadini restino indagati e sospesi alla pretesa punitiva dello Stato per anni... e ciò è in contrasto non solo con la ragionevole durata del processo ma anche con la pretesa di effettività e rieducazione della pena.
Pensate a un uomo sposato e che lavora e che si vede condannare magari 15/20 anni dopo per reati commessi quando era un ragazzo da poco maggiorenne (attenzione, vi ricordo che i reati più gravi hanno comunque una prescrizione davvero lunga; per esempio la violenza sessuale non aggravata si prescrive in 12 anni e mezzo, la rapina in 25, il riciclaggio in 15...).
L'interruzione definitiva della prescrizione è troppo poco perché non aiuta in concreto a dare una risposta di giustizia effettiva ed efficace, perché anche la collettività e le vittime di un delitto possono sentirsi tutelate davvero solo se la risposta dell'ordinamento arriva in tempi ragionevoli. La complessità del processo e la delicatezza delle sue conseguenze non possono certo consentire frettolosità o superficialità, ma va trovato un punto di equilibrio .
Ancora una volta la politica cerca la scorciatoia, lo slogan facile, le tre righe con cui far credere di aver risolto i problemi.
Occorrono invece riforme complessive, meditate, condivise, precedute da un vero confronto tra gli operatori e la politica.
Faccio qualche esempio su cui quotidianamente riscontro spesso molti punti di possibile accordo con gli avvocati:
. Riforma delle notifiche (per esempio richiedendone una formale e di persona all'inizio e poi stabilendo come obbligatoria la partecipazione al processo dell'imputato, limitando le notifiche solo a quelle telematiche al difensore dopo la prima)
. Riforma delle impugnazioni (consentire la riforma anche in peius in appello, evitando così le impugnazioni fatte solo per sperare in uno sconto di pena o nel rimandare il passaggio in giudicato, impedire il ricorso in Cassazione contro i patteggiamenti, ecc...)
. Riforma dei riti alternativi (aumentare i limiti con cui si può accedere ai patteggiamenti - oggi il massimo è 5 anni, differenziando anche lo sconto di pena tra abbreviato e patteggiamento stesso)
. Mutare la regola per cui il cambiamento di un solo giudice (su tre) possa condurre a dover rifare tutto il processo, però anche al tempo stesso chiedere a noi magistrati di garantire una maggiore stabilità e continuità negli uffici.
. Garantire un ufficio del magistrato che consenta a pubblici ministeri e giudici di lavorare meglio ed anche con una qualità più alta. Per esperienza posso dire che se un'indagine è fatta bene si evitano spesso lungaggini: perché magari approfondendo si capisce di dover archiviare evitando processi inutili e costosi; perché se le indagini sono complete la parte è indotta a confessare, collaborare, patteggiare o chiedere abbreviato; perché sarà più effettiva la risposta del sistema alle condotte illegali...
. Mirare a un diritto penale minimo, ovvero dedicato solo ai fatti davvero più gravi, lasciando al diritto civile e a quello amministrativo le condotte meno gravi.
Faccio notare che se escludiamo la proposta del c.d. "ufficio del magistrato" ho citato tutte riforme a costo zero e che anzi garantirebbero un risparmio di tempi e di costi.
E' sempre più urgente che magistrati, avvocati e giuristi tutti si ascoltino e trovino un terreno comune per ridare credibilità al sistema giudiziario.
L'effetto culturale delle inefficienze della giustizia è il senso di impunità per chi delinque e il senso di impotenza per le vittime: quel trionfo del furbo che tanti scoraggia e tanti corrompe.
giovedì 17 maggio 2018
Contratto e Giustizia: "poche idee ma ben confuse"
"poche idee ma ben confuse..."
Il mio insegnante di italiano al liceo fotografava con questa lapidaria espressione le perfomance meno convincenti in un'interrogazione... e queste parole mi sono tornate in mente leggendo l'ultima versione della bozza di contratto per la formazione del nuovo Governo tra M5S e Lega.
A parte qualche dichiarazione d'intento anche condivisibile ma generica, lasciano perplessi alcuni punti così come la totale mancanza di altri argomenti.
In generale i possibili soci della futura maggioranza sembrano voler dichiarare la fine del "diritto penale minimo", ovvero di quella corrente del diritto penale (maggioritaria anche in dottrina) che suggerisce un uso moderato del diritto penale quale extrema ratio.
Vengono infatti bollati come negativi provvedimenti che la maggior parte degli operatori hanno condiviso e che anzi avremmo voluto vedere ancor più sviluppati: quindi no a depenalizzazione e abrogazione, no a misure alternative alla detenzione, no alla non punibilità per tenuità del fatto, no al ricorso agli illeciti amministrativi...insomma, torniamo a mostrare i muscoli e usiamo il diritto penale come strumento di affermazione della legalità.
Qualcuno rispetto a questo approccio parla giustamente di "panpenalismo": il diritto penale come panacea di tutti mali, come strumento principe.
Questa impostazione che vorrebbe dimostrare forza e autorevolezza è per un verso sbagliata nelle premesse e illusoria negli obiettivi.
L'eccessivo ricorso al processo penale e al carcere dimostra la volontà di essere autoritari ma non per questi autorevoli, non capendo che il recupero di legalità passa anzitutto attraverso cultura della legalità, educazione, trasparenza ed efficienza delle procedure.
Soprattutto questo approccio contraddice l'altra volontà di fondo espressa dal contratto, ovvero quella che vorrebbe realizzare una giusta durata del processo.
Tale obiettivo, condiviso ovviamente da tutte le parti almeno come principio, non può certo essere perseguito aumentando il novero dei reati (e quindi dei processi) ed escludendo delle modalità di definizione alternative.
Per recuperare efficacia e quindi autorevolezza non abbiamo bisogno di altri processi, ma di farne di meno e meglio ed in tempi più effettivi.
Allora è contraddittorio volere processi brevi e poi dire che si vuole abolire il rito abbreviato per i reati più gravi. Questa scelta determinerebbe un enorme aggravio dei Tribunali con altri processi impegnativi e lunghi e conseguente aumento dei tempi.
Sarebbe invece estremamente ragionevole semmai potenziare i riti alternativi, magari spingendo verso una maggiore appetibilità del patteggiamento (che oggi può essere fatto solo sino a 5 anni) e magari concedendo uno sconto di pena inferiore per il predetto rito abbreviato (con cui l'imputato rinuncia ad assumere le prove in contraddittorio).
Chi frequente le aule dei tribunali sa benissimo che sono proprio i riti alternativi a tenere in vita il sistema (infatti i tribunali in cui nessuno fa riti alternativi, magari anche per colpa di indagine lente e non complete, finiscono per collassare e non riescono a dare una risposta alla domanda di giustizia).
Chiarisco ulteriormente: uno degli obiettivi delle mie indagini è quella di fare un'attività di approfondimento completa così da indurre le difese a scegliere il rito alternativo. In questo modo ottengo risultati più sicuri e con un risparmio di decine di ore di lavoro e ottenendo sentenze definitive con anni di anticipo, contemporaneamente alleggerendo il carico dei dibattimenti.
Altra cosa che colpisce è l'assenza di attenzione verso i fenomeni della criminalità economica che danneggiano enormemente la crecita del Paese e le casse dell'Erario:bancarotte, frodi fiscali, riciclaggi...
Queste emergenze non vengono citate (ci sarebbe bisogno di nuove norme, nuove competenze, specializzazione degli operatori, strumenti di contrasto più snelli per evitare l'abuso delle persone giuridiche, ecc...), mentre si dedica attenzione ai reati di maggiore "allarme sociale", come i furti in abitazione...
L'allarme sociale va ascoltato ma forse andrebbe anche spiegato ai cittadini che una bancarotta di 30 milioni o una frode fiscale per 10 milioni (come ne sto vedendo ogni anno io nel mio ufficio) sono fenomeni assai più dannosi per la collettività...
Quindi panpenalismo da un lato e diritto penale delle favelas dall'altro (come definito da Scarpinato), ovvero un diritto penale dedicato ai reati di chi è già ai margini delle società e non sa essere altrettanto efficace e credibile verso i colletti bianchi, la criminalità economica e del potere.
Sono assolutamente convinto dalla mia esperienza sul campo in questi anni che il miglior contrasto alla penetrazione mafiosa in particolare al nord passa principalmente proprio attraverso un efficace controllo di legalità nella materia societaria, fallimentare e tributaria.
Lascia allora un po' perplessi vedere che si dedica anche qualche riga alla tutela degli animali (che io adoro, avendo un cane e un gatto, sia chiaro...), che francamente non mi pare essere l'emergenza del Paese, soprattutto se si vogliono liberare le risorse sane e recuperare i profitti illeciti a fronte degli enormi costi del resto del programma di Governo.
Mancano poi idee e indicazioni su come far effettivamente viaggiare più veloce la macchina della giustizia, che è il problema dei problemi. Inutile aumentare pene o minacciare il carcere se i dibattimenti sono troppi e durano anni, se le Procure sono affossate da migliaia di denunce anche per fatti bagatellari, se la procedura non viene semplificata e razionalizzata.
Siamo solo alla preparazione della nascita di un possibile nuovo Governo, ma le idee appaiono purtroppo poche e ben confuse.
Infine, il programma di riforma della giustizia e in particolare della giustizia penale non dovrebbe essere proprietà del Governo, essendo attribuito al Parlamento, al potere legislativo. Proprio la materia penale è riservata alla legge parlamentare dalla Costituzione, non volendosi affidare un tema tanto delicato alle scelte del Governo (che cerca di farlo persino a volte con i decreti legge).
Questo problema di metodo è solo il sintomo di un problema più vasto e sistematico: nel nostro Paese stiamo perdendo la separazione tra potere esecutivo e potere legislativo...e per di più lo stiamo facendo a discapito del secondo, laddove semmai i Padri Costituenti volevano la centralità del Parlamento anche come maggiore garanzia di democrazia e di tutela delle minoranze.
Speriamo che alcuni toni da campagna elettorale vengano messi da parte e si torni a confrontarci e ragionare su ciò che davvero è utile, urgente, possibile, determinante per recuperare legalità in un Paese ferito dalla criminalità e inaridito dalla sfiducia nella giustizia.
Good night and good luck
Il mio insegnante di italiano al liceo fotografava con questa lapidaria espressione le perfomance meno convincenti in un'interrogazione... e queste parole mi sono tornate in mente leggendo l'ultima versione della bozza di contratto per la formazione del nuovo Governo tra M5S e Lega.
A parte qualche dichiarazione d'intento anche condivisibile ma generica, lasciano perplessi alcuni punti così come la totale mancanza di altri argomenti.
In generale i possibili soci della futura maggioranza sembrano voler dichiarare la fine del "diritto penale minimo", ovvero di quella corrente del diritto penale (maggioritaria anche in dottrina) che suggerisce un uso moderato del diritto penale quale extrema ratio.
Vengono infatti bollati come negativi provvedimenti che la maggior parte degli operatori hanno condiviso e che anzi avremmo voluto vedere ancor più sviluppati: quindi no a depenalizzazione e abrogazione, no a misure alternative alla detenzione, no alla non punibilità per tenuità del fatto, no al ricorso agli illeciti amministrativi...insomma, torniamo a mostrare i muscoli e usiamo il diritto penale come strumento di affermazione della legalità.
Qualcuno rispetto a questo approccio parla giustamente di "panpenalismo": il diritto penale come panacea di tutti mali, come strumento principe.
Questa impostazione che vorrebbe dimostrare forza e autorevolezza è per un verso sbagliata nelle premesse e illusoria negli obiettivi.
L'eccessivo ricorso al processo penale e al carcere dimostra la volontà di essere autoritari ma non per questi autorevoli, non capendo che il recupero di legalità passa anzitutto attraverso cultura della legalità, educazione, trasparenza ed efficienza delle procedure.
Soprattutto questo approccio contraddice l'altra volontà di fondo espressa dal contratto, ovvero quella che vorrebbe realizzare una giusta durata del processo.
Tale obiettivo, condiviso ovviamente da tutte le parti almeno come principio, non può certo essere perseguito aumentando il novero dei reati (e quindi dei processi) ed escludendo delle modalità di definizione alternative.
Per recuperare efficacia e quindi autorevolezza non abbiamo bisogno di altri processi, ma di farne di meno e meglio ed in tempi più effettivi.
Allora è contraddittorio volere processi brevi e poi dire che si vuole abolire il rito abbreviato per i reati più gravi. Questa scelta determinerebbe un enorme aggravio dei Tribunali con altri processi impegnativi e lunghi e conseguente aumento dei tempi.
Sarebbe invece estremamente ragionevole semmai potenziare i riti alternativi, magari spingendo verso una maggiore appetibilità del patteggiamento (che oggi può essere fatto solo sino a 5 anni) e magari concedendo uno sconto di pena inferiore per il predetto rito abbreviato (con cui l'imputato rinuncia ad assumere le prove in contraddittorio).
Chi frequente le aule dei tribunali sa benissimo che sono proprio i riti alternativi a tenere in vita il sistema (infatti i tribunali in cui nessuno fa riti alternativi, magari anche per colpa di indagine lente e non complete, finiscono per collassare e non riescono a dare una risposta alla domanda di giustizia).
Chiarisco ulteriormente: uno degli obiettivi delle mie indagini è quella di fare un'attività di approfondimento completa così da indurre le difese a scegliere il rito alternativo. In questo modo ottengo risultati più sicuri e con un risparmio di decine di ore di lavoro e ottenendo sentenze definitive con anni di anticipo, contemporaneamente alleggerendo il carico dei dibattimenti.
Altra cosa che colpisce è l'assenza di attenzione verso i fenomeni della criminalità economica che danneggiano enormemente la crecita del Paese e le casse dell'Erario:bancarotte, frodi fiscali, riciclaggi...
Queste emergenze non vengono citate (ci sarebbe bisogno di nuove norme, nuove competenze, specializzazione degli operatori, strumenti di contrasto più snelli per evitare l'abuso delle persone giuridiche, ecc...), mentre si dedica attenzione ai reati di maggiore "allarme sociale", come i furti in abitazione...
L'allarme sociale va ascoltato ma forse andrebbe anche spiegato ai cittadini che una bancarotta di 30 milioni o una frode fiscale per 10 milioni (come ne sto vedendo ogni anno io nel mio ufficio) sono fenomeni assai più dannosi per la collettività...
Quindi panpenalismo da un lato e diritto penale delle favelas dall'altro (come definito da Scarpinato), ovvero un diritto penale dedicato ai reati di chi è già ai margini delle società e non sa essere altrettanto efficace e credibile verso i colletti bianchi, la criminalità economica e del potere.
Sono assolutamente convinto dalla mia esperienza sul campo in questi anni che il miglior contrasto alla penetrazione mafiosa in particolare al nord passa principalmente proprio attraverso un efficace controllo di legalità nella materia societaria, fallimentare e tributaria.
Lascia allora un po' perplessi vedere che si dedica anche qualche riga alla tutela degli animali (che io adoro, avendo un cane e un gatto, sia chiaro...), che francamente non mi pare essere l'emergenza del Paese, soprattutto se si vogliono liberare le risorse sane e recuperare i profitti illeciti a fronte degli enormi costi del resto del programma di Governo.
Mancano poi idee e indicazioni su come far effettivamente viaggiare più veloce la macchina della giustizia, che è il problema dei problemi. Inutile aumentare pene o minacciare il carcere se i dibattimenti sono troppi e durano anni, se le Procure sono affossate da migliaia di denunce anche per fatti bagatellari, se la procedura non viene semplificata e razionalizzata.
Siamo solo alla preparazione della nascita di un possibile nuovo Governo, ma le idee appaiono purtroppo poche e ben confuse.
Infine, il programma di riforma della giustizia e in particolare della giustizia penale non dovrebbe essere proprietà del Governo, essendo attribuito al Parlamento, al potere legislativo. Proprio la materia penale è riservata alla legge parlamentare dalla Costituzione, non volendosi affidare un tema tanto delicato alle scelte del Governo (che cerca di farlo persino a volte con i decreti legge).
Questo problema di metodo è solo il sintomo di un problema più vasto e sistematico: nel nostro Paese stiamo perdendo la separazione tra potere esecutivo e potere legislativo...e per di più lo stiamo facendo a discapito del secondo, laddove semmai i Padri Costituenti volevano la centralità del Parlamento anche come maggiore garanzia di democrazia e di tutela delle minoranze.
Speriamo che alcuni toni da campagna elettorale vengano messi da parte e si torni a confrontarci e ragionare su ciò che davvero è utile, urgente, possibile, determinante per recuperare legalità in un Paese ferito dalla criminalità e inaridito dalla sfiducia nella giustizia.
Good night and good luck
domenica 25 marzo 2018
Il Vero Scandalo e la Memoria Scomoda
Condivido (in ogni senso) il comunicato della giunta Anm Ligure dell'Anm ed esprimo anche la mia personale solidarietà a Enrico Zucca.
Il ricordare dei fatti acclarati in sentenze definitive non può mai essere uno scandalo.
Lo scandalo è semmai constatare che chi si è reso responsabile di gravi reati e di fatti definiti come tortura dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo non solo non venga rimosso dai propri incarichi, ma in diversi casi abbia ottenuto anzi promozioni...
Lo scandalo è semmai constatare che chi si è reso responsabile di gravi reati e di fatti definiti come tortura dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo non solo non venga rimosso dai propri incarichi, ma in diversi casi abbia ottenuto anzi promozioni...
La successiva considerazione fatta dal collega che questi fatti potrebbero indebolire la posizione del nostro Paese nei confronti dell'Egitto sulla questione Regeni mi pare molto più che ragionevole...
L'ipocrisia non aiuta e tanto meno se si deve chiedere il rispetto dei diritti umani.
La Giunta distrettuale Ligure dell’ANM
Preso atto delle critiche e delle annunciate iniziative disciplinari o para-disciplinari nei confronti del collega Enrico Zucca in relazione ai contenuti di un suo intervento nel corso di un convegno organizzato dall’Ordine degli Avvocati, il cui audio-video può essere reperito sul web, dichiarazioni di cui i titoli di stampa e i lanci di agenzia hanno riprodotto solo parzialmente il senso e il contenuto;
osservato che quanto ricordato dal collega altro non è che quanto riportato in varie sentenze della CEDU ed in particolare nelle sentenze del 7 aprile 2015 (Cestaro c. Italia relativa all’irruzione presso la scuola Diaz) e del 26 ottobre 2017 (Azzolina e altri c.Italia relativa ai fatti avvenuti presso la Caserma di Bolzaneto), reperibili sul sito www.giustizia.it del Ministero della Giustizia;
ricordato che tali sentenze hanno acclarato in via definitiva che alcuni funzionari ai vertici della Polizia italiana hanno coperto persone che si sono rese responsabili di tortura e che espressamente la sentenza Cestaro ha sottolineato che in caso di condanna vanno rimossi gli imputati per reati che implicano dei maltrattamenti, circostanza su cui il governo stesso non ha fornito informazioni alla Cedu (cfr. sentenza Azzolina);
esprime solidarietà al collega Zucca cui si addebita, in realtà, di avere ricordato fatti e circostanze oggettive, che sono appurati in via definitiva dalla giurisdizione italiana e sono riportati in una sentenza della Cedu, fatti che hanno condotto alla condanna dell’Italia e che sono fonte di elevati risarcimenti a carico dell’erario per i danni subiti dalle vittime;
evidenzia che l’intervento è stato improntato a equilibrio, dignità e misura come prescritto dal codice etico dell’ANM: le valutazioni personali in ordine alla incidenza di tali fatti rispetto alle tragiche recenti vicende avvenute in Egitto, che senza dubbio non si riferiscono ai vertici della polizia in modo generalizzato, sono opinioni che possono non essere condivise nel merito, ma non possono essere definite oltraggiose quando espongono fatti storici appurati con sentenze della Repubblica Italiana.
osservato che quanto ricordato dal collega altro non è che quanto riportato in varie sentenze della CEDU ed in particolare nelle sentenze del 7 aprile 2015 (Cestaro c. Italia relativa all’irruzione presso la scuola Diaz) e del 26 ottobre 2017 (Azzolina e altri c.Italia relativa ai fatti avvenuti presso la Caserma di Bolzaneto), reperibili sul sito www.giustizia.it del Ministero della Giustizia;
ricordato che tali sentenze hanno acclarato in via definitiva che alcuni funzionari ai vertici della Polizia italiana hanno coperto persone che si sono rese responsabili di tortura e che espressamente la sentenza Cestaro ha sottolineato che in caso di condanna vanno rimossi gli imputati per reati che implicano dei maltrattamenti, circostanza su cui il governo stesso non ha fornito informazioni alla Cedu (cfr. sentenza Azzolina);
esprime solidarietà al collega Zucca cui si addebita, in realtà, di avere ricordato fatti e circostanze oggettive, che sono appurati in via definitiva dalla giurisdizione italiana e sono riportati in una sentenza della Cedu, fatti che hanno condotto alla condanna dell’Italia e che sono fonte di elevati risarcimenti a carico dell’erario per i danni subiti dalle vittime;
evidenzia che l’intervento è stato improntato a equilibrio, dignità e misura come prescritto dal codice etico dell’ANM: le valutazioni personali in ordine alla incidenza di tali fatti rispetto alle tragiche recenti vicende avvenute in Egitto, che senza dubbio non si riferiscono ai vertici della polizia in modo generalizzato, sono opinioni che possono non essere condivise nel merito, ma non possono essere definite oltraggiose quando espongono fatti storici appurati con sentenze della Repubblica Italiana.
La Giunta Distrettuale ritiene pertanto estremamente grave ciò che è realmente sotteso ad alcuni interventi censori, ossia che il solo citare una sentenza della Corte di Giustizia Europea, per di più in maniera corretta e misurata, possa essere ritenuto fonte di responsabilità disciplinare: se fosse stabilito tale principio qualunque magistrato italiano che cita una sentenza scomoda, addirittura in giudicato, sarebbe a rischio.
Le citate sentenze evocano vicende che ancora, a distanza di anni, costituiscono una ferita aperta nella coscienza nazionale, vicende che è legittimo voler affrontare e non rimuovere, applicando fino in fondo le leggi, senza che tale volontà possa essere contrastata con la censura di chi la esprime.
LA GIUNTA UNITARIA DISTRETTUALE
ANM - LIGURIA
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