"the problems we all live with" di norman rockwell

lunedì 8 agosto 2016

Essere e apparire, il circuito della fiducia

La vicenda del PM di Trani, indotto ad astenersi da un delicato procedimento dopo la diffusione di una foto goliardica fatta anni addietro col difensore di uno degli indagati, puo' essere l'occasione per fare alcune riflessioni sulle responsabilita' delle persone con incarichi pubblici.

Nessuno, mi auguro, vuole giudicare dal punto di vista etico o morale il comportamento privato di questo magistrato (peraltro nel caso di specie parliamo di un contesto evidentemente scherzoso). Tantomeno nessuno ha sollevato specifiche critiche sul suo operato nella nota indagine (il drammatico scontro di treni).
Il punto allora non e' sostanziale ma formale, ma non per questo irrilevante.

La giustizia e' un mucchio di parole scritte su fogli di carta: se la collettivita' non crede che queste debbano essere rispettate e non riconosce autorita' agli organi chiamati a farle rispettare ...il banco salta e la tenuta del sistema diventa a rischio, facendosi strada alternative pericolose: una anarchia di fatto nella quale prevale il piu' forte, ovvero altri ordinamenti che regoleranno i conflitti, come quelli mafiosi (basati sulla prepotenza e l'intimidazione).
Questo per dire che la credibilita' e l'autorevolezza di un sistema giuridico e di chi e' chiamato a farlo funzionare (magistrati, avvocati e forze dell'ordine in primis) non sono optional ma attributi essenziali perche' il patto sociale regga e non si scivoli verso perniciosi qualunquismi ("tanto non serve a nulla...") o contesti in cui sia la prepotenza a prevalere e non la ragione.
Ecco perche' l'articolo 54 della Costituzione, dopo aver ricordato che tutti i cittadini devono osservare le leggi, specifica che coloro a cui sono affidate funzioni pubbliche devono adempierle con disciplina ed onore.

Disciplina ed onore, quindi...qualcosa persino in piu' del rispetto delle regole, ma appunto quella particolare serieta' e credibilita' che viene richiesta a chi ha il compito di incarnare e rappresentare una funzione pubblica.
In qualche caso puo' succedere che un comportamento lecito danneggi l'onore di un servitore pubblico: questo non deve condurre a gogne mediatiche o processi sommari, ma semplicemente si dovra' fare in modo che quel danno (di cui magari il soggetto e' poco o per nulla colpevole) non ricada sulla funzione che e' chiamato ad esercitare...

Questo tema non e' secondario se vogliamo comprendere il degrado del Paese negli ultimi decenni e il crollo di fiducia che osserviamo nei confronti non solo della politica ma di quasi tutte le istituzioni repubblicane.
Le ragioni ovviamente sono tante e a volte anche sostanziali, ma credo anche che sia stato particolarmente grave aver perso il senso di responsabilita' ed opportunita' da parte di chi ha funzioni pubbliche.
Penso a quante volte si sia invocata un'assoluzione stiracchiata come patente della propria dignita' a ricoprire incarichi...mentre il non aver commesso illeciti non e' titolo di merito ma dovrebbe essere semplice prerequisito scontato.

L'attenzione anche all'apparenza non va confusa con un superficiale bigottismo di copertura a comportamenti ipocriti.
Non possiamo pretendere (e non vogliamo nemmeno) funzionari pubblici fuori dal mondo, modelli di virtu' e astinenza. Ma possiamo chiedere che chi ha l'onore e la responsabilita' di esercitare un potere pubblico presti attenzione affinche' la sua immagine pubblica non danneggi (anche involontariamente) il decoro e il prestigio della funzione affidata.
Sono valutazioni a volte difficili e opinabili e sicuramente legate anche alla sensibilita' culturale del tempo, ma restano importanti perche' da queste dipende una fetta della fiducia che i cittadini sono disposti a concedere alle istituzioni.

venerdì 24 giugno 2016

Il Referendum, tra Democrazia e Populismi


Il cielo plumbeo di Londra e la camminata piegata dal peso del potere di Churchill che ho catturato in questa foto poche settimane fa erano profetici...
La Brexit è diventata realtà con la vittoria, striminzita nelle dimensione ma devastante negli effetti, di coloro che volevano il Regno Unito fuori dall'Unione Europea.
"Attento a quello che desideri perché potresti ottenerlo" ...diceva qualche saggio.
E credo che lo direbbe anche oggi, vedendo un voto che premia la chiusura, i timori e i particolarismi, ignorando un percorso di integrazione storico seppure sinora anche molto deludente.
Ha vinto la sfiducia e hanno i vinto i populismi e i demagoghi di destra e sinistra, che d'altronde sono la vera tendenza mondiale a fronte anche dell'inquietante cavalcata di Trump coi suoi argomenti violenti e politicamente scorretti.
Le democrazie occidentali godono di pessima salute e serpeggia un'enorme sfiducia verso il sistema, visto come corrotto e inefficiente. A questo si aggiunge una larga dose di indifferenza (vedasi il calo dei votanti in molti paesi) e infine le irrazionali paure legate a immigrazione e terrorismo e al deflagrante e mistificante mix dei due argomenti.
Ecco dove attingono molti leader politici fuori e dentro l'Italia per ottenere un facile consenso di protesta al quale però temo non seguirà affatto un altrettanto facile soluzione delle complesse sfide che abbiamo di fronte.
Le ragioni del malcontento esistono ma quello che preoccupa è il fatto che anche vecchie democrazie (anzi, la più vecchia in questo caso...) cadano in reazioni impulsive illudendosi (e illudendo) che il voto popolare del referendum sia la più alta forma di potere del popolo.
La storia e il diritto credo ci raccontino una realtà molto più complessa, a partire dal processo democratico a Gesù (che premiò Barabba) sino ai voti popolari e plebiscitari che premiarono Mussolini e Hitler... (per non fare nomi più attuali, pensando a qualcuno che ci guarda oltre agli Urali).
Non ho le competenze economiche e storiche per spiegare tutti i pro e contro della situazione attuale, ma da giurista e amante della Costituzione vorrei far riflettere sul fatto che i nostri Padri Costituenti furono molto tiepidi con il referendum.
Venivano da 20 anni di regime e dalla guerra e avevano visto morire fratelli e sorelle per riconquistare la libertà. Eppure decisero di limitare moltissimo l'utilizzo del referendum, lasciando che fosse strumento solo abrogativo e in particolare vietandone l'uso per alcune materie più tecniche e complesse, come i trattati internazionali (!!!).
Questa scelta ("fatta da sobri a valere per quando fossimo stati ubriachi", per dirla con Zagrebelsky) dovrebbe far pensare coloro che utilizzano il referendum come martello della maggioranza e grimaldello del consenso. Se usato in questo modo, se usato per spaccare, se usato per cavalcare le paure... il referendum non è più strumento di democrazia del popolo ma rischia di diventare un'arma degli oligarchi per manovrare le masse.
La vicenda della Brexit deve diventare occasione per una profonda riflessione su quale modello di democrazia vogliamo.
Vogliamo una democrazia che faccia ragionare il popolo, recuperi la fiducia per le istituzioni e costruire una politica fatta di confronto, di idee basata sui progetti e le speranze?
Oppure vogliamo una politica che si rivolge solo alla pancia della massa, che insegue gli slogan del salvatore di turno e asseconda le paure per ottenere facili consensi?

giovedì 5 maggio 2016

La prescrizione e gli slogan

Il dibattito ha rimesso al centro il tema della prescrizione e allora si procede a grandi passi verso la riforma.
Ancora una volta pero' prevalgono slogan ed etichette sui problemi veri ed urgenti della giustizia e cosi' adesso in molti salgono su questo carro soprattutto per dimostrare che vogliono davvero la lotta alla corruzione e trarne un beneficio mediatico.
Anche la magistratura pare largamente schierata per una riforma che fermi la prescrizione almeno alla sentenza di primo grado... e allora tutto bene e avanti cosi'?
Vediamo cosa c'e' dentro e dietro prima di unirci agli applausi.

La prescrizione e' sicuramente un istituto legittimo perche' sarebbe ingiusto processare una persona o condannarla a molti di anni di distanza dai fatti di cui e' accusata
...perche' abbiamo diritto ad avere una sentenza e non un'eterna minaccia che ci schiaccia senza darci risposte definitive e che ci costa molto psicologicamente e non solo
...perche' una punizione distante dal fatto e' irragionevole, incomprensibile e inutile (pensate di punire vostro figlio a 16 anni per una marachella fatta quando ne aveva 10: non e' piu' la stessa persona, non potrebbe capire e la punizione avrebbe perso ogni plausibile funzione riparativa o rieducativa)
...perche' a distanza di anni l'accertamento processuale e' assai inaffidabile

La sentenza definitiva per essere giusta deve essere non solo corretta nel merito ma anche tempestiva e ottenuta con un processo garantito e in tempi ragionevoli.

Naturalmente il tempo della prescrizione sara' ed e' diverso a seconda della gravita' del reato e infatti per molti delitti gravi la prescrizione non e' un problema (reati connessi alla droga ad esempio, che spesso noi magistrati ed avvocati definiamo gergalmente imprescrittibii di fatto).

E' certamente vero per altro verso che una giustizia malandata come la nostra in una societa' con alto tasso di legalita' non dovrebbe permettersi di far prescrivere migliaia di processi dopo che si sono fatte le indagini e magari si sono ottenute condanne in primo o in secondo grado. Ecco che allora si propone di fermare o comunque prolungare nettamente la prescrizione una volta che il processo ha superato quanto meno la sentenza di primo grado.Cosi' facendo si scoraggerebbero acnhe quelli che impugnano le sentenze solo per sperare nel decorso nel tempo e non peche' davvero interessati a contestare il merito della decisione.
Questi problemi di tenuta del sistema esistono ma il solo prolungamento della prescrizione e' la soluzione piu' semplice e...sbagliata. Anzitutto perche' molti fatti si prescrivono in fase di indagine, cosi' che una parte rilevante del problema resterebbe irrisolta
Ma poi la vera soluzione sarebbe quella di far funzionare meglio tutto il processo, depenalizzare ulteriormente, darci maggiori risorse, responsabilizzare tutti anche in fase di indagini, organizzare meglio gli uffici, semplificare la procedura nei reati meno gravi (come avviene in molti paesi europei che non conoscono i nostri bizantismi e che nemmeno pensano di celebrare tre gradi sempre e per tutt i fatti), celebrare meno processi ma con maggiore celerita' e attenzione (perche' le decisioni penali devono poi essere sempre pondera, approfondite ed equilibrate, incidendo pesantemente sulla vita delle persone).
Il solo prolunguamento della prescrzione e' in parte sbagliato e in parte insufficiente, cosi' come era folle il processo breve.
Se la macchina della giustizia va lenta la soluzione non e' ne' farla esplodere se non arriva in tempo ne' spingerla a mano e farla arrivare anche anni dopo... La soluzione e' farla camminare in modo serio e dignitoso con il contributo di tutti, magistrati, personale amministrativo e cittadini.

La strada piu' breve per affrontare seriamente i problemi e' spesso quella piu' lunga. Le scorciatoie sono inganni e slogan che ci lasceranno anche tra anni nell'eterna e insopportabile emergenza giustizia.

giovedì 14 aprile 2016

INTERCETTAZIONI, POTERE OSCENO, INFORMAZIONE e RISPETTO della DIGNITA'

Le intercettazioni sono uno mezzo di ricerca della prova molto invasivo e potente; una dolorosa e necessaria violazione della segretezza delle comunicazioni (garantita dalla Costituzione) che è ammissibile solo nel rigoroso rispetto delle regole e per la tutela di beni fondamentali.

Anzitutto le intercettazioni possono essere fatte nel nostro ordinamento soltanto per reati gravi (quelli puniti con superiore a 5 anni, oltre ad alcuni altri specificamente elencati). Ma soprattutto il Giudice per le Indagini Preliminari può autorizzare il Pubblico Ministero a procedere con tale attività di indagine soltanto se vi sono già gravi indizi di reato e se l'intercettazione chiesta è assolutamente indispensabile per la prosecuzione delle indagini.
Questo è il primo grande argine contro qualsiasi abuso: la magistratura deve essere la prima ad applicare con responsabilità ed equilibrio questo strumento, evitando che diventi solo una scorciatoia investigativa quando magari sarebbe possibile (e quindi doveroso) esperire prima altre strade.

Questa necessità di mantenere alta l'attenzione per un uso corretto e mirato delle intercettazioni non può però consentire nessun cedimento circa l'importanza che tale strumento resti e non sia tra l'altro limitato soprattutto a indagini di criminalità organizzata, come talvolta qualcuno ha proposto: in Emilia Romagna, se voglio colpire fenomeni di crimine del potere mi è più utile poter intercettare per riciclaggio e frodi fiscali che per associazione mafiosa...

L'ascolto delle telefonate è spesso il grimaldello principale per scardinare sistemi di corruzione, lo strumento che consente all'autorità giudiziaria di svelare il potere osceno, come lo chiama Roberto Scarpinato ne "Il ritorno del Principe".. ovvero il potere dietro la scena, quello segreto e dietro le quinte che vive troppo di frequente attraverso dinamiche patologiche corruttive, traffici illeciti di influenze, elusione delle regole e asservimento a centri di interessi illeciti e predatori.
Il carattere clandestino della criminalità del potere (compresa quella mafiosa) rende assolutamente indispensabile ricorrere in taluni casi all'intercettazione.
La capacità di controllo di legalità su questi fenomeni di criminalità non comune è fondamentale per realizzare un effettivo bilanciamento dei poteri, in cui la magistratura non sia mero strumento di mantenimento dello status quo nell'interesse dei potenti, ma ordine davvero autonomo e indipendente, capace di indagare le condotte delittuose anche (e vorrei dire soprattutto, pensando all'articolo 54 Cost.) del potere politico ed economico. O siamo capaci di verificare che anche i potenti rispettino le leggi o diventeremo "leoni sotto al trono", utili solo per controllare delinquenti comuni e emarginati, lasciando nell'impunità coloro che inquinano e corrompono la vita democratica ed economica del nostro Paese.
Senza dimenticare che nessun altro in occidente ha i nostri tassi di corruzione uniti alla presenza diffusa e penetrante della criminalità di stampo mafioso.

Se lo strumento di indagine va difeso e applicato con rigore, si tratta invece di trovare un punto di equilibrio tra il diritto\dovere a essere informati e la tutela della riservatezza delle conversazioni private, e con essa della dignità delle persone coinvolte.

Un bavaglio che mirasse a lasciare nell'oscurità il potere osceno sarebbe inaccettabile. Però invece è possibile trovare un bilanciamento trasparente, affidando all'autorità giudiziaria (nel contraddittorio anche con le difese) la responsabilità di determinare quali siano le intercettazioni rilevanti per il processo e quali non lo siano.
Se la conversazione è rilevante allora non se ne potrà vietare la divulgazione, potendosi al limite disporre che questa avvenga solo e soltanto al termine delle indagini, per evitare gogne mediatiche affrettate e valutazioni superficiali.
Se la conversazione è irrilevante, questa deve essere distrutta e qualsiasi pubblicazione andrà vietata e punita, perché violerebbe principi fondamentali non più in ragione della tutela della collettività ma solo per consentire morbose attenzioni che nulla hanno a che vedere con un'informazione consapevole.

Questo delicato equilibrio è possibile già oggi, come dimostra la nota circolare Spataro di cui i giornali hanno parlato diffusamente in queste settimane.
Il senso di responsabilità dei magistrati è fondamentale, ma occorre anche una classe di giornalisti che dimostri la propria serietà e professionalità (e un'ordine vigile).

Ultimo e non ultimo, dobbiamo interrogarci su tutti noi, cittadini e lettori che usufruiscono dei media. 
Fino a quando premieremo un giornalismo morboso, fatto di gossip, pregiudizi e gogne, la nostra domanda di fango troverà spesso qualcuno disposto all'offerta.
Cerchiamo un'informazione seria e documentata.
Seguiamo i dibattimenti piuttosto che i pettegolezzi sulle indagini.
Inseguiamo chi pone domande scomode e non chi ci offre facili risposte o capri espiatori per la nostra falsa indignazione.

giovedì 3 marzo 2016

La GRANDE TENTAZIONE: POTERE o LIBERTA'?

La vicenda che vede contrapposta l’Apple e l’FBI sta facendo discutere molto e credo che valga la pena soffermarvisi perché rappresenta un ottimo banco di prova per ragionare sul rapporto tra potere e libertà.
I fatti in sintesi: gli investigatori americani hanno chiesto al colosso di Cuppertino di sbloccare un iphone sequestrato al presunto colpevole di un grave fatto terroristico. Tim Cook (amministratore delegato di Apple) ha risposto che non possono aderire a questa richiesta perché creerebbero una sorta di “porta di servizio” (back door nella vignetta…) che sarebbe poi utilizzabile e violabile anche per tutti gli altri telefoni che utilizzano il medesimo software. In sostanza, secondo i tecnici, non sarebbe possibile fare una breccia nel sistema di quel singolo telefono senza che tale crepa nel sistema di sicurezza possa essere usato poi di fatto anche in tutti gli altri centinaia di milioni di apparecchi. Cook sostiene che dovrebbe consegnare all’FBI una sorta di pass-partout che metterebbe a repentaglio la sicurezza e la privacy di milioni di cittadini.

E’ un’esagerazione? Stiamo sacrificando la nostra sicurezza per delle fobie da grande fratello?

Nessun dubbio che se fosse possibile entrare solo in un telefono, questa operazione sarebbe ben giustificata e legittima per l’autorità che persegue quel grave delitto.
Ma la questione pare essere proprio questa: resta giusto aprire quella back door anche se facendolo si rende possibile la violazione della privacy di tutti e anche ad altri fini che non siano di giustizia?
La risposta è necessariamente (e forse amaramente) no.

Non è giusto dare un così grande potere che poi potrebbe essere usato in modo indiscriminato.
Non è giusto perché non esiste alcuna garanzia certa che un simile potere, così grande e appetibile, sarebbe usato solo per fini legittimi e limitati e che non finirebbe prima o poi nelle mani sbagliate… ovvero, seguendo la perfetta allegoria della vignetta, hackers predatori di dati privati, regimi repressivi interessati a controllare tutti e chissà chi altro ancora e per che cosa…

Montesquieu elaborò il noto principio della separazione dei poteri proprio perché si rese conto di una verità sempre valida per l’uomo: il potere se non trova limiti finisce per abusare di se stesso.

L’accesso alle informazioni private di milioni di persone è un’attrazione troppo forte e potente per non sollevare il legittimo timore che le mani sbagliate finirebbero su di un simile pericoloso tesoro.

Forse il paragone vi suonerà esagerato, ma sarebbe come aver costruito un’enorme arma di distruzione di massa che può colpire milioni di persone ovunque nel mondo e che può finire in mano a pirati di internet o polizie segrete di regimi dittatoriali (il pensiero corre veloce e doloroso all’Egitto in questi giorni).

Sentirete dire un seducente tranello, a volte ripetuto o invocato in buona fede: “ma in questo caso il potere sarà utilizzato per un fine giusto!” … no. Non è una clausola che ci preservi dai rischi di abuso del potere che vi ho detto.

Lo sapeva bene anche Tolkien: il potere dell’anello era così potente da poter essere portato solo da un essere semplice e umile… e anche in quel caso comunque il fine doveva essere distruggerlo perché un simile magnete avrebbe risucchiato ogni buona volontà… Chi conosce la storia si ricorderà bene che neanche il personaggio più buono e saggio della saga (Gandalf) osa prendere l’anello, capendo che un tale potere lo avrebbe cambiato.

L’FBI oggi chiede quella chiave con un intento giusto, che capisco meglio di molti altri perché il mio mestiere è anche quello di cercare le prove dei reati e vi garantisco che conosco la frustrazione di sapere dove sarebbe una prova decisiva ma di non poterla carpire per rispettare la legalità

La legalità è un limite? Certo. Ci lega le mani a volte… Ma è il baluardo contro gli abusi e ci ricorda che non esiste un fine che possa giustificare mezzi che contraddicono i diritti e le libertà.

La paura del terrorismo e di un mondo insicuro e irrazionale ci può spingere verso scelte illiberali per sentirci protetti, ma non esistono scorciatoie. 
Le scorciatoie portano alla tortura, agli abusi, allo stato di polizia.

Per fare un esempio questa volta storico: pensate a come le istanze di giustizia e libertà si siano depravate in Robespierre, che una volta ritrovatosi pieno di potere ne abusò.

La sicurezza è importante, ma una civiltà moderna e liberale deve trovare vie equilibrate e rispettose dei diritti per garantirla. E il primo modo per garantire la sicurezza è aumentare la giustizia. Allora aumenteranno anche le speranze di pace.

lunedì 11 gennaio 2016

CLANDESTINITA': il DIRITTO PENALE NON E' la SOLUZIONE

Uno dei grandi equivoci del dibattito pubblico su molti problemi è che la risposta possa venire da una legge (nuova o da riformare) e in particolare da una norma di diritto penale.

Il diritto penale però è per un verso uno strumento estremamente pesante e grave e per altro verso è molto impegnativo azionarlo perché la sanzione può essere applicata solo all'esito di procedure giustamente molto garantite.

In questi ultimi giorni si dibatte ad esempio della possibilità che venga depenalizzato il c.d. reato di clandestinità e si è quindi anche scatenata una violenta polemica contro chi sostiene tale prospettiva.

Ovviamente è legittimo ed anzi doveroso che il governo prenda misure di tipo amministrativo per regolare e gestire il fenomeno dell'immigrazione, eventualmente anche sanzionando in modo rigoroso chi violasse le norme. 
Tuttavia non si può non condividere le opinione espresse dal Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti (e poi anche dall'ANM tra gli altri) sul fatto che tale depenalizzazione sia la scelta migliore.

Il reato di clandestinità è inutile quando non ingiusto, inefficace e dannoso per le indagini contro scafisti e tratta degli essere umani.

E' inutile perché non ha alcuna efficacia deterrente risolvendosi in una mera sanzione pecuniaria (€ 5000) che nessuno pagherà e che nessuna saprebbe comunque riscuotere (il sistema non riesce nemmeno a recuperare le sanzioni pecuniarie contro i cittadini italiani, figuriamoci l'immigrato clandestino senza fissa dimora e senza un soldo in tasca). 
E' una minaccia solo virtuale ed esibita che non ferma nessuno dall'imbarcarsi per cercare una vita migliore o di fuggire da contesti di grave pericolo e disagio.

E' ingiusto perché è un reato che colpisce ciò che si è e non quello che si è fatto. 
Il diritto penale dovrebbe punire solo i comportamenti, da chiunque posti in essere, che concretamente offendano un bene giuridico tutelato dalla Costituzione (vita, salute, patrimonio, sicurezza, ecc...), mentre in questo caso si colpisce di fatto in modo preventivo chi entra senza rispettare le regole col pregiudizio che poi potrebbe commettere reati.
La mera violazione della regola per entrare nel nostro territorio può essere presidiata da sanzioni, ma amministrative e non penali... tra l'altro assai più semplici da applicare perché meno garantite e quindi anche più immediate.

E' infine un reato dannoso per le indagini contro scafisti e tratta degli essere umani perché fa diventare indagati e poi imputati le persone offese e i testimoni di tali gravissimi crimini, impedendo così quasi sempre che ci possa essere una collaborazione con gli investigatori per risalire ai veri responsabili e ai veri delinquenti che sfruttano la disperazione di queste persone.

Appare poi evidente che di fronte a un fenomeno epocale che riguarda centinaia di milioni di persone del sud del mondo, pensare di poterlo arginare o risolvere con una multa (o anche un arresto) è illusorio ed anzi risibile.

Il diritto penale è un'arma pesante, sofisticata e complicata da usare solo nei casi veramente necessari e per le condotte concretamente offensive e pericolose.

I paesi che usavano (o usano) lo strumento penale per fare prevenzione e per mandare messaggi ai cittadini non sono stati di diritto e paesi liberali e nessuno di noi vorrebbe viverci.

venerdì 8 gennaio 2016

RUQIA e GISELA: EROINE della LIBERTA'


I miei eroi di questi giorni sono due donne: la giornalista curda assassinata dall'Isis (Ruqia Hassan) e il sindaco della cittadina messicana uccisa dai narcos (Gisela Mota).


Coraggio, indipendenza, dignità, libertà... Il meglio che si possa trovare in un essere umano. 

Non si sono arrese alla violenza, all'ignoranza. Non si sono rassegnate davanti ai pregiudizi e alle minacce.

Hanno scelto di non vivere in base alla paura ma secondo le loro passioni e i loro ideali, pur sapendo che questa decisione avrebbe potuto essere pagata col prezzo più alto: la loro vita.

Ma proprio il rifiuto di adeguarsi alla violenza, di "chiudersi dentro casa quando viene la sera", è ciò che il potere criminale e la follia integralista non possono accettare. Perché ci mostrano che sconfiggerli è possibile, perché diventano la prova che non esistono alibi o giustificazioni e che possiamo ribellarci a ingiustizie e spezzare la catena dell'odio.

Le hanno uccise perché non potevano vincerle e dominarle e così hanno attestato la loro sconfitta. Quella violenza verso delle donne innocenti e indifese è solo la cifra della loro debolezza.

Per questo c'è più vita nelle loro morti che in quei morti viventi che hanno usato violenza contro di loro per paura. 

Mi piacerebbe che noi tutti conoscessimo (e raccontassimo ai nostri figli) i loro volti e i loro nomi meglio di qualsiasi supereroe o showgirl: sono Ruqia HassanGisela Mota

Le loro idee e il loro coraggio ora devono vivere nelle nostre coscienze e hanno bisogno delle nostre gambe per poter continuare il loro cammino verso l'orizzonte di un mondo diverso. Un mondo più giusto.

Non deludiamo le loro speranze e i loro sogni.

venerdì 27 novembre 2015

COSA CHIEDIAMO ai GIUDICI e COSA CI DIFFERENZIA dai TERRORISTI

L'editoriale pubblicato oggi sul Corriere della Sera, a firma di Angelo Panebianco, punta il dito contro le timidezze dei magistrati nel contrastare il terrorismo internazionale.

Riporto alcuni passaggi illuminanti (per così dire...) del ragionamento adottato, che prendono spunto dal fatto che un Giudice per le indagini preliminari ha ritenuto di non convalidare un arresto di presunti jihadisti: 
"Il giudice conosce le carte e noi no. Forse ha ragione. I precedenti però non sono incoraggianti"

Sulla scorta di questa allusiva affermazione si citano dei casi in cui in passato la magistratura si sarebbe dimostrata troppo morbida, danneggiando così la lotta al terrorismo.

Panebianco in altri termini chiede alla magistratura di assumersi una responsabilità ulteriore nei procedimenti che riguardano presunti terroristi: non solo e non tanto l'accertamento dei fatti e delle responsabilità secondo le regole del processo...ma dimostrare una sensibilità diversa così da non rischiare di apparire deboli verso i terroristi. 
Il che, per uscire dalla retorica, si tradurrebbe in condannare o applicare misure cautelari anche quando gli standard probatori stabiliti dal legislatore non lo consentirebbero...

Si tratta a mio avviso di una posizione molto pericolosa, seppure espressa e inquadrata con toni apparentemente istituzionali.
In tale visione la giurisdizione è la prosecuzione della prevenzione con altri mezzi, si riduce a strumento del potere politico nella lotta (legittima) al terrorismo.

Ma il processo penale è uno strumento delicato è regolato proprio per evitare che il singolo individuo divento strumento di abusi del potere: le libertà individuali sono sacre nel nostro sistema giuridico (per fortuna) e quindi esse non possono essere sacrificate per mandare messaggi politici o per non indebolire questo o quella lotta dichiarata.
Questa difesa dei diritti del singolo davanti allo Stato è una delle grandi prerogative che ci deve differenziare dai terroristi e dalla loro (in)giustizia brutale e assoluta. 

I processi non si fanno col senno di poi ma con quello che si è provato dentro al processo e secondo le regole del processo.
Mi spiego meglio: è ben possibile che successivamente un soggetto si dimostri effettivamente responsabile di un certo delitto, ma questo nulla ci dice sulla correttezza o meno di un provvedimento precedente che lo aveva assolto o che non aveva applicato le misure cautelari. Solo conoscendo le carte si potrebbe verificare se anche in quel primo momento c'erano gli elementi sufficienti per fare quello che deve rappresentare un'eccezione assoluta nel sistema, ovvero la limitazione di libertà personale a carico di un soggetto ancora non condannato definitivamente.

Certamente ci possono essere delle decisioni criticabili, ma si discuta del merito e non si diffonda sfiducia in modo qualunquistico, scaricando sulla giurisdizione responsabilità che spesso stanno altrove.

Suggerisco un film a Panebianco: "Nel nome del padre", ovvero la storia di una clamorosa ingiustizia giudiziaria perpetrata nel nome della lotta al terrorismo.
Il protagonista di questa storia ispirata a fatti veri dice ad un certo punto che l'inferno è stare in prigione da innocenti (nella foto una scena degli "interrogatori" del sospettato interpretato da Daniel Day Lewis).

Non si combatte il terrorismo piegando all'opportunità politica la funzione giurisdizionale, ma semmai dando risorse a polizia giudiziaria e magistratura perché raccolgano con tempestività e professionalità tutte le prove per dimostrare la colpevolezza degli effettivi responsabili. Non chiedendo che li arrestino e condannino anche quando mancano i presupposti di legge!

L'individuo, anche il più sospetto e sgradito, non può mai essere usato per mandare messaggi comodi alla politica o populisti verso la cittadinanza e il giudice è un baluardo di questo limite al potere sovrano.

mercoledì 21 ottobre 2015

LA CREDIBILITA' DELLA MAGISTRATURA

In queste settimane stanno emergendo sempre più dettagli inquietanti di un grave scandalo che ha coinvolto dei magistrati del Tribunale di Palermo: Beni confiscati, lo scandalo del Tribunale di Palermo (articolo da La Repubblica) .

La vicenda è gravissima e va seguita, sollecitando tutte le azioni tempestive che il CSM può e deve intraprendere... ma ancor di più dovrebbe diventare l'occasione per fare una riflessione complessiva sul modo autoreferenziale e arbitrario con cui troppo spesso noi magistrati gestiamo le nostre scelte organizzative e in particolare l'affidamento degli incarichi a terzi (avvocati, commercialistici, consulenti vari).

Le misure di prevenzione e le procedure concorsuali sono forse i settori più delicati (per le somme che muovono e gli interessi che toccano), ma più in generale il tema delle consulenze è affrontato in modo talvolta amatoriale ed opaco anche quando dietro non si celano accordi illeciti e interessi inconfessabili.

Dovremmo pretendere e offrire la massima trasparenza in tutti quei casi in cui siamo chiamati ad affidare incarichi, soprattutto per quelli più remunerativi o di maggiore "peso specifico".... e questo proprio a tutela della nostra funzione e della credibilità di quello che facciamo, .

La mancanza di criteri trasparenti e di rotazione nella gestione delle consulenze alimenta dietrologie e millantati crediti, mina  la fiducia verso l'autorità giudiziaria e inoltre impedisce una sana alternanza e concorrenza tra i vari liberi professionisti cui ci rivolgiamo, impedendo tra l'altro l'emersione di nuovi giovani capaci e fuori dai circuiti del potere.
Sappiamo bene che in certe situazioni è assolutamente necessario ed inevitabile scegliere qualcuno conosciuto e di assoluta fiducia, ma questo non esclude il fatto di poter individuare criteri di rotazione e motivazioni trasparenti nella stragrande maggioranza dei casi, vigilando in ogni caso sulle eccezioni.

Il singolo ufficio, specie se medio piccolo e con ruoli pesanti, può fare fatica a trovare soluzioni...ma questo potrebbe proprio essere uno dei settori in cui il Consiglio Superiore della Magistratura (nostro organo di autogoverno) promuove e diffonde prassi virtuose e trasparenti, pretendendo dai direttivi e dagli aspiranti tali di fornire su questi temi delle soluzioni specifiche e concrete.

Un approccio preventivo, professionale e trasparente non solo restituirebbe fiducia e prestigio, ma diventerebbe il primo argine all'infiltrarsi di fenomeni di corruzione.

giovedì 8 ottobre 2015

La VIOLENZA contro le DONNE: trovare GIUSTIZIA è POSSIBILE!

L'ennesima drammatica vicenda di violenza contro una donna (e contro le donne...) ci colpisce nello stomaco e rischia di insinuare sfiducia e scoraggiamento... soprattutto nei pensieri delle tante vittime in silenzio, che temono di non poter denunciare, di non poter avere aiuto, di non poter trovare giustizia.

Nel mio lavoro di pubblico ministero mi sono occupato e mi occupo di centinaia di vicende che hanno visto vittima una donna: maltrattamenti in famiglia (572 cp), atti persecutori (stalking 612 bis cp), abusi sessuali... una miriade di dolorose storie personali nelle quali purtroppo dobbiamo osservare come sia ancora diffusa una concezione della donna come oggetto di dominio e possesso.

Per questo la violenza contro una donna spesso è manifestazione di violenza contro le donne.

Ogni storia diversa e unica... eppure troppe storie tra loro simili

- un maschio (chiamarlo uomo mi sembra francamente troppo) che non accetta la libertà della propria compagna o dell'oggetto comunque dei suoi desideri (e della sua rabbia)
- una donna che vive nel timore di non potersi difendere e di non avere alternative o vie di uscita
- un contesto sociale che talvolta ignora o sottovaluta i segnali della violenza che sta maturando e che prende forma
Purtroppo ho anche spesso osservato come la prima figura a lasciare indifesa la donna sia la vittima stessa che, per timore o malintese eredità culturali, lentamente inizia ad accettare e a ritenere ammissibili e perdonabili comportamenti violenti e prepotenti (ricordo che in sicilia la figlia di una donna oggetto di violente aggressioni da parte del marito mi disse che tutto sommato si trattava di cose normali e che immaginava che anche a me sarebbe capitato di alzare le mani qualche volta...). 
Ciò è tanto vero che di frequente vediamo querele ritirate a distanza di tempo, con l'effetto di depotenziare moltissimo la nostra possibilità di perseguire le condotte illecite. Talvolta le rimessioni di querela sono frutto di autentici percorsi di ricongiungimento e di assunzione di responsabilità, ma altre volte si tratta di illusorie tregue figlie solo dei timori per le conseguenze penali o del disperato tentativo di salvare il rapporto.

Di fronte a queste vicende però noi riusciamo a intervenire e ancora di più è quello che potremmo fare se crescesse una diffusa consapevolezza e sensibilità del problema.


Anzitutto per questi delitti il sistema penale offre strumenti utili e nella mia esperienza personale molte volte l'intervento di una misura cautelare (quali il divieto di avvicinamento alla persona offesa o l'obbligo di allontanamento dalla casa famigliare) ha efficacemente interrotto le condotte e messo in sicurezza le vittime... spesso in maniera definitiva!


Questo è il primo messaggio che vorrei mandare: nella stra-grande maggioranza dei casi (facendo tutti il nostro dovere... magistrato, polizia giudiziaria, difensori... e vittima capace di denunciare) lo Stato riesce a farsi presente e dare giustizia, dando tutela concreta.

Nulla si toglie alla sofferenza pregressa, ma l'affermazione giudiziaria della responsabilità può davvero essere il primo passo per un nuovo percorso per la vittima. E, si spera, anche per l'aggressore (a ciò sono volti per esempio i centri anti violenza per gli uomini che vogliono riconoscere e superare questo grave problema).
Grazie a recenti positive riforme, oggi le vittime di questi reati hanno comunque diritto al gratuito patrocinio e vi sono molte strutture di supporto: quindi denunciare si deve e si può!

Oltre a questo è evidente che si debba lavorare e molto sulla prevenzione: spiegando il fenomeno, sensibilizzando tutti e soprattutto affermando il valore e la dignità della donna nella società e nella famiglia.

Cominciamo dai nostri figli e dalle nostre figlie, raccontando e mostrando loro come non possa essere giustificabile alcun tipo di subalternità della donna... e poi proseguiamo sostenendo il lavoro femminile, in Italia ancora molto penalizzato (per ruoli, stipendi e supporti alla maternità).

Non basta scandalizzarci per l'ennesima storia di cronaca nera, lasciando magari che sia solo un'occasione di giornalismo morboso: occorre che ciascuno senta questa offesa alla donna e alle donne come un'offesa inaccettabile a tutti noi.

Occorre che i maschi diventino uomini.