"the problems we all live with" di norman rockwell

martedì 15 settembre 2020

La scuola non è un obbligo: è un dono

 

Ruby è una giovanissima bambina nera in un mondo razzista e maschilista. Nel 1963 ci vollero i Federal Marshals per consentirle di andare a scuola a New Orleans, dove l'ignoranza e l'odio delle persone voleva imporre la discriminazione e impedirle di essere anche lei una studente.

Quando mostro questo dipinto di Norman Rockwell ai ragazzi e alle ragazze che incontro, chiedo sempre loro di descrivermi Ruby. Il suo passo è una marcia fiera, piena di dignità. Non si volta a guardare le persone dietro le transenne che la insultano, che la chiamano negra. Il suo vestito è candido come la sua coscienza. La sua forza è quella della ragione, della legalità, della giustizia che consente anche alla persona più fragile e vulnerabile di vedere riconosciuto il suo diritto.

Quante volte siamo andati a scuola a volte trascinandoci contro voglia, come avviati a un patibolo inevitabile, un ostacolo ai nostri sogni di ozio e spensieratezza?

Ecco, aver pensato alla scuola come ad un obbligo, un dovere...ci ha fatto dimenticare che la scuola è anzitutto un diritto, un regalo, un dono di libertà, una porta aperta verso il nostro futuro, la prima e la più grande opportunità per diventare adulti, per crescere consapevoli e quindi indipendenti, capaci di perseguire la nostra strada nel mondo ma anche di difenderci da condizionamenti e falsità-

Chi non può studiare diventa fragile, vulnerabile, manipolabile.

Per questo Ruby si sente così forte andando a scuola. Non la stanno scortando delle guardie del corpo, ma persone normali, come noi, che rappresentano lo stato di diritto, le regole, il vero senso della democrazia, del potere del popolo che è capace di proteggere anche la più piccola di noi dalla prepotenza e dall'abuso da chi si vuole sentire diverso, più forte e più furbo.

Per questo il magistrato Caponnetto diceva che la mafia ha paura della scuola. Per questo Malala ha spaventato quelli che non volevano vedere le cose cambiare in Pakistan, che non volevano consentire alle bambine di studiare ed emanciparsi.

E per questo è così importante e prezioso ogni studente che oggi ha ripreso quel cammino

Dopo tanta attesa e in mezzo a tante sfide, forse oggi in tanti hanno avuto la stessa fierezza e determinazione di Ruby per tornare a scuola.

Studiare, imparare, diventare liberi nella testa per essere liberi nella vita.

Oggi è più facile per tutti sentire che la scuola non è un obbligo: è un dono. E' il bene più prezioso per la società, è il seme più importante, da custodire, proteggere, sostenere. Un seme che ha bisogno di luce e di aria e di poter crescere nel rispetto e nella libertà.

Non sarà semplice. Forse in fondo non lo è stato mai. E Ruby ce lo ricorda.

"LA SCUOLA NON E' RIEMPIRE UN SECCHIO, MA ACCENDERE UN INCENDIO" (Yeats)

venerdì 17 aprile 2020

La Parola ai Giurati: l'Elogio del Ragionevole Dubbio

Ieri sera ho rivisto con i miei figli il capolavoro diretto da Sidney Lumet: "12 angry men" (La Parola ai Giurati, 1957).

Dodici giurati si ritirano per decidere se un giovane ragazzo è colpevole di omicidio e deve essere di conseguenza condannato a morte. Tutto sembra molto ovvio e scontato, ma un uomo si ostina a voler ragionare, a voler decidere solo dopo aver sgombrato i pregiudizi e aver posto tutte le domande per fare luce sui fatti.

Si scontrerà con l'ottusità di chi invece pensa di avere capito tutto e vuole anzi cogliere l'occasione per puntare il dito e giudicare non solo una persona, ma un'intera categoria di persone (in questo caso i giovani sbandati dei bassifondi...).
Lentamente i dubbi avanzano, le domande importanti si fanno strada e i giurati cominciano ad abbandonare i loro comodi pregiudizi per andare oltre l'ovvio e lo scontato.

Un elogio, di straordinaria attualità, del "ragionevole dubbio", dell'importanza di garantire un giusto processo a tutti e di non giudicare mai le persone ma valutare i fatti e le prove con equilibrio e prudenza.
Lavoro nelle aule di tribunale da tanti anni e so quanto sia subdolo il rischio di cominciare un processo avendo già deciso dove si vuole arrivare, per poi andare solo a cercare conferme delle proprie tesi iniziali.
E' un dato di fatto che il nostro cervello tenda a cercare solo ciò che gli da ragione: tutti dovremmo sapere e ricordare di quanto sia facile auto convincerci delle nostre opinioni, per sentirci più forti e rassicurati.

Perché a volte puntare il dito contro qualcuno ci toglie dall'obbligo di fare i conti con le nostre responsabilità.
Perché i dubbi e le domande sono scomodi e non spesso hanno la risposta che vorremmo e che ci farebbe piacere. A volte la risposta non ce l'hanno proprio.


Il film di Lumet non è allora semplicemente una splendida illustrazione di quanto sia complesso e difficile prendere delle decisioni e stabilire la colpevolezza o l'innocenza di qualcuno.
E' un trattato di logica, di rispetto dei diritti, di confronto delle opinioni diverse e in ultima analisi di democrazia.
Non una democrazia che si ferma al primo voto o al primo applauso, ma una democrazia che ci porta attorno a un tavolo e ci fa confrontare con i fatti, ci fa ascoltare le opinioni di tutti e pone la dignità e i diritti di ciascuno al riparo da qualsiasi abuso o strumentalizzazione.

Guardatelo e fatelo vedere ai vostri figli e ai vostri studenti: chissà che non ci aiuti a rendere meno violento e volgare il nostro modo di seguire anche la cronaca giudiziaria e ci insegni ad avere sempre grande prudenza, rispetto e attenzione verso la dignità di tutti.

“It's very hard to keep personal prejudice out of a thing like this. And no matter where you run into it, prejudice obscures the truth.”


PS. il film è tra l'altro disponibile a noleggio sulla piattaforma aperta Rakuten

venerdì 6 marzo 2020

Soluzioni Condivise per uscire da Problemi Collettivi

La lezione di Bauman e di molti altri sociologi è che la soluzione a problemi globali deve essere globale.
Non usciremo da sfide collettive con soluzioni individuali o comunque divisive.
Nemmeno possiamo rispondere alla profonda crisi del ruolo delle istituzioni con risposte improvvisate ed estemporanee, ma solo elaborando e condividendo un percorso di ampio respiro.

Credo che questo principio di buon senso debba guidare anche la magistratura nel rispondere al disorientamento che la crisi epidemiologica sta diffondendo.
Mi sembra inevitabile che sia difficile avere una strategia immediata precisa:
a) Non c’è ancora una conoscenza diffusa e consolidata del problema dal punto di vista scientifico e medico
b) È una situazione totalmente nuova e in continua evoluzione

Dovendo evitare l’eccesso di panico (infondato e dannoso) ma anche superficiali sottovalutazioni (che potrebbero allontanare la soluzione e creare gravi disagi al sistema sanitario), è difficile trovare una linea mediana ragionevole e condivisa. Ognuno ha la sua soluzione, la sua idea, il suo punto di vista, la sua esperienza personale, la sua fonte privilegiata…
In questo senso non trovo irragionevole chiedere una temporanea sospensione delle attività non urgenti per limitare le occasioni di diffusione. D’altra parte capisco anche il senso delle istituzioni di chi dice che fino a che non c’è una scelta delle autorità preposte a livello nazionale bisogna presidiare i nostri uffici e garantire il nostro servizio pubblico essenziale.
Perché contrapporre queste due visioni?
Dividendoci, o polemizzando con gli avvocati  non credo che stiamo dando un contributo a cercare quella soluzione collettiva ad un problema che invece la impone.

Spero che tutti noi cercheremo nelle prossime ore\giorni\settimane di contribuire a un confronto nel quale cercare soluzioni condivise, punti di contatto e di equilibrio tra i diversi beni di rango costituzionale che sono in gioco nella gestione della vicenda.

Personalmente partirei da questi punti:
ü  Temporanea sospensione delle attività non urgenti (da definire in modo dettagliato e possibilmente previo confronto con gli avvocati, così da evitare su questo sterili polemiche che non aiuterebbero a difendere la credibilità del sistema giustizia agli occhi dei cittadini)
ü  Investimento ulteriore ed immediato (anche mediante attività di formazione) in tutte le attività e pratiche che possono essere condotte per via telematica (questa crisi potrebbe finalmente costringerci a entrare nel terzo millennio!)
ü  Prendere spunto da questa situazione per stabilire davvero in modo omogeneo e generalizzato dei protocolli di gestione dell’udienza che si sforzino di evitare al massimo assembramenti inutili, mediante regole precise circa le parti da chiamare, gli orari differenziati, il comportamento da tenere durante le attese e prassi virtuose per comunicare rinvii o impedimenti


lunedì 10 febbraio 2020

La soluzione è semplice (peccato sia sbagliata...)

Il susseguirsi delle riforme fatte e annunciate e i loro correttivi offrono davvero un pessimo spettacolo del modo in cui la politica dimostra di voler affrontare la giustizia.

Si tratta, mi pare, solo di un campo da gioco della lotta di potere, il luogo privilegiato per lo scontro tra propaganda di governo e slogan d'opposizione.

Come nel vecchio gioco delle tre carte, il problema resta sul tavolo ma l'ingenuo avventore di turno è convinto di poter trovare la soluzione, mentre si stanno solo invertendo i fattori senza che la somma finale cambi: qualcuno racimola qualche applauso e del facile consenso mentre la giustizia ci perde e con loro soprattutto i cittadini che sperano in un servizio migliore.

Da questa commedia purtroppo nemmeno noi magistrati e gli avvocati riusciamo a fuggire, finendo in polemiche di basso profilo e figlie dei reciproci pregiudizi, invece di dialogare e fare fronte comune sulle tante cose concrete ed utili che potremmo condividere e spiegare all'opinione pubblica.

Breve riassunto dell'ultimo atto, che ruota attorno alla famigerata prescrizione: di volta in volta malefico strumento in mano ad azzeccagarbugli, oppure feticcio del processo giusto contro il partito dei giustizialisti.

Sì, si potrebbe parlare di scuola e di  ricerca, oppure di come affrontare il problema della precarietà o le sfide dei cambiamenti climatici, oppure ancora di come combattere seriamente la diffusione degli stupefacenti e il disagio giovanile... ma sono cose troppo importanti e complicate e non si prestano a facili soluzioni da offrire al supermarket del consenso.
E allora vai con la prescrizione, il tema che davvero toglie il sonno a lavoratori e madri di famiglia!

Premessa per chi avesse poca dimestichezza con la procedura penale. La prescrizione è un istituto che prevede che se non si perviene ad una condanna definitiva entro un certo lasso di tempo, legato anche alla gravità del reato per cui si procede, il reato stesso è estinto e decade la pretesa punitiva dello Stato.

I Cinquestelle, dovendo difendere il loro ruolo di paladini della legalità e contro i corrotti, vedono la prescrizione come una ghigliottina del processo ad uso di furbi e potenti e cancellarla equivale quindi a dimostrarsi dalla parte del popolo giusto.
La reazione di molta altra parte del mondo politico è stata quella di gridare allo scandalo, perchè in questo modo si sottopone l'accusato (presunto non colpevole) alla pena infinita (o almeno non definita) di un processo interminabile.

In questo derby (perchè questo è, non certo una discussione nel merito) la maggior parte degli avvocati difendono la prescrizione quale baluardo irrinunciabile di civiltà, mentre la magistratura ha in modo maggioritario espresso favore per la riforma, ritenendo che in questo modo il proprio lavoro non andrà disperso e quelli che usano il processo solo per guadagnare tempo saranno disincentivati, salvo aggiungere che l'interruzione del decorso della prescrizione dopo la condanna in primo grado dovrebbe essere solo il primo passo di una complessiva riforma per il giusto processo.

Adesso i mal di pancia all'interno della maggioranza stanno conducendo a nuovi compromessi, con lo spostamento del momento interruttivo dal primo grado all'appello: la carta si muove ancora...

Ma non basta, perchè il problema dei tempi è ancora sul tavolo. 
Prima rischiavamo che la giustizia finisse su un binario morto...la riforma questo lo impedirebbe, ma non garantisce ancora che il treno sia rapido e arrivi in tempo utile e soddisfacente.

E tutti hanno ben chiaro che una giustizia lenta è un'ingiustizia.

Riformare le procedure richiede troppe complicazioni e discussioni e di investimenti in strutture e risorse non se ne possono\vogliono fare: come facciamo a far arrivare prima il treno?
Ma spostando un'altra carta!

Se il processo durerà troppo sarà colpa dei magistrati che non sono stati abbastanza veloci. Semplice, no? 
Ma è ovvio.. com'è che non ci hanno pensato prima? Sicuramente perché la lobby delle toghe voleva mani libere.

Non importa che da anni la Commissione Europea per l'Efficienza della Giustizia (https://www.coe.int/en/web/cepej) dica che i magistrati italiani sono ai vertici nelle classifiche continentali per carico di lavoro e produttività... 
Non importa che la litigiosità sia alle stelle e le procedure siano delle corse a ostacoli piene di bizantinismi...
Non importa che per ogni reato cancellato dall'ordinamento la settimana successiva ne vengano introdotti altri 10, intasando i tribunali e delegando al processo la risoluzione di problemi e conflitti che potrebbero trovare migliore e più rapida soluzione in altri contesti meno formali e impegnativi...
Non importa che da anni si stia delegittimando la magistratura e seminando sfiducia tra la gente, così alimentando il circuito dell'illegalità...

Potrei proseguire, ma credo di avervi annoiato abbastanza con gli argomenti di merito.

Non c'è dubbio che la sfida dell'organizzazione e dell'efficienza resti attuale nella magistratura, ma pensare che i processi diventeranno più veloci minacciando sanzioni ai magistrati è illusorio e pericoloso.
Illusorio perchè i fattori che determinano la lunghezza dei processi sono molteplici e complessi, molti dei quali indipendenti dallo zelo dei magistrati (che comunque da anni sono sotto la lente delle valutazioni quadriennali e di un disciplinare potenziato).
Pericoloso perchè rischia di produrre distorsioni, così come il contenzioso fuori controllo nel settore medico ha prodotto la medicina difensiva...non una medicina migliore.

Avremo dei magistrati forse più preoccupati e sbrigativi, ma non credo che questo significherà anche un miglior servizio giustizia!
Quando il problema è di sistema è ottuso pensare che la soluzione sia puntare il dito contro qualche capro espiatorio.

Smettiamola di litigare su questa famigerata prescrizione (per me un istituto assolutamente sacrosanto) e sforziamoci di fare il possibile per avere un processo giusto in tempi ragionevoli.

Parliamo di notifiche e di difesa effettiva.
Parliamo di ufficio del processo.
Parliamo di riforma dell'accesso alla magistratura: oggi è un concorso incentrato sulla preparazione nozionistica e non consente di selezionare persone che garantiscano anche capacità organizzative.
Parliamo di semplificare le procedure per evitare che ci si difenda dal processo e non nel processo.
Parliamo di pene effettive ma anche e soprattutto di pene alternative, perchè il carcere spesso non risolve nulla.
Parliamo di riti alternativi e incentiviamoli, invece di ridurne lo spazio di utilizzo (come avvenuto di recente, secondo una logica del tutto schizofrenica).

Non cadiamo nei luoghi comuni e nei pregiudizi.
La maggior parte degli avvocati sono persone che cercano di svolgere in modo corretto e fino in fondo la loro fondamentale funzione di difesa dei diritti di chi è sotto accusa.
La maggior parte dei magistrati svolgono il loro mestiere con serietà e sacrifici personali, nell'esclusivo interesse della collettività.
Tutti possiamo e dobbiamo fare ancora meglio, ma ne usciamo insieme e non divisi.. ne usciamo ragionando e non delegittimando o censurando.. 

La giustizia è malata ma le soluzioni semplicistiche e improvvisate non risolveranno nulla.
Invece di cercare colpevoli, proviamo a spiegare i problemi, ad analizzarli, formuliamo proposte e ragioniamo.

E' una strada più lenta e tortuosa, ma l'unica che ci può condurre fuori dal pantano di questi decenni di polemiche sterili e slogan giudiziari, per incamminarci verso un futuro più responsabile ed equilibrato, in cui tutti possano riscoprire un po' per volta di avere fiducia nella fiducia (persino i magistrati e gli avvocati...).

venerdì 13 dicembre 2019

La Pagella del Pm: risposte sbagliate e sfide da affrontare


La proposta delle “pagelle” è in sé risibile, manifestazione per un verso di sfiducia populista verso la magistratura e per altro verso di mancanza di consapevolezza della complessità del processo.
Però terminare qui l’analisi sarebbe troppo comodo.

Magistrati e operatori del diritto sanno benissimo che l’esito di un processo non può essere ridotto a una vittoria o ad una sconfitta del Pubblico Ministero.
Sappiamo che ci sono indagini doverose e ben fatte che conducono a processi assolutamente necessari e che possono infine terminare con un’assoluzione.
Questo argomento credo che però non debba consentirci di eludere il problema della professionalità e della qualità del lavoro.

Facendo il PM da molti anni penso e dico che vorrei (e dovrei...) sapere sempre l’esito dei miei processi (tutti, non solo dei più importanti) e la tenuta della mia impostazione accusatoria nei tre gradi
La realtà è che spesso noi "pubblica accusa" perdiamo il polso della situazione dopo il primo grado, a volte anche di processi di una certa delicatezza…e talvolta per il semplice fatto che ci spostiamo in altro ufficio.

Mi sento come un medico che opera e che poi però spesso non conosce il decorso del malato che ha cercato di curare… come se non fosse più una sua responsabilità
Non è detto che le cose siano andate male perché ho sbagliato qualcosa, certo…però vorrei saperlo per fare un’analisi e per crescere.
Anche nel campo medico un'intervento ben fatto può condurre ad un esito infausto, ma ovviamente l'analisi intelligente delle statistiche sui decorsi dei malati si guardano eccome, perché se il singolo caso non può essere letto in chiave assoluta, le statistiche complessive danno indicazioni importanti.

Se la soluzione diventassero le pagelline o le formule matematiche saremmo di fronte ad una semplificazione mortificante e distorsiva di un lavoro e di un percorso processuale che ha aspetti e significati non tutti riducibili a un pollice in su o in giù…
Se invece volessimo affrontare seriamente il problema, sarei io stesso il primo a voler conoscere la statistica sull'esito delle mie indagini perché potrebbe darmi spunti di riflessione sulla completezza delle mie indagini e sulla qualità del mio lavoro e delle mie scelte.

Naturalmente il numero andrebbe letto, interpretato, contestualizzato… andrebbero viste le motivazioni almeno a campione, ma non conoscere questo dato mi pare espressione di un atteggiamento corporativo e auto-assolutorio che non ci aiuta a difendere la credibilità del nostro lavoro.

Faccio due esempi paradossali per dimostrare che quel dato sarebbe utile nella misura in cui vi fosse la capacità di leggerlo con intelligenza.
1) Se avessi il 100% di condanne sino al terzo grado mi chiederei se forse non sto facendo solo e soltanto i processi facili e sicuri, quelli privi di alcuna difficoltà dal punto di vista probatorio e\o giuridico…
2)  Se mi occupassi di reati contro la pubblica amministrazione saprei benissimo che un tasso maggiore di assoluzioni rispetto ad altri settori è (per quanto frustrante) fisiologico , ma conoscere l’esito mi aiuterebbe a comprendere dove lavorare per impostare in maniera sempre più solida e convincente le mie indagini
...e gli esempi si potrebbero moltiplicare…

Ogni magistrato avrebbe tante cose da dire sul punto e ci sono mille distinguo da fare.
Credo però che non si possa dire che il dato sulla tenuta delle imputazioni non dica qualcosa sulla qualità del lavoro di quelle imputazioni ha formulato.
Così come non credo che si potrebbe dire che il dato sulla tenuta delle decisioni di primo grado non dica qualcosa sulla qualità di quelle sentenze…

Infine, ultimo ma non ultimo, è evidente che qualsiasi ragionamento sui numeri e sulla tenuta nei tre gradi non dovrebbe trascurare il problema delle condizioni di lavoro e del contesto di sistema nel quale interveniamo e che pesantemente condiziona la nostra possibilità di fare effettivamente del nostro meglio.
La prospettiva di fondo dovrebbe essere quella di aiutarci a lavorare meglio e in modo efficace e non di puntare il dito contro qualcuno.

Detto questo, arrivo allora alla riflessione che mi preme di più fare.

Noi magistrati abbiamo troppo spesso fatto gli struzzi.
Siamo rimasti chiusi nella nostra cittadella, senza governare e prevenire adeguatamente le inefficienze, le cadute di professionalità e la sciatteria che talora si manifesta nel nostro ambiente e nella nostra quotidianità.
Come sempre accade e come accadrà sempre di più nel futuro, laddove non abbiamo saputo intervenire noi con intelligenza, rischia di arrivare una soluzione politica all’insegna del populismo, fatta di banalizzazioni e capri espiatori per problemi complessi.

Prendiamocela pure con queste ricette fatte solo per la propaganda e che non risolvono nulla, ma scaricano solo su di noi i problemi veri e presunti del sistema.
Se ci limitiamo però a dire “NO” a queste soluzioni facili e sbagliate, l’ondata populista arriverà comunque e travolgerà anche il nostro lavoro e il nostro autogoverno.
Ci rimetteremmo noi e ci rimetterebbe la qualità della giustizia.

Io penso che la difesa dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura passi proprio dal farsi carico in modo responsabile e intelligente di queste sfide.

mercoledì 4 settembre 2019

Tuffarsi senza saper nuotare

Oggi ho ascoltato un ex ministro (all'opposizione in questa legislatura) lamentare il fatto che il programma del nascente Governo non si occuperebbe delle imprese e infatti perché prevede taglio del cuneo fiscale misure a favore del lavoratore.

Ora, poiché trattasi di affermazione concettualmente errata perché il cuneo fiscale (quello che tutti, nessuno escluso, promettono di tagliare da 20 anni...) è il costo del lavoratore per l'impresa e quindi del taglio gioverebbero in primis gli imprenditori (e poi magari la forza lavoro per un plausibile aumento delle assunzioni), la cosa veramente grave non è (sol)tanto che questa politica (una donna) di primo piano abbia detto una cosa sbagliata e ingannevole parlando sulla radio pubblica... No. 


La cosa che mi indigna di più è che la giornalista non abbia battuto ciglio proseguendo nelle domande come davanti ad una sceneggiatura.
Ma il giornalismo non può limitarsi a raccogliere passivamente le affermazioni di tutti, abdicando a svolgere qualsiasi controllo e stimolo...


Ora, o cominciamo a capire che una cosa sono le opinioni e un'altra sono gli errori e le falsità, oppure sarà impossibile creare i presupposti per un dibattito pubblico serio, che porti a un confronto di punti di vista diversi ma con una  condivisa narrazione della realtà e comprensione dei dati di partenza.

L'alternativa è svuotare la democrazia e farla diventare una battaglia di propaganda, una contesa tra influencer, impegnati a convincere la massa a suon di slogan... 

In un simile scenario il voto e le altre forme di democrazia partecipativa diretta sono vuoti simulacri di un sistema manipolato che invece di fare (o almeno di cercare) il bene collettivo, vuole solo usare il consenso popolare per ottenere il potere.

Il nuovo Governo dice di avere diritto di accesso alla rete tra le sue priorità? 

Bene, ma mi sembra inutile se non c'è prima accesso a una conoscenza critica (e poi un'informazione pluralista, indipendente e autorevole).

Inutile garantire a tutti il diritto di tuffarsi se poi nessuno sa nuotare.



P.s. Non è una questione politica ma di democrazia, di metodo, di presupposti perchè si possa fare buona politica e la democrazia davvero faccia emergere  le diversità come ricchezza, piuttosto che alimentare differenze come elemento di divisone e polemica sterile tra sordi.

venerdì 16 agosto 2019

Time Out: le scuse stanno a zero...

In un Paese come il nostro e in un momento come questo, in cui giornalismo e politica spesso ci dicono solo ciò che vogliamo sentirci dire, il libro di Flavio Tranquillo è una boccata d'ossigeno, una preziosa e rara occasione per cercare di guardare fino in fondo la realtà e quindi mettere le basi per cambiare le cose.

Il racconto della "ascesa e caduta della Mens Sana" (la squadra di basket di Siena che per un decennio ha dominato il panorama italiano) diventa un caleidoscopio attraverso cui riflettere sulle contraddizioni dello sport professionistico italiano... Ma anche in questo caso lo sport è una metafora straordinaria della realtà e delle sue contraddizioni.

E' un racconto senza sconti, senza pregiudizi e senza conclusioni scontate, perché prevale la voglia di comprendere su quella di giudicare (o di voltarsi dall'altra parte, come molti hanno fatto e continuano a fare).

I social mostrano bene come la tentazione diffusa sia quella di un facile giudizio sprezzante oppure l'oblio, salvo poi vederci condannati a rivedere e ripetere sempre i medesimi errori, perché non abbiamo voluto e saputo guardare dentro la scatola.

Lascio esprimere il concetto all'autore:
"[...] tantissime persone non si pongono il problema nei termini corretti. Non sono cattive, non sono stupide, non sono avide e non sono portate a delinquere. Semplicemente, non posseggono gli strumenti culturali per vedere in modo critico la questione."

Ecco che allora il crollo del modello Mens Sana non è lo spunto per puntare il dito contro il banco degli imputati ma per interrogare tutti noi, per capire perché abbiamo scelto di non farci domande...perché ancora adesso facciamo finta di non vedere la schizofrenia di un sistema che non è sostenibile e che da un lato disperde risorse e dall'altro diventa campo di conquista per comportamenti opachi e illegalità (e quindi poi per le organizzazioni criminali).

Il contro-esame più spietato Tranquillo lo riserva a se stesso, rileggendo in modo critico un passato nel quale anche lui si rende conto come non possedere tutti gli strumenti culturali lo esponeva a sottovalutare scelte personali. Ed invece ogni nostra scelta è un'assunzione di responsabilità e diventa in certi contesti un atto "politico".

In questi anni ci hanno bombardato di informazioni su presunte emergenze, alcune anche reali ma spesso strumentalizzate per raccogliere facile consenso.
Ecco perché il libro di Flavio Tranquillo è importante e dovrebbe sollevare un dibattito pubblico e politico (non è una parolaccia...): perché ci mette di fronte ad una realtà disfunzionale, perché ci pone domande scomode, chiedendoci di lasciare da parte il tifo e di ragionare...

"perchè se no si chiude" e "così fan tutti" sono i due grandi falsi e comodi alibi per moltissime condotte illecite e talora criminali; queste scuse sono il passepartout per le scorciatoie e il volano della stragrande maggioranza dei reati fiscali. Reati che non allarmano quasi nessuno e che però producono per il benessere collettivo dei danni enormi e che probabilmente rappresentano il maggior ostacolo per uno sviluppo sano della nostra economia.

Scuse... ma come Flavio Tranquillo sa bene e ricorda sempre, nello sport e nella vite le scuse non reggono. Sono l'alibi del perdente, di chi non vuole prendersi le sue responsabilità, di chi non vuole uscire dalla comfort zone, di chi non vuole capire, perché restare distratti è più facile...
Ma chi ama il basket, chi ama lo sport, chi ama la vita e si appassiona non si ferma agli alibi e alle scuse, vuole capire, perché capendo si diventa liberi.

Questo libro è un passo in avanti per farlo.

venerdì 2 agosto 2019

Resistere al degrado

"I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore" (articolo 54 Costituzione)
...e non sai se ridere o piangere.

Lo spettacolo che va in scena ogni giorno deturpa le istituzioni: volgarità, battute sarcastiche, mancanza di decoro (onore mi pare parola eccessiva da scomodare)...e in questa triste rassegna di oscenità è evidentemente coinvolta anche la magistratura, con lo scandalo del Csm e le sue squallide intercettazioni (ora non mi interessa la rilevanza penale, ancora da dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio, delle condotte, ma il degrado etico e professionale che emerge).

Decoro, disciplina ed onore sono evidentemente cose diverse dall'onestà ma ne rappresentano una necessaria premessa ed anzi la testimonianza e la credibilità degli uomini pubblici assolve inevitabilmente anche ad una funzione culturale...o meglio (peggio), di degrado culturale se le condotte e il linguaggio sono quelle cui assistiamo.

Ci stupiamo poi che le giovani generazioni perdano fiducia o assumano comportamenti arroganti e prepotenti? Ci stupiamo che il singolo cittadino alle prese con le difficoltà sia disposto scorciatoie e sotterfugi senza spesso nemmeno rendersi conto (ve lo assicuro...) del disvalore etico di quanto commette? Ci stupiamo se tante persone si sentono legittimate a insultare e vomitare odio sui social anche (e soprattutto) quando non sanno di cosa si sta parlando? Ci stupiamo che pubblici ufficiali si dimentichino i principi fondamentali di legalità e di rispetto dei diritti e delle libertà personali?

La miscela di arroganza, rabbia e ignoranza con cui stiamo inquinando le istituzioni democratiche e il confronto pubblico finirà per avvelenare i pozzi (e le menti) di questa povera Patria...

Proviamo a respirare aria pulita, proviamo a leggere, riflettere, ascoltare. Proviamo a dubitare invece che a tifare. E facendolo forse aiuteremo i giovani e i più piccoli a fare lo stesso.

Non è una questione politica.
È un'emergenza culturale e umana.

O fai parte della resistenza a questo degrado, o ti unisci al degrado stesso (basta restare indifferenti per diventarne complici)

sabato 1 giugno 2019

Magistratura: etica e indipendenza

L'articolo 54 della Costituzione, dopo aver affermato che tutti abbiamo il dovere di essere fedeli alla Repubblica e osservarne le leggi, si rivolge alle persone cui sono affidate funzioni pubbliche...e a loro chiede qualcosa di più.

Quelle funzioni svolte nell'interesse della collettività devono essere adempiute con disciplina ed onore.

Non basta osservare le leggi e non incappare in sanzioni e tanto meno può essere sufficiente non venire condannati per dei delitti: questo è il minimo ed è richiesto a tutti, ovviamente!

Se invece si hanno responsabilità pubbliche è chiesta una particolare credibilità e autorevolezza, perché la persona incaricata di queste funzioni diviene di fatto il volto dello Stato e nel suo lavoro rappresenta l'istituzione per cui lavora.

L'onorevole che cade in condotte indegne sta danneggiando anche il Parlamento intero.
Il magistrato che si dimostra poco professionale o poco laborioso o addirittura poco indipendente e credibile danneggia l'immagine dell'intera magistratura.

Il punto è che la credibilità delle istituzioni democratiche non è un interesse di chi le incarna, ma un bene prezioso per la tenuta democratica, un presupposto necessario perché si possa lavorare per realizzare e difendere ogni giorno il disegno costituzionale di un Paese più libero e giusto.

Negli ultimi giorni i giornali raccontano vicende molto gravi; al netto della prudenza che ci vuole quando non si conoscono le carte ufficiali, e nel rispetto del principio di non colpevolezza, non possiamo sottrarci da una riflessione su quello che sta emergendo.

Il punto non è il procedimento penale in corso e l'affermazione giudiziaria di eventuali responsabilità.
Rispetto a questo dovremo attendere il corso della giustizia.

Quella che invece non può attendere è la presa di consapevolezza del fatto che la vera emergenza è la fotografia impietosa di un sistema di gestione dell'autogoverno della magistratura.
Quello che non può attendere è un duro esame di coscienza da parte dell'intera magistratura, perché l'emergenza è etica.

Noi magistrati siamo sicuramente tra coloro a cui l'articolo 54 chiede di svolgere le nostre funzioni con disciplina ed onore.
Mi verrebbe da dire che la disciplina attiene alla professionalità e all'indipendenza con cui si lavora, mentre l'onore è la capacità di farlo risultando sempre credibili e autorevoli anche verso i cittadini.

Come credere alla giustizia se chi la amministra non è credibile?
Come giustificare la pretesa punitiva dello Stato se chi deve indagare e poi se del caso condannare non dimostra di attenersi lui per primo ai più alti standard di trasparenza e onestà?

In politica spesso ce la prendiamo poi con quelli che si comprano i voti per le proprie ambizioni personali, dimenticandoci di riflettere sul vuoto etico e culturale di chi quel voto è disposto a venderlo.
Allo stesso modo, nel micro cosmo dell'autogoverno della magistratura, sarebbe ipocrita e insufficiente prendersela con chi ha responsabilità di vertice, se poi non segue anche e soprattutto una riflessione critica sulla base, che evidentemente chiede e sfrutta certe logiche di condizionamento delle scelte.

O la smettiamo di cercare l'amico, l'appoggio, la spintarella... O la finiamo di riempirci di paroloni e poi di prendere il telefono quando invece ci sono di mezzo i nostri personali interessi... Oppure questi fenomeni di degenerazione continueranno ad esserci e a inquinare la magistratura e di conseguenza l'intero equilibrio democratico del Paese.

Da questo punto di vista ho l'impressione che la categoria cui appartengo stia attraversando una crisi etica e culturale molto simile a quella che vive l'intera collettività.
Il confine tra giusto e sbagliato sembra sbiadire sempre di più e tempo che molte delle persone coinvolte nei vari scandali di questi anni, incluso quest'ultimo, avessero scarsa consapevolezza del disvalore etico del loro comportamento.

Questa riflessione l'ho maturata negli ultimi anni, occupandomi di molte indagini su delitti commessi da professionisti e colletti bianchi, persone dal casellario giudiziale illibato che di fronte all'opportunità di avvantaggiarsi illecitamente non si facevano scrupoli, con la tranquillità (e a volte l'arroganza) di chi pensa di essere nel giusto, perché misura la giustizia su se stesso e sui propri bisogni.

Ecco perché torno ancora col pensiero alla lezione di Gherardo Colombo: l'obbedienza non basta più, perché è tra le pieghe delle regole che si insinua l'interesse personale e viene deturpato quello pubblico...perché la vera misura non è il rispetto formale della regolina di turno, ma l'adempimento con dignità e onore delle funzioni pubbliche e in generale dei principi costituzionali...

Solo se ripartiamo dai valori fondanti sapremo spezzare certe relazioni pericolose.
Solo guardando agli alti valori della Costituzione potremo uscire dalla palude in cui ci troviamo.

sabato 29 dicembre 2018

Riprendiamoci lo Sport

Credo che il problema dello Sport in Italia sia molto più ampio e profondo dei singoli beceri episodi di cori razzisti o del singolo grave delitto.

È il problema di un Paese che si è arreso da anni all'ignoranza e alla volgarità, che è indulgente verso l'intolleranza, che non conosce più il rispetto e il garbo, in cui non esiste quasi più confronto e dialogo sui fatti ma solo polemica.
È un Paese che spesso scambia la faziosità estremista con il tifo.
La faziosità è la pregiudiziale proiezione di chi, debole di idee, trova solo nella contrapposizione un simulacro di identità.
Il tifo è passione e tradizione, una specie di infatuazione perenne e di amore per la competizione e per un simbolo a cui ci leghiamo, ma che non ci impedisce di riconoscere i nostri limiti e di apprezzare i meriti altrui.
Un Paese dove chi perde ha sempre sbagliato, mentre la sconfitta è parte necessaria di ogni percorso sportivo e momento imprescindibile per imparare e per riconoscere il valore del nostro avversario.
Non è (sol)tanto un problema delle curve o di ordine pubblico ma una questione di civiltà, di educazione ed un termometro dello stato di equilibrio e serenità di un popolo.
La febbre è alta perché abbiamo perso il senso della passione, perché l'insulto prevale sull'incoraggiamento, perché siamo svuotati di valori e allora ci attacchiamo alle bandiere facendole diventare motivo di scontro invece che celebrazione gioiosa della diversità.

Lo sport deve tornare ad essere un'occasione di educazione al rispetto dell'avversario e delle regole, allo stare in gruppo, all'etica del lavoro.

Non è un nodo che si possa sciogliere con una regola in più o qualche dimostrazione muscolare di fermezza: occorre un profondo ripensamento collettivo.

Ripensamento? Profondità? Collettività?
Tre concetti dimenticati nella nostra povera Italia che oggi pare dominata solo da slogan, ignoranza e personalismi.

Lo Sport può essere immagine del sogno costituzionale, in cui tutti hanno l'opportunità di realizzarsi e contribuire al percorso collettivo di un benessere condiviso, di una libertà solidale.
Cominciamo da subito.
Cominciamo da noi.