"the problems we all live with" di norman rockwell

giovedì 26 aprile 2012

25 aprile 1945...2012 : cominciamo da NOI


25 aprile 2012 - Casa Cervi
Festa della Liberazione

Nel nostro paese per essere sovversivi è sufficiente chiedere che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi ci governa.
O magari avere l’ardire di pretendere che, come dice l’articolo 54 della Costituzione, i cittadini a cui sono affidate le funzioni pubbliche le adempiano con disciplina e onore.

La corruzione del potere e l’infiltrazione della criminalità organizzata non sono soltanto patologie del nostro sistema.
La verità è che sono stati e continuano ad essere anche strumenti di controllo del consenso e della cosa pubblica, facendo degenerare i meccanismi democratici in mera forma per lasciare che si affermi una regola non scritta che in Italia ha pochi padri ma moltissimi figli: la legge del più furbo, quella debole coi forti e forte coi deboli.

Per questa ragione una rilevante e trasversale parte della classe politica da anni cerca di riformare la magistratura con tanti pretesti ma con l’unico vero intento di ridurla a un ordine di burocrati ubbidienti, funzionari fedeli e scodinzolanti che tengano sotto controllo la massa senza disturbare i manovratori, per i quali, a differenza che per i comuni cittadini, il rispetto della legge è un optional, così come la coerenza dei comportamenti.

Ma non è questa la magistratura che ci hanno consegnato i Padri Costituenti!
Che speranza di legalità e uguaglianza ci può essere se i pubblici ministeri non conservano l’indipendenza di poter indagare in qualsiasi direzione e senza guardare in faccia a nessuno ? E quale capacità di contrasto della corruzione ci potrà mai essere se la polizia giudiziaria, ovvero coloro che svolgono materialmente le indagini, non sarà più sotto lo scudo delle’indipendenza delle Procure ?

“Chiunque abbia potere è portato ad abusarne. Egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere

250 anni dopo queste parole di Montesquieu restano attualissime ed è bene che i cittadini comprendano che la difesa di una magistratura autonoma dal potere politico è questione vitale perché il sogno delle donne e degli uomini che hanno dato la vita per la libertà non sia infranto e contraddetto.

Qualcuno vorrebbe un giudice leone con gli ultimi (che siano immigrati o tossicodipendenti) e agnello coi potenti; un giudice timoroso con chi detiene il potere economico, tutto concentrato a mantenere l’ordine nelle favelas, mentre nelle stanze dei bottoni si commettono i reati che davvero devastano l’Italia.


I delitti che perpetuano quelli che l’articolo 3 definisce “gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione del Paese”.
Penso alla corruzione, all’evasione fiscale, alla bancarotte, allo spartimento dei beni collettivi secondo interessi privati.

Pensiamo al paradigma delle così dette “Grandi Opere”: negli ultimi anni questa etichetta è servita per evitare il rispetto delle regole, viste come intralcio al mani libere… una libertà però non al servizio di tutti  ma usata solo per arricchire la cricca e perpetuare il conflitto di interessi.

L’Italia ha invece un disperato bisogno di regole condivise e rispettate perché possa emergere il merito : il Paese in cui il rispetto del diritto diventa una concessione da parte di chi detiene il potere, nega la dignità del cittadino, trasformandolo in suddito e questuante.

Calamandrei nel 1950 ci ammoniva da “questi bocciati agli esami che vincono i concorsi, questi professionisti della corruzione i quali si accorgono che i metodi di arricchimento che ieri erano tollerati a prezzo di un saluto romano , sono anche oggi rispettati ugualmente a prezzo di una genuflessione” …e deve indignarci il fatto che ancora oggi troppo spesso l’Italia può rispecchiarsi in queste parole.

Quello che è importante è che l’indignazione e la protesta non ci allontanino dalle istituzioni repubblicane.

Altro che fuga o rassegnazione!
I comportamenti indegni e le violazioni della Costituzione ci devono semmai spingere a partecipare ancora di più, ad assumerci tutti la responsabilità di fare la nostra parte.
Nelle nostre famiglie. A scuola. Sul posto di lavoro.
In ogni momento della nostra vita sociale.

Quando il dissenso viene isolato e delegittimato si danneggia tutta la democrazia. E tuttavia anche la protesta più radicale deve trovare la forza e la saggezza per esprimersi attraverso le istituzioni e non contro di esse.
L’intolleranza dimostrata da alcune frange contro un magistrato come Gian Carlo Caselli - che ha rischiato la vita contro il terrorismo e la mafia per affermare la legalità - non fa onore a nessuno e porta al di fuori dai binari del confronto democratico.

Non cadiamo nel tranello di quelli che “poi dicono che sono tutti uguali : è solo un trucco per non farci uscire di casa quando viene la sera”.

Prima di riformare la nostra bellissima Costituzione - non si capisce bene come e a quali fini - mi piacerebbe vederla realizzata, compiuta fino in fondo.
E’ un impegno che abbiamo con i nostri padri e le nostre madri, con le nostre radici.
Ed è un dovere verso i nostri figli.

Cominciamo a cambiare noi prima.

Se non iniziamo a comportarci secondo il pensiero, finiremo per pensare secondo il nostro comportamento.
Ribelliamoci a questo declino.

La legalità è vuoto formalismo senza la coerenza dei nostri comportamenti quotidiani.
La legalità non è il fine ultimo ma il presupposto perché possano affermarsi i valori di libertà, uguaglianza e solidarietà.
Offriamo la nostra voce, il nostro impegno, le nostre mani affinché il sogno del 25 aprile diventi realtà.

La strada è ancora lunga e solo noi possiamo percorrerla, senza deleghe, senza scorciatoie… seguendo le orme e l’esempio di coloro che ci hanno regalato la libertà.

Un regalo troppo bello per essere sciupato.

Buon 25 aprile a tutti noi
Viva la Costituzione !


domenica 22 aprile 2012

62 anni trascorsi invano ?

Quanto risuonano attuali e profetiche queste parole di Calamandrei scritte nel giugno 1950 (62 anni fa!):

“Quel che colpisce [...] è la convinzione sempre più diffusa che per mantenersi al potere bisogna in qualche modo lasciare che i propri fidi si arricchiscano a spese pubbliche. […] 

La frode e la corruzione ammesse come sistema di finanziamento del partito, il quale non si rifiuta di farsi complice di speculatori e di avventurieri a spese dello Stato, purché questi versino nelle casse del partito una parte delle loro ruberie”

Se le cose non sono cambiate, evidentemente non sono il nome di un nuovo partito o una legge in più a poter incidere davvero. Occorre educazione alla legalità e rispetto delle istituzioni. Abbiamo bisogno di testimonianze di etica pubblica anche e soprattutto da chi si assume responsabilità pubbliche (magistrati, politici, amministratori). Dobbiamo ritornare a scoprire i principi costituzionali e i valori degli uomini che ci hanno lasciato questo enorme patrimonio.

Allora saremo di nuovo capaci di indignarci, di reagire e di allontanare dalla “res publica” chi si è dimostrato indegno, magari senza dover aspettare un provvedimento dell’autorità giudiziaria (che guarda caso è spesso messa nelle condizioni di non riuscire a “fare giustizia” in maniera adeguata e in tempi ragionevoli…).

Se faremo tutto questo forse potremo evitare che nel 2074 i nostri figli si ritrovino a citare amaramente Calamandrei.

Tutte le udienze di Berlusconi

Nel marzo 2011 l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lamentava di aver dovuto affrontare 2952 udienze a causa dei processi a lui mossi dai pubblici ministeri politicizzati comunisti e in mala fede (affermare di essere perseguitato vuole dire sostenere che un magistrato decide dolosamente di accusarlo di cose false e mi riesce difficile immaginare un’accusa più grave e infamante per chi fa il mio lavoro).

2.952 udienze corrispondono a 8 anni e 32 giorni, festivi inclusi! E considerate che per legge dal 15 luglio al 15 settembre non si celebrano udienze se non per casi particolari. Se poi ci si mette che molti processi sono stati a lungo sospesi per norme poi dichiarate incostituzionali (lodo alfano e legittimo impedimento), la media è praticamente di un’udienza al giorno dal lunedì al venerdì dal 1994 a oggi.

Ieri leggevo che Berlusconi avrebbe affermato invece di aver subito 2600 udienze in 14 anni: sono sempre tantissime, una ogni 1,9 giorni (festivi inclusi, si capisce), però sono 352 in meno rispetto al marzo scorso (ma allora si riferiva forse a un periodo più lungo? O quelle prime 352 udienze erano giuste e non persecutorie e quindi non conteggiate? Non lo so).

Tutto questo potrebbe avere un suo lato comico, se non fosse una dichiarazione pubblica e reiterata da persona che ha rivestito alte cariche pubbliche e che ha una grande responsabilità politica nel Paese. Se non fosse uno degli argomenti usati per convincere l’opinione pubblica che è perseguitato e che anche per questo non ha potuto fare tutto quello che aveva promesso. Se non fosse un’iperbolica bugia (ripetuta fino allo sfinimento) per giustificare riforme costituzionali, attacchi personali e la delegittimazione dell’intera magistratura. Se non fosse che la giustizia versa in condizioni drammatiche da troppo tempo.

Ecco che allora c’è poco da ridere. E viene un sospetto sul perchè sino ad oggi non si sia fatto praticamente nulla per rendere la giustizia penale davvero più efficace e rapida. Ciò di cui abbiamo davvero bisogno sono notizie vere, questioni concrete, parlare seriamente dei reali problemi della giustizia. Le infiltrazioni mafiose e la corruzione non si vincono delegittimando l’autorità giudiziaria e ingolfando il processo penale.

Mani Pulite : vent'anni sembrano pochi...

Vent’anni sembrano pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più” (F. De Gregori). Vent’anni dopo l’ondata di scandali e inchieste giudiziarie denominata Mani Pulite sembra che la classe dirigente italiana abbia di nuovo bisogno di una bella insaponata. Ce lo dice la cronaca quotidiana dei giornali che non si limitano a fare eco al potere; ce lo dice la Corte dei Conti che quest’anno ha parlato di un costo per la collettività di 60 miliardi di euro; ce lo dicono gli organismi internazionali, secondo i quali l’Italia è il Paese occidentale con il più alto tasso di corruzione (Transparency International).

Tutto doveva cambiare perché nulla cambiasse (il Gattopardo docet) e così oggi sono in pochi a credere ancora alla leggenda metropolitana della Seconda Repubblica: quella fauna torbida di furbetti ancora tira i fili della politica e dell’economia, ancora la legalità è un’eccezione mal sopportata (il rifugio dei deboli), ancora la democrazia formale fa da paravento a oligarchie e conflitti d’interessi, mentre l’informazione indossa troppo spesso i ridicoli panni della propaganda. Evidentemente non sono bastate le centinaia di condanne passate in giudicato. Evidentemente gli scandali passano e la vergogna non è virtù diffusa tra i molti impresentabili membri del potere politico ed economico, tanto che ci fa sorridere la dimissione del presidente tedesco a fronte di una vicenda che in Italia sarebbe liquidata con qualche battuta e magari qualche insulto agli accusatori.

Evidentemente le gestione del potere tramite scambi di favore, pressioni illecite e ruberie non è una mera patologia del sistema, ma una propensione presente nel Dna italiano: nessun altro paese mischia una simile corruzione con alcune tra le mafie più potenti e antiche del mondo e con rigurgiti di terrorismo di stato. Una magistratura capace e indipendente è indispensabile come l’ossigeno in un simile contesto, ma non basterà mai da sola. E nemmeno basterebbe il migliore possibile dei disegni di legge sulla corruzione.

Il contrasto meramente giudiziario non porta risultati duraturi ed efficaci se a ciò non si accompagna una presa di consapevolezza profonda dei cittadini, un percorso culturale che apra gli occhi a tutti e non usi la legalità solo come bandiera da tirare fuori quando ci torna utile, per poi rimetterla in soffitta quando costringe a scelte scomode.

In quella manciata di anni [...] il primato della legge sulla politica garantito mediante l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario diviene ordinamento reale [...]. La Costituzione scritta diviene Costituzione vivente rivelando tutta la sua portata rivoluzionaria e destabilizzante degli assetti del potere” (Il ritorno del principe, R. Scarpinato e S. Lodato). Le parole di Roberto Scarpinato sono di insuperabile chiarezza e ci devono ricordare che quello che è avvenuto vent’anni fa, ovvero l’applicazione equanime della legge anche ai potenti (al netto delle polemiche su alcuni possibili casi di eccessivo uso delle misure cautelari, che non spostano il dato di fondo accertato da innumerevoli condanne). Non è stata una stagione eversiva, ma semmai l’immagine fugace di quello che dovrebbe essere il Paese sognato dai nostri Padri: un luogo di democrazia, libertà e legalità, dove la politica è al servizio dei cittadini e non viceversa.

Violenza di gruppo e informazione demagogica

La Cassazione ha stabilito che non deve applicarsi obbligatoriamente la misura cautelare della custodia in carcere per gli indagati del reato di violenza sessuale di gruppo. La notizia si è rapidamente sparsa sul web facendo ritenere che la Suprema Corte avrebbe detto che gli stupratori non devono più andare in carcere e così risultando in un’umiliazione per le donne o quanto meno in una grave e incomprensibile sottovalutazione di un delitto particolarmente odioso.

Ovviamente ne sono seguite le varie reazioni indignate in difesa delle donne. E chi non sta dalla parte della donna e della persona offesa in generale in fatti simili? La Cassazione allora è composta da maschilisti retrogradi e insensibili? Capisco che la notizia presentata così sia più appetitosa e stimoli maggiormente il populismo forcaiolo, ma le cose stanno diversamente e la Cassazione non solo non è impazzita ma ha applicato un principio addirittura di rango costituzionale. Proviamo a fare chiarezza.

Anzitutto qui non si sta parlando della pena, ma della misura cautelare applicabile. Quindi si tratta di capire quali misure applicare a indagati (non stupratori, ma indagati) ancora non dichiarati colpevoli con sentenza definitiva e che quindi godono ancora della presunzione di colpevolezza. L’ordinamento sacrifica parzialmente questo principio laddove qualcuno sia accusato di reati gravi e in presenza di due fondamentali e ulteriori presupposti: presenza di gravi indizi (che però appunto non sono prova certa e garanzia di condanna) e sussistenza di esigenze cautelari, ovvero se c’è il rischio che l’indagato commetta altri reati gravi oppure che si dia alla fuga o ancora che cerchi di inquinare le prove. Solo in presenza di questi rigidi presupposti è possibile infliggere una limitazione della libertà personale anche ad una persona ancora non giudicata in maniera definitiva colpevole.

E’ una scelta sempre difficile e anche dolorosa perchè la presunzione di non colpevolezza è una cardine del nostro diritto, ma di fronte a determinati rischi e pericoli si giustifica la scelta di applicare una misura cautelare. Ciò detto si tratta di decidere quale misura. Il codice ci fornisce una regola di fondo: “la custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata”. Il carcere, insomma, è l’ultima spiaggia, e si deve ricorre a tale estremo strumento solo se ogni altra strada appare insufficiente. Quali sono le altre strade? Gli arresti domiciliari, l’obbligo di dimorare in un certo comune o di non andare in un certo posto, il divieto di vivere con la famiglia (per determinati reati “domestici”), ecc…

Può anche accadere che nonostante si tratti di un reato molto grave sia sufficiente una misura meno grave del carcere e vi faccio un esempio per farmi capire. Esiste un reato più grave e orribile che uccidere un neonato? Non credo, eppure Anna Maria Franzoni ha atteso la sentenza definitiva da persona libera e solo dopo è andata in carcere. Un paradosso? Non direi, e che si sia trattato di una scelta equilibrata lo dimostra il fatto che nel frattempo ella non ha commesso altri reati: quindi da questo punto di vista i giudici hanno giustamente ritenuto che non fosse necessario adottare misure restrittive nonostante l’estrema gravità del delitto e la presenza di indizi gravissimi che infatti poi hanno condotto alla condonna e alla pena detentiva.

Per tornare al reato di violenza sessuale di gruppo, il legislatore aveva tentato di obbligare i magistrati a tenere sempre in carcere gli indagati per taluni reati (tra cui quelli di violenza sessuale). La Corte Costituzionale ha bocciato una simile scelta, priva di razionalità giuridica e di buon senso: la presunzione di innocenza non può essere gettata alle ortiche e dovrà sempre valutarsi caso per caso e persona per persona se è necessario applicare una misura e quale tra le varie misure sia la più idonea e quella comunque sufficiente a garantire le esigenze cautelari.

Aggiungo solo che lo Stato ogni anno paga svariati milioni di euro per risarcire persone ingiustamente detenute, ovvero che sono state tenute in carcere e poi assolte nel processo: questo dato, che non sto qui adesso a commentare, ci dice quanto meno che anche in fase cautelare ci si può sbagliare e quindi serve grande equilibrio. Equilibrio nel saper tutelare e proteggere la persona offesa e la sicurezza pubblica in generale da un lato, garantendo però i diritti dell’indagato e difendendo i principi fondamentali dello Stato di diritto, che non deve mai cedere alla paura.

Che l’ex ministro Carfagna dica che così “si manda un messaggio sbagliato” la dice lunga sul senso del diritto di certa politica: i magistrati con i loro provvedimenti non mandano messaggi, ma accertano fatti e applicano la legge e la Costituzione a casi specifici e persone specifiche. Esistono sistemi in cui le persone vengono usate per mandare messaggi tramite provvedimenti esemplari e non calibrati sul caso specifico: sono i sistemi fascisti e illiberali.

Se lobby deve essere... che sia al sole !

In queste settimane osserviamo la protesta forte di molte categorie: dai camionisti ai notai, passando per farmacisti e avvocati. Ogni categoria è portatrice di legittimi interessi e di una specifica visione, e nel recente passato analoghe battaglie di categoria sono state portate avanti anche dalla magistratura, che si riteneva aggredita nelle sue prerogative costituzionali (e sotto tale nobile e giusto vessillo ha volte ha difeso posizione di rendita e piccoli privilegi).

E’ fin troppo facile osservare che quasi tutti noi siamo d’accordo quando le riforme riguardano gli altri e invece opponiamo resistenza nel momento in cui ci toccano direttamente: siamo tutti molto corporativi e forse c’è anche una certa diffidenza che i sacrifici chiesti a qualcuno servano davvero a tutti. Non entro nelle luci ed ombre del progetto governativo, ma vorrei approfittare di queste vicende per una piccola riflessione sulle lobby.

Da noi il termine lobby è avvolto da un’area esclusivamente negativa, richiamando l’azione di corporazioni solitamente danarose per influenzare l’azione pubblica a loro interesse, muovendosi nei corridoi e nel backstage della vita pubblica. Quasi nessuno sa che nel Parlamento Europeo i “lobbisti” devono (o dovrebbero) essere tutti registrati e agiscono (o dovrebbero agire) in maniera trasparente. Un assurdo? Non direi…

Se ad esempio si discutesse di una direttiva sulle automobili, entrerebbero in campo le lobby a rappresentare e sostenere le ragioni provenienti dalle varie parti: i produttori di auto, le associazioni ambientali, i sindacati dei lavoratori, ecc… Non dovranno (non dovrebbero) fare telefonate subdole, corteggiamenti serrati o imbarazzanti proposte, bensì si presenterebbero in Parlamento chiedendo ufficialmente di essere ricevuti dai vari parlamentari al fine di convincerli delle loro ragioni. Nessuna parte va demonizzata in assoluto, avendo conoscenze specifiche e una propria legittima visuale: l’importante è che la loro azione di pressione si svolga in maniera trasparente: poi la palla passa alla politica che nel dibattito dovrà bilanciare i diversi interessi ma soprattutto cercare il bene della collettività presente e futura.

Facile a dirsi, certo. Però almeno si cerca di portare alla luce del sole un fenomeno che altrimenti si alimenta di comportamenti scorretti ed è da sempre (e forse sarà per sempre) una delle più tipiche occasioni di corruzione degli uomini che si occupano di politica. Nessuna relazione pericolosa e segreta (si spera), ma incontri regolarmente registrati così che eventualmente l’opinione pubblica possa rendersi conto e valutare se il singolo parlamentare è stato portare di interessi di parte o ha avuto la capacità di ascoltare tutti formandosi un’autonoma opinione.

Naturalmente il meccanismo ha speranza di funzionare solo se esiste una stampa libera e una cittadinanza dotata di una minima capacità di senso critico e solo se esistono autorità serie di controllo che vigilano; inoltre credo anche che si dovrebbero prevedere regole per impedire che lelobby economicamente più forti possano diventare “troppo convincenti”. Si tratta di una sfida non scontata, insomma, ma che presenterebbe grandi opportunità.

L’Italia, affetta da cronica corruzione pubblica, ha bisogno di liberarsi di tanto buonismo ipocrita (fingiamo tutti di perseguire nobili fini ma poi facciamo pressione perché nessuno tocchi il nostro orticello) per affrontare in maniera più moderna e trasparente anche il fenomeno delle lobby, così che pian piano maturi la consapevolezza che al di sopra degli interessi di categoria c’è il bene comune.

Cosa metterei sotto l'albero

Rigore e austerità sono importanti e li dobbiamo soprattutto ai nostri figli, ma credo che se proprio dobbiamo toccare la nostra bellissima Costituzione io non mi limiterei al pareggio in bilancio. Per carità, principio sacrosanto per la sostenibilità dello Stato, ma proviamo a volare alti.

Oggi sono in molti a dire che l’Europa sta rischiando di fallire proprio perché è quasi esclusivamente percepita come uno spazio di mercato, un’istituzione lontana che si occupa di finanza e commercio, e si è dimenticata di parlare agli europei, di farci sentire un popolo, di investire in dialogo, cultura e di aiutarci a sognare e progettare insieme un futuro di pace.

Allora, cominciamo dalla nostra Costituzione: perché non dire che la nostra Repubblica ripudia, come la guerra, anche ogni tipo di organizzazione mafiosa e affaristica volta ad avvantaggiare pochi a discapito di molti? Perché non parlare espressamente del rispetto della legge e di legalità come presupposto imprescindibile della convivenza sociale? Perché non diciamo forte e chiaro che qualsiasi forma di evasione fiscale è un’offesa al principio di solidarietà? Perché non mettiamo nero su bianco che il contrasto ad ogni genere di corruzione deve essere priorità e patrimonio comune di qualsiasi progetto politico?Perché non inserire il libero accesso alla Rete e l’indipendenza dei mezzi di informazione tra i cardini della democrazia del terzo millennio? Perché non ricordiamo che il conflitto di interessi è una minaccia agli interessi della collettività? Perché non porre il principio della trasparenza della Pubblica Amministrazione come primo baluardo per essere cittadini e non sudditi? Perché non riaffermiamo fortemente la laicità dello Stato che sola può garantire davvero la reciproca indipendenza di Istituzioni e Chiesa? Perché non mettere ancora più in chiaro che la Scuola Pubblica è la pietra angolare del futuro? Perché tra i nostri principi fondamentali non inserire l’accoglienza degli immigrati?

Sono tutte declinazioni di principi in realtà già presenti in Costituzione, ma purtroppo in questi anni abbiamo assistito anche allo svuotamento delle parole, alla strumentalizzazione di qualsiasi idea e credo che abbiamo invece tanto bisogno di tornare a condividere un terreno di valori comuni, non negoziabili, non soggetti al compromesso politico di basso livello.

Abbiamo bisogno di dire che la dignità delle persone e la loro libertà devono essere al centro della politica: il diritto e l’economia sono al loro servizio e non viceversa.

Banale, scontato; ma se guardiamo a quello che è accaduto al Paese ci rendiamo conto che nessun valore e nessuna libertà sono davvero conquistati una volta per tutte: l’illegalità è diffusa,l’evasione fiscale tollerata, la scuola pubblica assediata, gli immigrati rifiutati e sfruttati, la laicità a rischio, la trasparenza un’utopia, il conflitto d’interessi una condizione permanente. Torniamo alle radici dell’Italia che vorremmo, riprendiamoci la Costituzione e non affidiamo il nostro futuro soltanto al bilancio. Allora torneranno anche i conti.

La giustizia è un valore aggiunto, non un costo

Caro Ministro, credo che questa stagione politica di transizione possa rappresentare una grande opportunità per affrontare le tante questioni tecniche e concrete che ingolfano il motore della giustizia e la rendono lenta per i cittadini onesti e utilmente lunga e inefficace per i furbi. Mettiamo da parte i vari specchietti per le allodole (processo breve), le questioni ideologiche (separazione carriere) e quelle legate solo a interessi di pochi (intercettazioni): niente di tutto questo renderebbe la giustizia più efficace e meno costosa.

Lei è anche un avvocato e quindi conosce benissimo le tante irrazionalità che dilatano inutilmente i tempi e fanno lievitare i costi: eccessi di garantismo che alimentano la corsa alla prescrizione, bizantinismi medioevali per le notifiche, una quantità di processi e di ricorsi sino in Cassazione che non hanno eguali tra i paesi occidentali e che ci rendono le pecore nere dell’Europa per i tempi della giustizia, nonostante gli organismi europei dicano che i magistrati italiani sono tra quelli più produttivi e più carichi di lavoro.

Torniamo allora a parlare di questioni concrete che possano portare insieme un beneficio al cittadino che chiede giustizia ed anche alle casse dello Stato:

- revisione della geografia giudiziaria, con l’accorpamento dei tribunali minori;

- semplificazione delle notifiche e dei riti;

- reale informatizzazione (e non quella solo fatta di slogan e che poi ci lascia sommersi di carte);

- studiare forme di depenalizzazione;

- filtrare e diminuire il contenzioso civile, valutando la possibilità di saltare il grado di appello per i casi di modesta rilevanza (dico questo perché per toccare il ricorso in Cassazione si dovrebbe modificare la Costituzione e si tratta quindi di questione su cui ragionare, ma troppo complessa forse per un governo di emergenza come il vostro);

- ripensare le sanzioni, andando verso forme non carcerarie ma di assunzione della responsabilità e di risarcimento effettivo del danno causato alla vittima e allo Stato…

…avrei poi un sogno nel cassetto, anche se temo che parte della maggioranza che vi sostiene non lo gradirebbe troppo.

Siete un Governo con una forte sensibilità europea (come dovrebbero esserli tutti visto che abbiamo scritto e firmato tutti i trattati): allora perché non ripristinare in maniera seria e severa ilreato di falso in bilancio (come Bruxelles ci chiede ma non ci può costringere a fare), così da restituire credibilità anche all’intero sistema di imprese e finanziario italiano, troppo spesso macchiato da vicende di corruzione e da truffe miliardarie?

Lo so, mi son fatto prendere la mano. Ma sognare, almeno questo, non costa nulla.

Cordialmente