"the problems we all live with" di norman rockwell

giovedì 17 maggio 2018

Contratto e Giustizia: "poche idee ma ben confuse"

"poche idee ma ben confuse..."
Il mio insegnante di italiano al liceo fotografava con questa lapidaria espressione le perfomance meno convincenti in un'interrogazione... e queste parole mi sono tornate in mente leggendo l'ultima versione della bozza di contratto per la formazione del nuovo Governo tra M5S e Lega.
A parte qualche dichiarazione d'intento anche condivisibile ma generica, lasciano perplessi alcuni punti così come la totale mancanza di altri argomenti.

In generale i possibili soci della futura maggioranza sembrano voler dichiarare la fine del "diritto penale minimo", ovvero di quella corrente del diritto penale (maggioritaria anche in dottrina) che suggerisce un uso moderato del diritto penale quale extrema ratio.
Vengono infatti bollati come negativi provvedimenti che la maggior parte degli operatori hanno condiviso e che anzi avremmo voluto vedere ancor più sviluppati: quindi no a depenalizzazione e abrogazione, no a misure alternative alla detenzione, no alla non punibilità per tenuità del fatto, no al ricorso agli illeciti amministrativi...insomma, torniamo a mostrare i muscoli e usiamo il diritto penale come strumento di affermazione della legalità.

Qualcuno rispetto a questo approccio parla giustamente di "panpenalismo": il diritto penale come panacea di tutti mali, come strumento principe. 
Questa impostazione che vorrebbe dimostrare forza e autorevolezza è per un verso sbagliata nelle premesse e illusoria negli obiettivi.

L'eccessivo ricorso al processo penale e al carcere dimostra la volontà di essere autoritari ma non per questi autorevoli, non capendo che il recupero di legalità passa anzitutto attraverso cultura della legalità, educazione, trasparenza ed efficienza delle procedure
Soprattutto questo approccio contraddice l'altra volontà di fondo espressa dal contratto, ovvero quella che vorrebbe realizzare una giusta durata del processo.
Tale obiettivo, condiviso ovviamente da tutte le parti almeno come principio, non può certo essere perseguito aumentando il novero dei reati (e quindi dei processi) ed escludendo delle modalità di definizione alternative.
Per recuperare efficacia e quindi autorevolezza non abbiamo bisogno di altri processi, ma di farne di meno e meglio ed in tempi più effettivi

Allora è contraddittorio volere processi brevi e poi dire che si vuole abolire il rito abbreviato per i reati più gravi. Questa scelta determinerebbe un enorme aggravio dei Tribunali con altri processi impegnativi e lunghi e conseguente aumento dei tempi.

Sarebbe invece estremamente ragionevole semmai potenziare i riti alternativi, magari spingendo verso una maggiore appetibilità del patteggiamento (che oggi può essere fatto solo sino a 5 anni) e magari concedendo uno sconto di pena inferiore per il predetto rito abbreviato (con cui l'imputato rinuncia ad assumere le prove in contraddittorio).

Chi frequente le aule dei tribunali sa benissimo che sono proprio i riti alternativi a tenere in vita il sistema (infatti i tribunali in cui nessuno fa riti alternativi, magari anche per colpa di indagine lente e non complete, finiscono per collassare e non riescono a dare una risposta alla domanda di giustizia).
Chiarisco ulteriormente: uno degli obiettivi delle mie indagini è quella di fare un'attività di approfondimento completa così da indurre le difese a scegliere il rito alternativo. In questo modo ottengo risultati più sicuri e con un risparmio di decine di ore di lavoro e ottenendo sentenze definitive con anni di anticipo, contemporaneamente alleggerendo il carico dei dibattimenti.

Altra cosa che colpisce è l'assenza di attenzione verso i fenomeni della criminalità economica che danneggiano enormemente la crecita del Paese e le casse dell'Erario:bancarotte, frodi fiscali, riciclaggi...
Queste emergenze non vengono citate (ci sarebbe bisogno di nuove norme, nuove competenze, specializzazione degli operatori, strumenti di contrasto più snelli per evitare l'abuso delle persone giuridiche, ecc...), mentre si dedica attenzione ai reati di maggiore "allarme sociale", come i furti in abitazione...
L'allarme sociale va ascoltato ma forse andrebbe anche spiegato ai cittadini che una bancarotta di 30 milioni o una frode fiscale per 10 milioni (come ne sto vedendo ogni anno io nel mio ufficio) sono fenomeni assai più dannosi per la collettività...

Quindi panpenalismo da un lato e diritto penale delle favelas dall'altro (come definito da Scarpinato), ovvero un diritto penale dedicato ai reati di chi è già ai margini delle società e non sa essere altrettanto efficace e credibile verso i colletti bianchi, la criminalità economica e del potere.

Sono assolutamente convinto dalla mia esperienza sul campo in questi anni che il miglior contrasto alla penetrazione mafiosa in particolare al nord passa principalmente proprio attraverso un efficace controllo di legalità nella materia societaria, fallimentare e tributaria.

Lascia allora un po' perplessi vedere che si dedica anche qualche riga alla tutela degli animali (che io adoro, avendo un cane e un gatto, sia chiaro...), che francamente non mi pare essere l'emergenza del Paese, soprattutto se si vogliono liberare le risorse sane e recuperare i profitti illeciti a fronte degli enormi costi del resto del programma di Governo.

Mancano poi idee e indicazioni su come far effettivamente viaggiare più veloce la macchina della giustizia, che è il problema dei problemi. Inutile aumentare pene o minacciare il carcere se i dibattimenti sono troppi e durano anni, se le Procure sono affossate da migliaia di denunce anche per fatti bagatellari, se la procedura non viene semplificata e razionalizzata.

Siamo solo alla preparazione della nascita di un possibile nuovo Governo, ma le idee appaiono purtroppo poche e ben confuse.

Infine, il programma di riforma della giustizia e in particolare della giustizia penale non dovrebbe essere proprietà del Governo, essendo attribuito al Parlamento, al potere legislativo. Proprio la materia penale è riservata alla legge parlamentare dalla Costituzione, non volendosi affidare un tema tanto delicato alle scelte del Governo (che cerca di farlo persino a volte con i decreti legge).
Questo problema di metodo è solo il sintomo di un problema più vasto e sistematico: nel nostro Paese stiamo perdendo la separazione tra potere esecutivo e potere legislativo...e per di più  lo stiamo facendo a discapito del secondo, laddove semmai i Padri Costituenti volevano la centralità del Parlamento anche come maggiore garanzia di democrazia e di tutela delle minoranze.

Speriamo che alcuni toni da campagna elettorale vengano messi da parte e si torni a confrontarci e ragionare su ciò che davvero è utile, urgente, possibile, determinante per recuperare legalità in un Paese ferito dalla criminalità e inaridito dalla sfiducia nella giustizia.

Good night and good luck

domenica 25 marzo 2018

Il Vero Scandalo e la Memoria Scomoda

Condivido (in ogni senso) il comunicato della giunta Anm Ligure dell'Anm ed esprimo anche la mia personale solidarietà a Enrico Zucca.

Il ricordare dei fatti acclarati in sentenze definitive non può mai essere uno scandalo.
Lo scandalo è semmai constatare che chi si è reso responsabile di gravi reati e di fatti definiti come tortura dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo non solo non venga rimosso dai propri incarichi, ma in diversi casi abbia ottenuto anzi promozioni...

La successiva considerazione fatta dal collega che questi fatti potrebbero indebolire la posizione del nostro Paese nei confronti dell'Egitto sulla questione Regeni mi pare molto più che ragionevole... 

L'ipocrisia non aiuta e tanto meno se si deve chiedere il rispetto dei diritti umani.

La Giunta distrettuale Ligure dell’ANM
Preso atto delle critiche e delle annunciate iniziative disciplinari o para-disciplinari nei confronti del collega Enrico Zucca in relazione ai contenuti di un suo intervento nel corso di un convegno organizzato dall’Ordine degli Avvocati, il cui audio-video può essere reperito sul web, dichiarazioni di cui i titoli di stampa e i lanci di agenzia hanno riprodotto solo parzialmente il senso e il contenuto;
osservato che quanto ricordato dal collega altro non è che quanto riportato in varie sentenze della CEDU ed in particolare nelle sentenze del 7 aprile 2015 (Cestaro c. Italia relativa all’irruzione presso la scuola Diaz) e del 26 ottobre 2017 (Azzolina e altri c.Italia relativa ai fatti avvenuti presso la Caserma di Bolzaneto), reperibili sul sito www.giustizia.it del Ministero della Giustizia;
ricordato che tali sentenze hanno acclarato in via definitiva che alcuni funzionari ai vertici della Polizia italiana hanno coperto persone che si sono rese responsabili di tortura e che espressamente la sentenza Cestaro ha sottolineato che in caso di condanna vanno rimossi gli imputati per reati che implicano dei maltrattamenti, circostanza su cui il governo stesso non ha fornito informazioni alla Cedu (cfr. sentenza Azzolina);
esprime solidarietà al collega Zucca cui si addebita, in realtà, di avere ricordato fatti e circostanze oggettive, che sono appurati in via definitiva dalla giurisdizione italiana e sono riportati in una sentenza della Cedu, fatti che hanno condotto alla condanna dell’Italia e che sono fonte di elevati risarcimenti a carico dell’erario per i danni subiti dalle vittime;
evidenzia che l’intervento è stato improntato a equilibrio, dignità e misura come prescritto dal codice etico dell’ANM: le valutazioni personali in ordine alla incidenza di tali fatti rispetto alle tragiche recenti vicende avvenute in Egitto, che senza dubbio non si riferiscono ai vertici della polizia in modo generalizzato, sono opinioni che possono non essere condivise nel merito, ma non possono essere definite oltraggiose quando espongono fatti storici appurati con sentenze della Repubblica Italiana.
La Giunta Distrettuale ritiene pertanto estremamente grave ciò che è realmente sotteso ad alcuni interventi censori, ossia che il solo citare una sentenza della Corte di Giustizia Europea, per di più in maniera corretta e misurata, possa essere ritenuto fonte di responsabilità disciplinare: se fosse stabilito tale principio qualunque magistrato italiano che cita una sentenza scomoda, addirittura in giudicato, sarebbe a rischio.
Le citate sentenze evocano vicende che ancora, a distanza di anni, costituiscono una ferita aperta nella coscienza nazionale, vicende che è legittimo voler affrontare e non rimuovere, applicando fino in fondo le leggi, senza che tale volontà possa essere contrastata con la censura di chi la esprime.
LA GIUNTA UNITARIA DISTRETTUALE
ANM - LIGURIA

venerdì 2 febbraio 2018

In difesa del dialogo

Una degli aspetti più deteriori e avvilenti del dibattito politico di questi anni ed anche di questa campagna elettorale è lo sprezzante linguaggio con cui si parla di accordi.

So bene che i comportamenti incoerenti, i compromessi al ribasso e i negoziati volti solo a conservare il potere hanno alimentato la convinzione che ogni forma di dialogo nasconda solo le peggiori intenzioni.
Questa sfiducia non è immotivata ma ci sta inducendo a pensare che la soluzione sia che chi vince prende tutto e che il confronto con chi la pensa diversamente sia solo un segno di debolezza o peggio.

La politica dovrebbe invece dimostrare che un accordo, per quanto faticoso e difficile, può essere un momento di sintesi e crescita, un mettere insieme più idee, un trovare il terreno condiviso. Anzi, la politica, quando si declina al meglio come arte del possibile e cura delle questioni che riguardano la collettività, si manifesta proprio tipicamente attraverso il confronto.

L'idea per cui ogni dialogo sia automaticamente un inciucio e un imperdonabile arretramento rispetto ai propri progetti conduce a una visione della società divisa, frammentata, in conflitto permanente, dove non si cerca il molto che ci ci potrebbe unire ma sempre quello che ci differenzia e distingue.

Fromm in "Fuga dalla libertà" dimostrò che questa dinamica è figlia del bisogno di identità, della paura che essere liberi, in tempi di cambiamento e sfide spaventose, ci renda più vulnerabili. Ma la storia europea degli anni '30 e '40 dovrebbe averci insegnato bene dove conduce questa logica identitaria e settaria, questo conflitto permanente, questo disprezzo per chi è diverso anche solo perché la pensa diversamente...

Anche l'eterno dibattito sulla riforma della legge elettorale sembra spesso polarizzato tra chi tenta di trovare una formula per far vincere qualcuno anche se non ha la maggioranza e chi tenta di non far vincere nessuno perché sa che perderà dall'altro. 
Una buona legge elettorale, invece, dovrebbe semplicemente consentire una corretta rappresentazione del panorama politico del Paese aiutando al contempo a rendere funzionali le istituzioni, ma senza forzature di quella che è la reale composizione dell'opinione pubblica.

La Costituzione è il massimo esempio del dialogo come sintesi alta e non come compromesso al ribasso: ogni articolo è figlio di una discussione profonda tra concezioni molto diverse ma che hanno saputo trovare un terreno comune attorno alle idee fondamentali di democrazia, libertà e solidarietà.

Questa capacità di dialogare e confrontarsi non è solo un metodo più raccomandabile perché siamo oggettivamente un Paese frammentato; è anche la strada maestra per costruire un progetto di comunità che sia davvero realizzabile perché in esso una vasta parte della popolazione si può riconoscere. Un progetto inclusivo e condiviso e non un'affermazione muscolare di una maggioranza (e magari di una maggioranza solo relativa in un Paese in cui il primo partito rischia di essere l'astensione).

Sono convinto che un politico sia più forte se sa riconoscere le ragioni e gli argomenti degli altri, se sa ammettere i propri i limiti e imparare dai propri errori, se sa arricchirsi delle esperienze fatte anche da chi è differente ma condivide la medesima Costituzione e vive nel medesimo Paese. Certo, c'è il tempo della polemica forte e della protesta intransigente, ma non può essere la regola, nel tentativo costante di delegittimare l'avversario politico.

Le istituzioni e la democrazia hanno un bisogno estremo di persone che, a qualsiasi partito o movimento appartengano, sappiano ascoltare, ragionare, confrontarsi nel merito e sulle idee nell'interesse della collettività.
Perché vedete, alla fine, destinatari delle scelte del Parlamento e del Governo siamo tutti noi e non solo gli elettori di chi ha vinto in questa o in quella occasione.

Recuperare questa capacità di cercare ciò che ci avvicina sarebbe decisivo per tornare a essere davvero un popolo, e non una massa spesso impaurita o arrabbiata che si muove sulla base dei propri timori e non delle speranze di costruire un futuro migliore e diverso.

domenica 26 novembre 2017

Non Separamioli...

In questi mesi è tornato forte il dibattito sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante (i giudici) e requirente (i pubblici ministeri). L'Unione delle Camere Penali, in particolare, ha promosso una raccolta di firme con cui è stato presentato un disegno di legge  di riforma costituzionale che verrà probabilmente discusso dal prossimo Parlamento nel 2018.
Conosco bene le ragioni di questa proposta e ho spesso ascoltato le convinte argomentazioni di tanti amici avvocati che davvero credono che questa sia una riforma giusta e necessaria. Il fondamento principale di questo cambiamento si troverebbe nell'articolo 111 della Costituzione, che sancendo il principio del giusto processo, ne individua una delle caratteristiche fondamentali nella terzietà del giudice. Il processo allora diventerebbe davvero uno strumento credibile di giustizia solo quando l'avvocato e il pubblico ministero saranno due parti sullo stesso piano, cosa che oggi non avviene perché il PM e il giudice sono colleghi che provengono dallo stesso concorso e condividono il percorso, così che la loro vicinanza metterebbe in posizione non paritaria l'avvocato.
Viene anche citato Giovanni Falcone, che in alcuni suoi discorsi avrebbe condiviso tale impostazione ritenendola inevitabile conseguenza del nuovo processo accusatorio, dove devono trionfare il contraddittorio e le garanzie.
Potrete trovare le legittime argomentazioni delle Camere Penali al sito http://www.camerepenali.it/ e vi raccomando anzi di leggerle con l'attenzione che meritano.

Proprio il costante confronto che ho la fortuna e il piacere di avere con molti rappresentanti dell'avvocatura mi ha spinto a interrogarmi se davvero tale cambiamento non rispondesse a una corretta evoluzione dell'ordinamento, considerando anche il fatto che le Camere Penali non hanno mai dichiarato di voler un Pubblico Ministero sotto il controllo del Governo, creando invece un ordine autonomo con un proprio Consiglio Superiore della Magistratura.
Mi sono lasciato stimolare dal dubbio e oggi posso dire di avere ancor più chiaro di prima perché la separazione delle carriere sarebbe un clamoroso sbaglio e ancor più grave sarebbe la complessiva approvazione della riforma proposta dalle Camere Penali.
Sono argomenti complessi e tecnici e non pretendo certo in questo articolo di esaurire le questioni, ma credo che sia importante ragionare e non fermarsi alle facili e superficiali vignette proposte dagli avvocati nei loro banchetti.

Ecco  in sintesi perché sono profondamente convinto che quel progetto di riforma sarebbe un errore e un rischio per gli equilibri istituzionali e democratici del nostro Paese:
  1. anzitutto molti cittadini firmatari certamente non sanno che vi è già una forte separazione delle funzioni, che costringendo a cambiare distretto (in sostanza regione...) se si vuole passare da requirente a giudicante, fa sì che ormai siano meno di 20 colleghi all'anno a fare questo salto (su circa 2900 PM...)
  2. quei firmatari molto probabilmente non sanno nemmeno che in quella medesima riforma è previsto che i due Consigli Superiori della Magistratura che dovrebbero governare separatamente giudici e PM sarebbero composti per la metà di non magistrati... incrinando in modo estremamente pesante l'autonomia e l'indipendenza della magistratura dalla politica e quindi la separazione dei poteri dello Stato, requisito fondamentale perché si possa parlare di democrazia!
  3. altro elemento rimasto nell'ombra di questa riforma è che verrebbe eliminato dalla Costituzione il principio di obbligatorietà dell'azione penale, che impone a tutti i PM di perseguire ogni reato senza fare scelte o distinzioni di sorta (magari in base al potere economico e politico degli indagati o al gradimento popolare di quella particolare indagine, essendo i magistrati sottoposti soltanto alla legge); tale principio è corollario ineludibile del principio di uguaglianza dei cittadini e se è vero che è troppo spesso tradito per l'impossibilità effettiva di perseguire ogni reato, la reazione deve essere quella di risolvere il problema e non di buttare via il bambino con l'acqua sporca... e risolvere si può: depenalizzando, creando procedura più snelle per i reati meno gravi, semplificando le notifiche, investendo nelle risorse della giustizia (i dati europei ci mettono ai vertici per carico di lavoro ed efficienza)
  4. eliminare l'obbligatorietà dell'azione penale farebbe sì che la politica criminale sarebbe necessariamente sotto la direzione del potere esecutivo e\o legislativo, che direbbero ai magistrati quali reati perseguire e quali mettere da parte... magari chiedendoci di non spendere troppe energie verso le frode fiscali e le bancarotte e diventando inflessibili con reati commessi dai soggetti marginali e che tanto toccano la pancia di un elettorato che si vuole strumentalizzare e non far ragionare...
  5. con un Consiglio Superiore della Magistratura con una larga presenza della politica e senza l'obbligatorietà dell'azione penale il PM non sarebbe veramente indipendente e questo ha una ricaduta enorme sulla capacità di fare controllo della legalità anche verso la criminalità del potere (corruzione, mafia, criminalità economica...)
  6. il giudice indipendente è importantissimo, ma il motore della giurisdizione penale e del controllo di legalità è inevitabilmente il PM: se perdiamo la sua autonomia il giudice non potrà esercitare la terzietà nei confronti del potere... in sostanza diventeremmo leoni sotto al trono, strumento del potere esecutivo e legislativo ma incapaci di controllare chi detiene il potere e che invece deve rispettare la legge anche lui come tutti... anzi, secondo l'articolo 54 di più!
  7. una magistratura inquirente separata dai giudici e senza alcun controllo sarebbe un unicum al mondo e molti di noi pubblici ministeri siamo spaventati da questa prospettiva, che accentuerebbe il carattere appunto inquisitorio e da "avvocati dell'accusa", facendoci dimenticare la cultura della giurisdizione e per esempio anche l'articolo del codice che ci impone di indagare anche a favore dell'indagato...
  8. è vero che non sempre oggi i PM sanno dimostrare quella cultura della giurisdizione e quella sensibilità che la Costituzione richiede, tuttavia è curioso notare che ci vorrebbero separare, ma quando poi un avvocato vuole fare un complimento al PM spesso gli dice che ha ragionato e si è comportato come un giudice... certo! così dovrebbe sempre essere... le garanzie devono essere custodite e vigilate anche e soprattutto in quella fase delicata e minacciosa che sono le indagini! se non ci fosse un PM-magistrato in quella fase, rischieremmo di trovare giustizia spesso troppo tardi, dopo che nella fase delle indagini si sono fatti già gravi danni. La separazione non risolve questo problema bensì lo accentua
  9. se il problema è ritenere che che il giudice non è terzo perché troppo vicino al collega PM, tale argomento è smentito dai sistemi comparati, che dimostrano che a prescindere dalle carriere, PM e giudici tendono comunque ad avere una maggiore vicinanza professionale proprio perché la pubblica accusa non è un super poliziotto ma nei paesi liberali e di diritto svolge una funzione di garanzia, mentre all'avvocato è devoluta una funzione fondamentale ma diversa nella tutela dei diritti, con obblighi anche molto diversi... Se un PM trova una prova a favore dell'indagato e la nasconde commette un reato, mentre se un avvocato portasse delle prove contro il proprio assistito starebbe tradendo la sua funzione
La magistratura italiana deve riflettere sulle proposte e sulle richieste dell'avvocatura, che sicuramente sono anche il segnale non ingiustificato di una diminuzione di fiducia e anche di una certa insofferenza verso le molte disfunzioni della giustizia italiana, non di rado collegate anche a disorganizzazione da parte dei singoli magistrati.
Purtroppo constato troppo di frequente una insufficiente attenzione di troppi miei colleghi alla fondamentale funzione dell'avvocato, senza considerare abbastanza la delicatezza e la difficoltà della loro funzione, indispensabile perché si riesca a fare giustizia.

Questo problema culturale va affrontato anche e soprattutto creando maggiori momenti di confronto e ascolto e anche di verifica dei comportamenti, così che vi sia maggiore senso di responsabilità.

La separazione invocata non solo non risolverebbe questo aspetto, connaturato alle funzioni come altri sistemi all'estero dimostrano, portando invece solo problemi e rischi: per un verso l'indebolimento dell'indipendenza della magistratura e per altro verso la possibile creazione di un corpo della magistratura inquirente abnorme e mostruoso nel panorama istituzionale... Pubblici Ministeri senza alcun collegamento con i giudici, che governano come dominus le indagini e la Polizia giudiziaria, che scelgono i propri Procuratori e che finiranno così per accentuare il loro carattere inquisitorio...

Attenzione, il problema non è discutere dei vantaggi o degli svantaggi per avvocati o magistrati. Il problema è ragionare di quali sarebbero le ricadute per i cittadini, per chi chiede giustizia, per gli equilibri istituzionali e democratici del nostro Paese, già precari (vista la sostanziale scomparsa di distinzione tra potere esecutivo e legislativo e la scarsa indipendenza del quarto potere, l'informazione).

Vi chiedo di riflettere su tutto questo, chiedo agli amici avvocati di chiedersi che tipo di magistratura inquirente realizzerebbe quella riforma costituzionale...

Mettiamo da parte la guerra ideologica e di religione su questi argomenti e ragioniamo in concreto, magari ricordandoci che non parliamo di un posto qualsiasi, ma di un Paese in cui la minaccia dell'illegalità e della criminalità del potere sono particolarmente pressanti e decisive per le sorti di tutti i cittadini onesti.
No, davvero, non separiamoli...

martedì 20 giugno 2017

La riforma della giustizia penale: un'altra occasione mancata

Nei giorni scorsi è stato approvato il disegno di legge di riforma della giustizia penale (introduzione alla riforma e link al testo approvato), in parte già in vigore e che in parte attende invece l'emanazione di decreti legislativi attuativi da parte del Governo.
L'ANM (intervista al Presidente Albamonte) e le Camere Penali (comunicato contro voto di fiducia) hanno espresso il loro dissenso sul metodo (voto di fiducia) e sul merito (per ragioni diverse).

Il fatto di scontentare tutti in un Paese immobile come il nostro non è necessariamente un brutto segno, ma in questo caso purtroppo le critiche hanno molte e complesse ragioni.

Proverò a sintetizzare alcuni dei punti oggetto di discussione per consentire a tutti di farsi un'idea di un provvedimento molto vasto e pregnante.

1) Metodo
Si è deciso di porre la fiducia al Senato su di un unico articolo composto da 95 commi: francamente non il massimo in una materia che richiede grande ponderazione e che incide su diritti fondamentali dei cittadini. E' vero che di alcune di queste norme si discute da tempo, ma l'incapacità di fare sintesi e di dialogare non può ricadere sulla qualità del testo finale. Discutibile è anche l'idea di delegare al potere esecutivo il dettaglio di scelte molto delicate in materia di procedura penale.

2) Intercettazioni
La scottante materia delle intercettazioni è delegata a futuri decreti legislativi: la volontà del legislatore, di per sé apprezzabile, sembrerebbe essere quella di non limitare lo strumento investigativo e invece di evitare la pubblicazione di contenuti non rilevanti per le indagini e anzi lesivi dei diritti dei terzi (prassi davvero censurabile e che in questa giungla non aiuta il pur sacro diritto\dovere di informazione). Ciò però viene perseguito secondo affermazioni non chiare e che rischiano, ad esempio, di aprire problemi circa l'utilizzazione delle intercettazioni nella c.d. fase cautelare (le misure emanate dai Gip nel corso delle indagini). Il giudizio è sospeso in attesa di capire quale disciplina esattamente verrà decisa dal Governo nei decreti delegati, mentre è a mio avviso positivo che si sia previsto di redigere una disciplina delle intercettazioni tramite  i "trojan" ovvero captatori informatici. La cosa importante è che non si limiti l'utilizzi di questi nuovi strumenti di intercettazioni solo ai reati più gravi, perché depotenziando le indagini tali reati più gravi nemmeno verranno scoperti... Non consentire la captazione dei messaggi e delle conversazioni su messenger e whatsapp nel 2017 vorrebbe dire di fatto abolire le intercettazioni: su questa materia si dovrà vigilare, senza allarmismi oggi, ma senza superficialità domani.

3) Prescrizione
La legge prevede di fatto un allungamento della prescrizione sino a 3 anni in più rispetto alla previgente normativa (la famigerata ex Cirielli) in caso di condanna in primo e secondo grado. Si tratta di una soluzione intermedia insoddisfacente. Condivido la preoccupazione delle Camere Penali di un processo che si trascina per anni, divenendo esso stesso la punizione anticipata nei confronti di un imputato che invece è presunto non colpevole.
Il problema dei troppi processi che finiscono al macero per la prescrizione, con gravi effetti di impunità, va risolto a monte e non a valle... Bisogna proseguire con la depenalizzazione , snellire le procedure (a mio parere anche riducendo a due gradi di giudizio le vicende meno complesse) , informatizzare i procedimenti e in sostanza consentire che il processo si celebri in tempi ragionevoli. Solo così si può ottenere un giusto processo per chi è accusato e giustizia per chi è vittima. Altrimenti l'allungamento della prescrizione e basta finisce per essere solo accanimento terapeutico.

4) Avocazione delle indagini
Viene previsto che le indagini siano avocate dal Procuratore Generale qualora il Pubblico Ministero non definisca il procedimento entro 3 mesi dalla fine dei termini per le indagini preliminari (esercitando l'azione penale o archiviando). Tale rigidità è del tutto avulsa dalla complessità delle indagini e dal carico assolutamente folle che schiaccia gli uffici di Procura. Questa previsione mi pare frutto per un verso di sfiducia verso la magistratura e per altro verso di una concezione burocratica della stessa e l'unico risultato sarà quello di ottenere pubblici ministeri più preoccupati delle scadenze che delle indagini e della qualità del loro lavoro.
Tutte le statistiche comparate europee degli ultimi anni dimostrano che siamo già adesso la magistratura più oberata di lavoro e più produttiva. Il problema non è fare ancora di più o più in fretta, ma migliorare il modo in cui si lavoro e consentire i dovuti approfondimenti.

Questi sono i punti più qualificanti e preoccupanti della riforma, insieme all'estensione dei casi in cui sarà ammissibile la partecipazione a distanza al processo, che giustamente preoccupa in particolare le Camere Penali ma che deve destare l'attenzione per tutti coloro che hanno a cuore il rispetto dei diritti e la celebrazione di processi giusti.

Vi sono molte altre norme anche tecniche nel provvedimento approvato e spesso sono il frutto di buone intenzioni, ma rischiano di non produrre gli effetti sperati perché frutto di una legislazione a macchia di leopardo e non di una riforma complessiva e organica.
Nonostante in Parlamento siedano tanti validi avvocati e magistrati (ex o in aspettativa), in queste norme si ha la sensazione forte che manchi la sensibilità e la concretezza dei problemi che solo chi frequenta le aule di giustizia tutti i giorni può avere.

La giustizia, compresa quella penale, in Italia non gode di buona salute e tale inefficienza si ripercuote gravemente sui diritti dei cittadini (vittime e indagati) e in generale sulla fiducia verso le istituzioni. Anche per questo è venuto il momento che avvocatura e magistratura si siedano attorno a un tavolo con la politica per risolvere i troppi problemi e le troppe irrazionalità che frustrano la domanda di giustizia e che sono convinto potrebbero in molti casi trovare una soluzione condivisa se solo non si rincorressero gli umori della piazza.

sabato 11 marzo 2017

Le Procure, leoni sotto al trono?

Un adagio del filosofo e politico Bentham voleva che i magistrati fossero leoni sotto al trono, ovvero un potere forte e autorevole che incutesse timore... a tutti tranne che ai potenti!
Anche nel nostro Paese e' sempre esistito il desiderio di ricondurre a questo modello la magistratura, ovvero un potente ordine sottomesso alla volonta' del sovrano e che non disturbasse il manovratore.
Peccato che in questo modo non avremmo davvero la separazione dei tre poteri e non ci potremmo dire pienamente democrazia liberale.
Peccato che questo non lo consenta la Costituzione, che vuole la magistratura indipendente e sottomessa solo alle leggi ... non al trono.
Tra l'altro il trono non dovrebbe proprio esistere nel nostro Paese, anche se poi sappiamo bene come esista una classe di politici, amministratori e imprenditori che si ritiene al di sopra delle regole e vuole liberta' di manovra... spesso per fare i propri interessi e non quelli del Paese.
Per garantire un efficace controllo di legalita' anche verso i potenti e il potere e' indispensabile avere Procure indipendenti e messe in codnizione di fare inchieste adeguate e approfondite in ogni direzione venga segnalata una notizia di reato.
Cio' e' tanto piu' vero in Italia, dove la criminalita' del potere non ha e' stata un incidente di percorso ma un vero fiume carsico che ha costantemente minacciato e inquinato il potere legittimo: pensiamo alla mafia, alla corruzione e al terrorismo... (si legga e si rilegga sul punto "il ritorno del Principe" di Scarpinato).
Una norma nascosta nel ddl sulla giustizia sul quale il Governo starebbe per porre la fiducia al Senato minaccia questo ruolo della magistratura e delle Procure in particolare, compiendo un passo invece in direzione del modello che ci vuole appunto leoni, ma sotto al trono...
Mi riferiso alla norma che vuole imporre al Pubblico Ministero di esercitare l'azione penale entro 3 mesi dalla fine delle indagini, a pena di avocazione automatica delle stesse presso la Procura Generale presso la Corte d'Appello.
Sembrerebbe una disposizione anche logica e ragionevole, se non fosse che la realta' di un ufficio di Procura rende spesso quasi impossibile rispettare questi termini. Non per un sapiente uso manipolatorio della prescrizione, come l'Unione Camere Penali ha detto, immaginando un PM perverso che in modo arbitrario e capriccioso decide di far passare il tempo giocando con la prescrizione per tenere in scacco i suoi indagati... Ma perche' i fascicoli sono troppi e le procedure complesse e le risorse scarse.
Io ho quasi 1000 indagini contro noti (oltre a i processi in corso) quando vi garantisco che basterebbero le dieci inchieste piu' delicate e impegnative del mio ruolo per assorbirmi completamente. E la mia situazione di affogamento e' condivisa dalla maggior parte dei pm italiani, anzi..molti stanno peggio.
Per riuscire a coltivare le inchieste piu' complesse si fanno i salti mortali e invece adesso ci viene chiesto di darci una mossa come se fossimo sulla spiaggia ad oziare.
Come se si chiedesse a un chirurgo di finire la sua operazione nel tempo previsto anche se sorgono complicazioni, anche se nel frattempo deve andare anche in pronto soccorso, anche se gli mancano tutti gli attrezzi, anche se nel corso dell'intervento scopre altre e piu' gravi malattie.
Ma che modo e' di aiutarci a fare il nostro lavoro???
Certamente la ragionevole durata del processo e' un valore altissimo ma va perseguito insieme all'affermazione della legalita' e non accontentandosi di costtruire un sistema che si possa alla fine occupare solo di piccole vicende e sia preoccupato di fare numeri piuttosto che di capire, scoprire, approfondire...
Una Procura che si occupa solo delle favelas, di rapine violenze e truffe, non e' una Procura che tuteli davvero la legalita' per tutti i cittadini italiani, ma rischia di diventare sempre di piu' un organo normalizzato e burocratizzato al servizio del potere. Un leone sotto al trono, un leone potente ubbidiente e temo scodinzolante...
Non e' questo che vuole la nostra Costituzione.
La legalita' deve essere e restare il potere dei senza potere, cio' che garantisce davvero che siamo tutti uguali davanti alla legge...perche' non ci sono troni, ma solo cittadini con diritti e doveri!

lunedì 14 novembre 2016

Le ragioni del mio NO


Vorrei spiegare le ragioni del mio NO nel referendum costituzionale del 4 dicembre provando a non cadere nelle polemiche degli slogan o nei pregiudizi della propaganda dell'una e dell'altra parte.

Ci ho pensato a lungo e ho ascoltato le ragioni di chi vota sì.
Quello che invece non ho ascolto è il ricatto politico di coloro che usano questo argomento: "la riforma è bruttina, ma se vincesse il no perderemmo un'occasione unica di cambiare le cose e inoltre consegneremmo il Paese ad un fronte del no che porta dentro di sé più populismo che proposte alternative".
Comprendo questo argomento ma non accetto che si possa scegliere una riforma costituzionale sulla base di contingenze politiche (ammesso e non concesso che siano condivisibili le paure sottese, e io in parte le condivido anche).

Il fatto è che la Costituzione è al di sopra della bassa polemica politica e non possiamo piegarla alle strategie o alle preoccupazioni di uno specifico momento.
Perché la politica cambia, lotta, si divide, insulta litiga... ma la Costituzione resta così come resta l'Italia e il suo popolo.
La Costituzione deve assolutamente conservare la capacità di essere il punto di riferimento credibile per tutti, non solo nello stabilire i principi fondamentali della prima parte (non modificata dalla riforma proposta), ma anche nel disegnare l'architettura delle istituzioni.
Perché le istituzioni si poggiano sulle regole ma vivono e respirano solo attraverso la propria autorevolezza e la fiducia dei cittadini.

Questa considerazione porta a una prima serie di argomenti che riguardano il suo percorso di approvazione.
L'attuale Parlamento è stato eletto con il c.d. porcellum, legge elettorale poi dichiarata incostituzionale. La Corte Costituzionale ha chiarito che senatori e deputati restano pienamente legittimati, ma questo non può togliere il fatto che siamo in una stagione parlamentare figlia di una legge patologica e ciò indubbiamente indebolisce l'autorevolezza del Parlamento. Pensare che in queste condizioni si metta mano a una riforma così ampia e profonda della Costituzione appare criticabile e azzardato proprio perché fa nascere indebolita e non autorevole una parte della Carta.

A questo peccato originale, che non impedisce riforme in senso assoluto ma che avrebbe dovuto sconsigliare azzardi e cercare almeno ampi consensi, si è aggiunto l'errore di un'approvazione portata avanti solo dalla maggioranza (assoluta nelle camere ma relativa tra l'elettorato...). 
Oggi il Presidente del Consiglio sta cercando di fare dei passi indietro sotto questo punto di vista spersonalizzando il referendum, ma è stato lui per primo a personalizzare fortemente la riforma, rendendola non solo una riforma di maggioranza e non di un'ampia coalizione, non solo una riforma dell'esecutivo che l'ha voluta (anomalia grave), ma anche una riforma cui ha legato almeno inizialmente la sorte stessa del Governo e del suo futuro politico, ponendo una sorta di ricatto politico sul voto referendario.

Tutti questi sono errori e non riguardano solo la forma ma vanno a incidere nella credibilità e autorevolezza della riforma, che è sostanza quando parliamo di Costituzione.

Veniamo al merito e quindi anzitutto al bicameralismo.
Il bicameralismo perfetto appare oggi in effetti una stranezza che provoca costi e inefficienze, anche se farei notare che il doppio passaggio parlamentare per un verso ha spesso evitato che diventassero legge dello Stato norme vergognose (penso al settore giustizia) e per altro verso non ha impedito affatto l'opera di legislazione, che invece semmai è stata sovrabbondante e irrazionale.
Volendo comunque scegliere per un Senato delle Regioni sarebbe stato opportuno renderlo elettivo, così da legittimarlo con maggiore forza davanti ai cittadini e da non chiedere un impossibile doppio lavoro ai consiglieri regionali e ai sindaci. E' vero che ciò accade in altri Paesi, ma non mi sembrano esempi da imitare e comunque si indebolisce l'uno o l'altro ufficio in cui il membro del Senato è chiamato a rappresentare il territorio.
Se poi la questione sono i costi si sarebbe potuto diminuire il numero dei parlamentari, che invece restano ben 630...

L'idea di fondo di una camera dedicata alle Regioni e ai territori resta sicuramente valida, ma oltre al deficit democratico dei suoi eletti appare indebolita anche da una competenza legislativa nebulosa e pasticciata.
Nessun sostenitore del Sì potrà sinceramente dirvi che l'articolo 70 sia chiaro e semplifichi il procedimento legislativo; anzi, ne crea moltissimi speciali con probabili futuri problemi di interpretazione, applicazione e conflitto tra camere per stabilire se, come e quando il Senato debba pronunciarsi.

L'aspetto però più preoccupante, a mio avviso, del nuovo assetto costituzionale sarebbe che finiremmo di essere davvero una Repubblica Parlamentare, creando di fatto un unicum tra Parlamento e Governo.
Questo fenomeno, purtroppo già in corso nella prassi, sarebbe aggravato dal fatto che il procedimento legislativo sarebbe accelerato e con corsie preferenziali garantite per i disegni di legge del Governo, che così diventa sempre di più quindi il dominus anche dell'assemblea legislativa.
Questo effetto è aggravato dal famigerato combinato disposto con l'Italicum, che consegna la maggioranza assoluta parlamentare a partiti anche con rappresentanza effettiva popolare molto bassa.
Molti dicono che dell'Italicum non debba tenersi conto perché ne è stato annunciato il cambiamento.
Ebbene, ammettiamo che in effetti venga cambiato... (circostanza su cui, con una battuta, non starei troppo sereno).
Il problema non cambia perché qualsiasi nuova legge elettorale proposta dalla maggioranza prevederebbe premi di maggioranza, modificando magari solo il meccanismo dei capilista bloccati per non imbattersi di nuovo in problemi di costituzionalità.
Ma se così fosse la prospettiva di una medesima maggioranza che controlla a suo piacimento Governo e Parlamento sarebbe inevitabile... e in quanto tale pericolosa per la mancanza di contro poteri adeguati e per la grave violazione del principio democratico base della separazione dei tre poteri.

Attenzione, dicendo questo io non intendo certo rimpiangere necessariamente il sistema rappresentativo e consociativo che vi è stato per decenni e che ha rappresentato una delle principali ragioni della proliferazione della burocrazia e della corruzione, facendo anche salire il debito pubblico a livelli insostenibili (se si deve negoziare con tutti ogni decisione, si finirà per accontentare tutti e non fare scelte precise).

Se si voleva rafforzare Governo, si sarebbero dovuti immaginare però adeguati contro poteri quali ad esempio: un Parlamento eletto con tempistica diversa per propiziare possibili maggioranze diverse come avviene negli Stati Uniti... ovvero un Presidente della Repubblica eletto a maggioranza amplissima e con poteri rinforzati... o ancora un Presidente del Consiglio eletto direttamente dai cittadini (cosa oggi non prevista e non voluta dalla Costituzione!) ma nettamente separato dall'assemblea legislativa.

Si poteva anche, ma qui forse entro nel libro dei sogni, introdurre in Costituzione il c.d. quarto potere, ovvero l'informazione, per garantirne indipendenza e autonomia da potere politico ed economico, così che svolga davvero il ruolo di cane da guardia del potere e di voce della coscienza dei cittadini.

Niente di tutto questo è stato fatto, rifugiandosi dietro allo slogan dell'efficienza, della governabilità e della semplificazione.
Si è voluta scaricare sulla Carta del 48 l'incapacità della nostra classe politica di fare strategie di ampio respiro e durature.
Eppure è difficile sostenere che l'Italia non dovesse affrontare sfide più grandi all'indomani del disastro della Seconda Guerra Mondiale...

In ogni caso la legge elettorale che verrà (Italicum o no) garantirà già da sola la governabilità, dando un premio di maggioranza di qualche tipo al vincitore, così da risolvere forzatamente l'enigma del sistema ormai tripolare italiano.

La fusione tra legislativo ed esecutivo, già pericolosamente in corso, non verrebbe risolta ma certificata e legalizzata, squilibrando tutto l'assetto costituzionale pensato sapientemente dopo l'esperienza del ventennio e della guerra.

Aggiungo una provocazione: visto il modo irresponsabile e unilaterale con cui si sono scritte le ultime leggi elettorali, non sarebbe stato forse saggio ed opportuno inserire il sistema elettorale in Costituzione, così da evitarne modifiche a colpi di maggioranza e garantirne la compatibilità con gli equilibri costituzionali...?

Le modifiche prevista dalla riforma sono molte altre e sicuramente non tutte negative. In particolare verrebbe almeno in parte razionalizzato il riparto di competenza tra Stato e Regioni, che oggi genera un conflitto costante e dannoso per i territori.

Tuttavia la patologia originaria di questa riforma e il disegno squilibrato tra i poteri sono a mio modo di vedere le ragioni prevalenti e fondamentali che suggeriscono con forza di votare No, e non ci si vuole gettare in un'avventura pericolosa.

Questo Paese ha già conosciuto salvatori della patria, personalismi, populismi e derive di regime.
La modernizzazione del Paese non credo possa passare nel calpestare questi equilibri quanto semmai nel riscoprire ed applicare una Costituzione ancora troppo spesso tradita nei principi ma anche negli assetti istituzionali.

La semplificazione del bicameralismo e la redistribuzione delle competenza tra Governo Centrale e Regioni sarebbero allora davvero un completamento salutare dell'assetto istituzionale e non l'attuale salto nel buio verso una riforma nata male, proseguita peggio, squilibrata e pasticciata in punti essenziali.

La Costituzione è "ciò che ci siamo dati da sobri a valere per quando fossimo stati ubriachi" (cit. Zagrebelsky).
Per questo, pur comprendendo le anche legittime aspirazioni di cambiamento di molti, ritengo che il 4 dicembre sarebbe avventato scegliere la strada degli slogan, delle scorciatoie, delle risposte facili a problemi complessi e che l'attuale Carta può ancora risolvere.

Mi auguro che la vittoria del No però non sia fine a se stessa: tutti ( e dico tutti... vinti e sconfitti) devono farsi carico di aprire una stagione politica più matura, con partiti democratici, una stampa indipendente, con riforme discusse in Parlamento e la capacità di saper convertire con ampie maggioranze su alcune modifiche utili e fattibili nell'interesse e con la condivisione di tutti.

Perché la Costituzione era, è e sarà un patrimonio di tutti.
Non un regalo da scartare, ma una promessa da realizzare con impegno, serietà e passione.

mercoledì 26 ottobre 2016

La riforma delle ghigliottine e i capri espiatori

Il Governo sta portando alla discussione del Parlamento un disegno di legge che contiene numerose proposte di riforma del processo penale. L'impressione, purtroppo, e' ancora una volta quella che siano pennellate di bianco che tentano solo di nascondere le crepe dell'edificio giustizia (pericolante da tempo) e di scaricare i problemi sul capro espiatorio di turno (in questo caso i pubblici ministeri).
Alcune norme prevedono in particolare che i PM debbano definire il procedimento pendente entro tre mesi dalla chiusura delle indagini, archiviando il caso o esercitando l'azione penale.
Il cittadino sotto indagine, si dice infatti, ha diritto a non restare nel limbo dell'indagine per un tempo indefinito.
Per rendere effettivo il termine si minaccia che in caso di inerzia scatti l'avocazione obbligatoria del Procuratore Generale, ovvero l'indagine verrebbe tolta dal PM di primo grado e data all'organo inquirente di secondo grado, con automatica apertura di procedimento disciplinare.
Mi sembra chiaro chi sia il signor Malaussene in questa vicenda...

Non importa che il carico delle Procure italiane sia tra i primi in Europa e che abbiamo meno magistrati e piu' avvocati di quasi ogni altro stato europeo...
Non importa nemmeno che ogni PM italiano abbia spesso oltre 7/800 indagini contro noti pendenti e sia privo di un ufficio di sostegno...
Non importa che l'Italia abbia un tasso di illegalita' e corruzione elevatissimo e la produttivita' delle Procure sia gia' ai vertici...
Non importera' nemmeno se il PM in quel momento debba decidere molti procedimenti complessi o stia cercando di approfondire una vicenda complessa.

Evidentemente a questo legislatore non interessa migliorare la qualita' del lavoro dei magistrati e non si pone il problema ben piu' importante e complesso di diminuire un carico di cui si e' perso totalmente il controllo.
E' il metodo che abbiamo gia' osservato con il famigerato processo breve: non viene fatto nulla per rendere la macchina piu' efficiente, ci si limita a rottamare l'auto o a processare il conducente se questa non va in porto abbastanza velocemente.

Il processo giusto deve sicuramente essere deciso in tempi ragionevoli, ma una cosa e' affermare questo principio, altra e' pretendere che la soluzione sia semplicemente una tagliola sulle indagini, seminando cosi' anche l'idea negativa che i pubblici ministeri siano fannulloni o capricciosi, cui piace tenersi le indagini nei cassetti per gusto della suspense...

Esiste certamente anche una questione di maggiore professionalita' e di maggiore responsabilizzazione, ma non si puo' pensare di risolverlo con slogan o con ghigliottine processuali, ma aiutando chi lavora a farlo in modo sempre piu' dignitoso, con numeri sostenibili, potendosi specializzare e venendo controllato in un clima di sostegno e non di scaricabarile.

La cosa che dispiace di piu' e' che sarebbero prospettabili molte riforme e semplificazioni che consentirebbero tempi piu' ragionevoli e procedure piu' efficienti.
Riforme non contro qualcuno ma per la giustizia e nell'interesse di tutti coloro che vorrebbero vedere un processo giusto in tempi ragionevoli.
Per discutere di riforme armoniche e responsabili non servono accorgimenti costituzionali ma classe politica e operatori del diritto che sappiano ascoltarsi, che vogliano parlare del merito e non raccogliere solo facili consensi da una parte contro l'altra.

lunedì 8 agosto 2016

Essere e apparire, il circuito della fiducia

La vicenda del PM di Trani, indotto ad astenersi da un delicato procedimento dopo la diffusione di una foto goliardica fatta anni addietro col difensore di uno degli indagati, puo' essere l'occasione per fare alcune riflessioni sulle responsabilita' delle persone con incarichi pubblici.

Nessuno, mi auguro, vuole giudicare dal punto di vista etico o morale il comportamento privato di questo magistrato (peraltro nel caso di specie parliamo di un contesto evidentemente scherzoso). Tantomeno nessuno ha sollevato specifiche critiche sul suo operato nella nota indagine (il drammatico scontro di treni).
Il punto allora non e' sostanziale ma formale, ma non per questo irrilevante.

La giustizia e' un mucchio di parole scritte su fogli di carta: se la collettivita' non crede che queste debbano essere rispettate e non riconosce autorita' agli organi chiamati a farle rispettare ...il banco salta e la tenuta del sistema diventa a rischio, facendosi strada alternative pericolose: una anarchia di fatto nella quale prevale il piu' forte, ovvero altri ordinamenti che regoleranno i conflitti, come quelli mafiosi (basati sulla prepotenza e l'intimidazione).
Questo per dire che la credibilita' e l'autorevolezza di un sistema giuridico e di chi e' chiamato a farlo funzionare (magistrati, avvocati e forze dell'ordine in primis) non sono optional ma attributi essenziali perche' il patto sociale regga e non si scivoli verso perniciosi qualunquismi ("tanto non serve a nulla...") o contesti in cui sia la prepotenza a prevalere e non la ragione.
Ecco perche' l'articolo 54 della Costituzione, dopo aver ricordato che tutti i cittadini devono osservare le leggi, specifica che coloro a cui sono affidate funzioni pubbliche devono adempierle con disciplina ed onore.

Disciplina ed onore, quindi...qualcosa persino in piu' del rispetto delle regole, ma appunto quella particolare serieta' e credibilita' che viene richiesta a chi ha il compito di incarnare e rappresentare una funzione pubblica.
In qualche caso puo' succedere che un comportamento lecito danneggi l'onore di un servitore pubblico: questo non deve condurre a gogne mediatiche o processi sommari, ma semplicemente si dovra' fare in modo che quel danno (di cui magari il soggetto e' poco o per nulla colpevole) non ricada sulla funzione che e' chiamato ad esercitare...

Questo tema non e' secondario se vogliamo comprendere il degrado del Paese negli ultimi decenni e il crollo di fiducia che osserviamo nei confronti non solo della politica ma di quasi tutte le istituzioni repubblicane.
Le ragioni ovviamente sono tante e a volte anche sostanziali, ma credo anche che sia stato particolarmente grave aver perso il senso di responsabilita' ed opportunita' da parte di chi ha funzioni pubbliche.
Penso a quante volte si sia invocata un'assoluzione stiracchiata come patente della propria dignita' a ricoprire incarichi...mentre il non aver commesso illeciti non e' titolo di merito ma dovrebbe essere semplice prerequisito scontato.

L'attenzione anche all'apparenza non va confusa con un superficiale bigottismo di copertura a comportamenti ipocriti.
Non possiamo pretendere (e non vogliamo nemmeno) funzionari pubblici fuori dal mondo, modelli di virtu' e astinenza. Ma possiamo chiedere che chi ha l'onore e la responsabilita' di esercitare un potere pubblico presti attenzione affinche' la sua immagine pubblica non danneggi (anche involontariamente) il decoro e il prestigio della funzione affidata.
Sono valutazioni a volte difficili e opinabili e sicuramente legate anche alla sensibilita' culturale del tempo, ma restano importanti perche' da queste dipende una fetta della fiducia che i cittadini sono disposti a concedere alle istituzioni.

venerdì 24 giugno 2016

Il Referendum, tra Democrazia e Populismi


Il cielo plumbeo di Londra e la camminata piegata dal peso del potere di Churchill che ho catturato in questa foto poche settimane fa erano profetici...
La Brexit è diventata realtà con la vittoria, striminzita nelle dimensione ma devastante negli effetti, di coloro che volevano il Regno Unito fuori dall'Unione Europea.
"Attento a quello che desideri perché potresti ottenerlo" ...diceva qualche saggio.
E credo che lo direbbe anche oggi, vedendo un voto che premia la chiusura, i timori e i particolarismi, ignorando un percorso di integrazione storico seppure sinora anche molto deludente.
Ha vinto la sfiducia e hanno i vinto i populismi e i demagoghi di destra e sinistra, che d'altronde sono la vera tendenza mondiale a fronte anche dell'inquietante cavalcata di Trump coi suoi argomenti violenti e politicamente scorretti.
Le democrazie occidentali godono di pessima salute e serpeggia un'enorme sfiducia verso il sistema, visto come corrotto e inefficiente. A questo si aggiunge una larga dose di indifferenza (vedasi il calo dei votanti in molti paesi) e infine le irrazionali paure legate a immigrazione e terrorismo e al deflagrante e mistificante mix dei due argomenti.
Ecco dove attingono molti leader politici fuori e dentro l'Italia per ottenere un facile consenso di protesta al quale però temo non seguirà affatto un altrettanto facile soluzione delle complesse sfide che abbiamo di fronte.
Le ragioni del malcontento esistono ma quello che preoccupa è il fatto che anche vecchie democrazie (anzi, la più vecchia in questo caso...) cadano in reazioni impulsive illudendosi (e illudendo) che il voto popolare del referendum sia la più alta forma di potere del popolo.
La storia e il diritto credo ci raccontino una realtà molto più complessa, a partire dal processo democratico a Gesù (che premiò Barabba) sino ai voti popolari e plebiscitari che premiarono Mussolini e Hitler... (per non fare nomi più attuali, pensando a qualcuno che ci guarda oltre agli Urali).
Non ho le competenze economiche e storiche per spiegare tutti i pro e contro della situazione attuale, ma da giurista e amante della Costituzione vorrei far riflettere sul fatto che i nostri Padri Costituenti furono molto tiepidi con il referendum.
Venivano da 20 anni di regime e dalla guerra e avevano visto morire fratelli e sorelle per riconquistare la libertà. Eppure decisero di limitare moltissimo l'utilizzo del referendum, lasciando che fosse strumento solo abrogativo e in particolare vietandone l'uso per alcune materie più tecniche e complesse, come i trattati internazionali (!!!).
Questa scelta ("fatta da sobri a valere per quando fossimo stati ubriachi", per dirla con Zagrebelsky) dovrebbe far pensare coloro che utilizzano il referendum come martello della maggioranza e grimaldello del consenso. Se usato in questo modo, se usato per spaccare, se usato per cavalcare le paure... il referendum non è più strumento di democrazia del popolo ma rischia di diventare un'arma degli oligarchi per manovrare le masse.
La vicenda della Brexit deve diventare occasione per una profonda riflessione su quale modello di democrazia vogliamo.
Vogliamo una democrazia che faccia ragionare il popolo, recuperi la fiducia per le istituzioni e costruire una politica fatta di confronto, di idee basata sui progetti e le speranze?
Oppure vogliamo una politica che si rivolge solo alla pancia della massa, che insegue gli slogan del salvatore di turno e asseconda le paure per ottenere facili consensi?